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CHICAGO. SPECIALE ‘ASCO 2017’

Tumore del colon: dopo l’intervento
ok al ciclo chemioterapico più breve

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Personalizzare la terapia significa anche decidere quanto deve durare un ciclo di chemioterapia, quando è il caso di spingere sull’acceleratore e quando invece si può fare al paziente uno ‘sconto’ importante, facendogli risparmiare tre mesi di trattamento. Uno studio presentato all’ASCO in corso a Chicago dimostra che nei tumori del colon con metastasi linfonodali (stadio 3) sottoposti ad intervento chirurgico, non tutti i pazienti hanno bisogno di effettuare i 6 mesi standard di chemioterapia adiuvante. Da un’analisi dei risultati di 6 studi clinici che hanno coinvolto oltre 12.800 pazienti, risulta infatti che 3 mesi di chemioterapia sono altrettanto efficaci dei 6 mesi standard di trattamento, almeno nei pazienti con un rischio di recidiva relativamente basso, che sono poi il 60 per cento del totale. Uno studio di grande importanza dunque, presentato in seduta plenaria all’ASCO di fronte ad una platea di 38 mila oncologi da tutto il mondo. “Questo studio – sottolinea Axel Grothey, oncologo del Mayo Clinic Cancer Center di Rochester, USA – rappresenta il più grande sforzo collaborativo di questo tipo, mai effettuato in oncologia”. Lo ‘sconto’ di terapia si traduce in un netto vantaggio sul fronte degli effetti indesiderati, risparmiando ad esempio ai pazienti le complicanze neuropatiche (danneggiamento delle fibre nervosa), comuni con i chemioterapici usati nel cancro del colon.

Dal 2004 la terapia standard per il tumore del colon all’indomani dell’intervento chirurgico (terapia adiuvante) consiste in un cocktail di chemioterapici (schemi FOLFOX o CAPOX) somministrati per un periodo di sei mesi. Lo studio presentato all’ASCO ha messo insieme un’enorme mole di dati relativi a 6 studi effettuati in nord America, Europa, Asia (nell’ambito della cosiddetta collaborazione internazionale IDEA, International Duration Evaluation of Adjuvant therapy) con l’obiettivo di valutare se 3 mesi di chemioterapia fossero altrettanto efficaci del ciclo abituale di 6 mesi. E il risultato è stato sostanzialmente sovrapponibile tra i due gruppi: in generale, i  pazienti trattati per 3 mesi avevano una possibilità di essere liberi dal tumore a 3 anni del 74,6 per cento, contro il 75,5 per cento di chi era stato sottoposto al ciclo di 6 mesi.  Ma nel caso dei pazienti a basso rischio di recidiva, il ciclo breve di trattamento garantiva di essere cancer-free a 3 anni all’83,1 per cento di loro (contro l’83,3 per cento di quelli sottoposti a terapia di durata standard). “Questi risultati – commenta Grothey  – possono trovare applicazione in almeno 400 mila pazienti con cancro del colon ogni anno, in tutto il mondo. Per il 60 per cento di loro, a basso rischio di recidiva, la chemioterapia breve (3 mesi) diventerà verosimilmente il nuovo standard di trattamento. Quelli ad elevato rischio di recidiva dovranno invece discutere questa opportunità con il proprio medico, che definirà la durata del trattamento sulla base del rischio di recidiva, delle preferenze del paziente, della sua età e di come il paziente tollera la chemioterapia”.

Abbreviare la durata del trattamento significa dunque anche proteggere il paziente dagli effetti indesiderati dell’oxaliplatino (ingrediente chiave del cocktail di chemioterapici utilizzato), responsabile di danni alle fibre nervose che possono manifestarsi con perdita della sensibilità, formicolii o dolore persistente. Più lungo è il trattamento con oxaliplatino, maggiore di rischio di presentare una neuropatia in forma grave e persistente. In questo studio, nei pazienti sottoposti a 3 mesi di trattamento l’incidenza di neuropatia è stata del 15 per cento contro il 45 per cento di quelli trattati con lo schema FOLFOX per 6 mesi. Nel caso dello schema di trattamento CAPOX, la neuropatia compariva nel 17 per cento dei trattati per 3 mesi e nel 48 per cento di quelli trattati per 6 mesi. Sono risultati che devono far riflettere e improntare le decisioni di trattamento future. “Molti effetti collaterali della chemioterapia – spiega Grothey – come la perdita di capelli, si risolvono nel corso del tempo. Ma la neuropatia è un problema che alcuni pazienti si porteranno dietro per tutta la vita. E comunque, al di là della neuropatia, una durata maggiore della chemioterapia comporta un carico maggiore di altri effetti indesiderati, quali diarrea e astenia, oltre ad un maggior numero di visite in ospedale, prelievi di sangue e tempo sottratto al lavoro e alla vita sociale. Lo studio che presentiamo oggi all’ASCO è di estrema importanza dunque e influenzerà in positivo la vita di tanti pazienti in tutto il mondo”.

Non è facile vedere uno studio di queste dimensioni costruito intorno alla domanda ‘possiamo dare meno farmaci?’. E’ evidente che una domanda del genere, cruciale per medici e pazienti, sia di interesse assai limitato per l’industria farmaceutica. Studi del genere possono essere dunque solo frutto della ricerca indipendente. E non a caso questo mega-trial è stato interamente finanziato da enti e agenzie governative nazionali, quali l’italiana AIFa (Agenzia Italiana del Farmaco), il Medical Research Council, il National Institute for Health Research, il National Cancer Institute, la Japanese Foundation for Multidisciplinary Treatment of Cancer, il Ministero della Salute francese e l’istituto Nazionale Tumori francese (Inca). (MARIA RITA MONTEBELLI)

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