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CHICAGO. SPECIALE ‘ASCO 2017’

Con pertuzumab più trastuzumab
meno metastasi da tumore del seno

Sono questi gli incoraggianti risultati a tre anni dello studio APHINITY, presentati al congresso dell’ASCO a Chicago e pubblicati in contemporanea sul New England Journal of Medicine

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Con pertuzumab  più trastuzumab meno metastasi  da tumore del seno

Uno studio di fase 3 condotto su 4.805 donne con tumore della mammella HER2-positivo dimostra che l’aggiunta del pertuzumab al trattamento standard con trastuzumab in adiuvante, cioè subito dopo l’intervento chirurgico può proteggere dalla comparsa di metastasi a distanza, soprattutto nelle donne ad alto rischio (quelle con presenza di metastasi ai linfonodi ascellari e con recettori per gli estrogeni negativi). I risultati di questa ricerca (studio APHINITY) sono stati presentati al congresso dell’ASCO e pubblicati in contemporanea su New England Journal of Medicine. La domanda alla base dello studio era se l’aggiunta di un secondo farmaco anti-HER2 (il pertuzumab) potesse migliorare i risultati della trattamento standard con trastuzumab. Dopo 3 anni di follow up, la malattia non era progredita nel 93,2 per cento delle pazienti in monoterapia con trastuzumab, contro il 94,1 per cento di quelle trattate con pertuzumab e trastuzumab. La prognosi delle pazienti in trattamento con trastuzumab è già molto favorevole, ma in quelle trattate con entrambi i farmaci, il rischio di sviluppare metastasi da tumore della mammella in questo studio è risultato inferiore del 19 per cento rispetto a quelle trattate in monoterapia.

“Le donne con tumore della mammella HER2-positivo – commenta Gunter von Minckwitz, presidente del German Breast Group di Neu-Isenburg, Germania – presentano una prognosi peggiore di quelle HER2 negative, ma l’arrivo della terapia a target anti-HER2 ha rivoluzionato le prospettive di vita di queste pazienti. I primi risultati di questo studio dimostrano che possiamo migliorare ulteriormente la prognosi di alcune di queste donne, aggiungendo alla loro terapia un secondo farmaco anti-HER2, senza aumentare il rischio di effetti collaterali”. Il trastuzumab agisce solo sui recettori HER2, mentre il pertuzumab blocca contemporaneamente sia gli HER2 che gli HER3. Associando queste due terapie, si ottiene un blocco più completo dei segnali di crescita tumorale e questo può ridurre la possibilità di una resistenza al trattamento. “Il trastuzumab ha cambiato la prognosi delle donne con tumore della mammella HER2 positivo – spiega la professoressa Lucia Del Mastro, coordinatore della Breast Unit dell’Ospedale San Martino di Genova – Tuttavia, il 25 per cento delle donne trattate con trastuzumab sviluppa nel tempo delle metastasi. Ci si è posti dunque il problema di come poter migliorare questi risultati e ci si è provato associando il pertuzumab, che aveva già dato risultati importanti nelle donne con metastasi.

Nello studio APHINITY, l’associazione dei due farmaci viene somministrata precocemente, in adiuvante, subito dopo l’intervento chirurgico. E i risultati sono che, a tre anni di distanza, la doppia associazione, in questo contesto di pazienti, riduce del 19 per cento il rischio di comparsa di metastasi. E’ possibile che aumentando il periodo di osservazione, anche oltre i 5 anni, queste differenze diventino ancora più marcate. Anche un piccolo miglioramento in questa categoria di pazienti – sottolinea la Del Mastro – è molto importante, perché si traduce in un maggior numero di donne che possono guarire dal tumore della mammella e non semplicemente cronicizzare questa condizione. Idealmente l’associazione pertuzumab-trastuzumab andrebbe riservata alle donne a maggior rischio di sviluppare metastasi e quindi si sta ora cercando di individuare dei biomarcatori predittivi. Ad esempio, le donne che al momento dell’intervento chirurgico presentano delle metastasi a carico dei linfonodi ascellari sono a maggior rischio di sviluppare metastasi. Potrebbero esserci inoltre altri fattori biologici da valorizzare, quali ad esempio l’assenza dei recettori per gli estrogeni o un grado di differenziazione del tessuto tumorale meno favorevole”.

Lo studio APHINITY ha arruolato circa 5.000 pazienti con tumore della mammella HER2-positivo in fase iniziale, che erano state sottoposte a mastectomia o a rimozione del nodulo tumorale. Le pazienti sono state randomizzate al trattamento con trastuzumab + placebo oppure a trastuzumab+pertuzumab, in aggiunta alla chemioterapia per 18 settimane. Il 63 per cento di queste pazienti aveva metastasi ai linfonodi ascellari e il 36 per cento non aveva recettori ormonali. Il trattamento con l’associazione trastuzumab-pertuzumab ha ridotto il rischio di sviluppare una forma invasiva di malattia del 19 per cento, rispetto al solo trattamento con trastuzumab. Dopo un follow up medio di quasi 4 anni, il 7,1 per cento delle pazienti del gruppo trastuzumab-pertuzumab aveva sviluppato metastasi, contro l’8,7 per cento di quelle trattate con trastuzumab. A distanza di 3 anni, il 94,1 per cento delle pazienti del gruppo pertuzumab non presentava metastasi, contro il 93,2 per cento di quelle del gruppo placebo; i benefici del pertuzumab erano un po’ più evidenti nelle pazienti con metastasi linfonodali nelle quali il tasso di sopravvivenza libera da progressione di malattia a tre anni era del 92 per cento (contro il 90,2 per cento del gruppo di controllo). In questo caso quindi la differenza assoluta tra i due gruppi era del 2 per cento.

 “Si tratta di risultati preliminari – commenta von Minckwitz – ma visto che il beneficio assoluto dell’aggiunta del pertuzumab si è rivelato modesto, l’impiego contemporaneo dei due farmaci anti-HER2 andrebbe per ora riservato alle pazienti più a rischio, cioè a quelle con metastasi linfonodali alla diagnosi e con recettori ormonali negativi”. Lo studio APHINITY adesso prosegue con l’osservazione delle pazienti dei due gruppi di trattamento per valutare se su un intervallo più lungo di tempo potranno emergere dei benefici con l’aggiunta del pertuzumab. Nel frattempo si sta cercando di individuare dei biomarcatori predittivi di una migliore risposta al trattamento in qualche sottogruppo di pazienti. “Stiamo anche cercando di determinare – conclude von Minckwitz – la durata ottimale del trattamento; è probabile che dopo l’intervento chirurgico, non serva proseguirlo per un anno, perché 6 mesi potrebbero essere sufficienti”. (MARIA RITA MONTEBELLI)

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