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STUDIO GIACTA

Per l'arterite a cellule giganti (Acg)
c’è una nuova opzione terapeutica

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Sembrerebbe affacciarsi all'orizzonte una nuova opzione terapeutica per una grave e talvolta fatale malattia autoimmune cronica, l'arterite a cellule giganti (Acg): il gruppo farmaceutico Roche ha infatti annunciato che la Food and drug administration (Fda) ha approvato la formulazione sottocutanea di tocilizumab per il trattamento di questa patologia nei pazienti adulti. L'Acg è una severa infiammazione delle arterie del collo e della testa che interessa prevalentemente gli individui sopra i 50 anni di sesso femminile ed è difficile da diagnosticare perché caratterizzata da numerosi sintomi quali mal di testa molto forti, dolore alla mandibola e sintomi visivi. Inoltre, quando non viene trattata, può indurre cecità, aneurisma aortico o ictus. Ad oggi, il trattamento dei soggetti affetti da Acg è limitato all’uso di steroidi ad alte dosi, che rappresentano un’opzione terapeutica 'd’emergenza' efficace per prevenire danni quali la perdita della vista.

“La decisione odierna dell’Fda implica che i soggetti affetti da arterite a cellule giganti disporranno per la prima volta di un’opzione terapeutica approvata per il trattamento di questa patologia debilitante - ha dichiarato Sandra Horning, chief medical officer e head of Global product development di Roche - considerando che per oltre 50 anni non sono stati introdotti nuovi trattamenti, questa approvazione potrebbe rivelarsi una svolta per le persone affette da Acg e per i loro medici”.

L’approvazione si basa sugli esiti positivi dello studio di fase III Giacta i cui risultati hanno mostrato o che tocilizumab, inizialmente somministrato in associazione a un regime steroideo di sei mesi, ha mantenuto in modo più efficace la remissione nell’arco di 52 settimane - con una percentuale del 56 per cento nel gruppo trattato con tocilizumab una volta a settimana e del 53,1 per cento nel gruppo trattato con tocilizumab una volta ogni due settimane - rispetto al placebo in associazione a una terapia steroidea con riduzione progressiva della dose in 26 settimane - che ha ottenuto il medesimo risultato solo nel 14 per cento del campione -  e placebo in associazione a una terapia steroidea con riduzione progressiva della dose in 52 settimane,  che ha permesso di mantenere la remissione nel 17,6 per cento dei casi. (MATILDE SCUDERI)

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