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CHICAGO. SPECIALE ‘ASCO 2017’

Tumori pediatrici: secondo l’NIH
sono sempre di più i sopravvissuti

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Uno dei campi dell’oncologia che ha fatto registrare i maggiori successi terapeutici è quello dei tumori in età pediatrica. I progressi della terapia hanno permesso infatti di migliorare in maniera sostanziale la sopravvivenza a 5 anni di questi pazienti, facendola passare dal 58 per cento degli anni ’70, all’attuale 84 per cento. Un’analisi su 23.600 sopravvissuti ad un tumore in età pediatrica, arruolati nello studio Childhood Cancer Survivor (CCSS), finanziato dai National Institutes of Health, ha rivelato che nel corso del tempo si è andata riducendo sempre più la percentuale dei gravi problemi di salute che compaiono a distanza di 5 o più anni dalla diagnosi di tumore. La riduzione più importante di questi problemi tardivi è stata registrata nei sopravvissuti ai tumori di Wilms, un raro tumore del rene (- 43 per cento) e a un linfoma di Hodkgin (-25 per cento). “I risultati del nostro studio, che rappresenta la più ampia valutazione delle complicanze croniche a lungo termine nei sopravvissuti ad un tumore in età pediatrica – spiega Todd M. Gibson, del St. Jude Children’s Research Hospital di Memphis, USA – dimostrano che i soggetti diagnosticati e trattati nell’era moderna hanno una prognosi migliore. Non solo siamo in grado di curare un maggior numero di bambini, ma quelli che sopravvivono hanno un minor rischio, più avanti nel corso della vita, di sviluppare importanti problemi di salute legati alle terapie ricevute per il tumore”.

Lo studio è andato a valutare gli esiti di salute a lungo termine nei sopravvissuti ad un tumore pediatrico diagnosticati tra il 1970 e il 1999 e sopravvissuti almeno 5 anni dalla diagnosi. L’analisi dei ricercatori americani si è focalizzata in particolare sull’incidenza di complicanze gravi, invalidanti o potenzialmente fatali, insorte entro 15 anni dalla diagnosi del tumore. L’età media dei pazienti studiati era di 28 anni e tutti avevano ricevuto la diagnosi di tumore circa 21 anni prima. A distanza di 15 anni dalla diagnosi, l’incidenza di patologie gravi, correlabili ai trattamenti ricevuti, si è andata riducendo dal 12,7 per cento dei sopravvissuti diagnosticati negli anni ’70, al 10,1 per cento di quelli degli anni ’80, all’8,8 per cento di quelli diagnosticati negli anni ’90. Nell’arco delle tre decadi prese in esame, la comparsa di gravi problemi di salute correlabili ai trattamenti ricevuti, entro 15 anni dalla diagnosi di tumore si è ridotta dal 13 al 5 per cento nei sopravvissuti ad un tumore di Wilms (rene), dal 18 all’11 per cento tra i sopravvissuti ad un linfoma di Hodgkin, dal 15 al 9 per cento tra i soggetti sopravvissuti ad un astrocitoma (il secondo tumore più comune in età pediatrica), dal 10 al 6 per cento tra i sopravvissuti ad un linfoma non Hodgkin e dal 9 al 7 per cento tra i sopravvissuti ad una leucemia linfoblastica (il tumore più comune in età pediatrica).

In particolare sono risultate ridotte le complicanze endocrine (dal 4 per cento dei trattati negli anni ’70 si è passati all’1,6 per cento di quelli degli anni ’90) e la comparsa di nuovi tumori (dal 2,4 per cento degli anni ’70, all’1,6 per cento degli anni ’90). Non si è invece modificato il tasso di complicanze a carico del cuore e dei polmoni. “E’ stata una sorpresa anche per noi – commenta Gibson – riscontrare che l’incidenza delle gravi condizioni cardiovascolari non si sia affatto ridotta; ciò significa che i sopravvissuti ad un tumore in età pediatrica sono a maggior rischio di sviluppare gravi problemi di salute rispetto alla popolazione generale e devono dunque essere seguiti con grande attenzione”. Non è invece stata riscontrata una riduzione delle complicanze a lungo termine tra i pazienti sopravvissuti a neuroblastoma, leucemia mieloide acuta, sarcoma dei tessuti molli e osteosarcoma. (MARIA RITA MONTEBELLI)

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