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EPATITE C (HCV)

L’eradicazione è molto più vicina
con i nuovi farmaci pangenotipici

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Grandi passi in avanti sono stati compiuti da quel non troppo lontano 1989 in cui fu identificato il virus dell'epatite C (Hcv), permettendo così di dare un nome preciso a quella grave infiammazione virale del fegato che fino a quel momento era nota solo come epatite 'non A non B'. Nel corso del tempo il virus è stato studiato a fondo e ne sono stati individuati i 6 genotipi - quasi delle ‘sottospecie’ e, al contempo, la ricerca ha sviluppato terapie via via più efficaci, cambiando decisamente lo status di questa patologia da estremamente grave e invalidante a gestibile e spesso guaribile. Sono stati anni di profondi mutamenti nella lotta all'Hcv e ora ci troviamo di fronte ad una nuova svolta: il recente ampliamento dei criteri di accesso alle nuove terapie da parte dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha aperto le porte della cura ad un numero sempre maggiore di pazienti infetti. Oggi per loro esiste un’arma che potrà rendere l’obiettivo dell’eliminazione dell'epatite C più facile da raggiungere. Si tratta della combinazione sofosbuvir + velpatasvir, un trattamento pangenotipico, ovvero efficace contro tutti i ceppi del virus dell’Hcv, che agisce inoltre in un tempo più breve e con meno effetti collaterali rispetto agli altri trattamenti. “I farmaci antivirali ad azione diretta, di cui sofosbuvir è stato il capostipite, sono la terapia rivoluzionaria nella cura dell'epatite C perché permettono di svincolarsi dall'utilizzo dell'interferone, che era risolutivo solo nel 50 per cento dei casi. Grazie a tali terapie, si possono guarire un maggior numero di pazienti, con effetti collaterali minori ed efficacia più elevata - spiega Stefano Fagiuoli, direttore dell'unità complessa di gastroenterologia, epatologia e trapiantologia, dell'azienda socio-sanitaria territoriale (Asst) di Bergamo, Papa Giovanni XXIII - In particolare, la nuova combinazione di sofosbuvir con velpatasvir (pangenotipico), da poco disponibile anche in Italia, rappresenta un’importante innovazione terapeutica perché agisce su tutti i genotipi del virus. È efficace infatti nel 99 per cento dei casi nei genotipi 1, 2 e 4, nel 95 per cento dei pazienti con genotipo 3.” Sofosbuvir + velpatasvir ha dimostrato di essere efficace in 12 settimane, dimezzando i tempi di terapia rispetto agli antivirali ad azione diretta di prima generazione utilizzati fino adesso in pazienti con patologia avanzata.

Il nuovo regime pangenotipico consente di iniziare a trattare i pazienti in tempi brevi. Fino ad oggi, infatti, i pazienti dovevano venire sottoposti a diversi test, sia prima di iniziare il trattamento che durante, con sistemi di monitoraggio; l’introduzione dello schema pangenotipico semplifica questa routine. La combinazione sofosbuvir e velpatasvir per 12 settimane è stata autorizzata per i pazienti senza cirrosi o con cirrosi compensata e in combinazione con ribavirina per i pazienti con cirrosi scompensata. Sofosbuvir + velpatasvir è anche il primo regime a singola compressa approvato per il trattamento dei pazienti con genotipo 2 e 3, senza l’ausilio di ribavirina. Infine, l'introduzione di uno schema che agisce su tutti i genotipi permetterà di abbattere il problema delle resistenze, il fenomeno per cui i virus acquisiscono la capacità di sfuggire all'azione dei farmaci. “Il nuovo pangenotipico consente al medico di trattare tutti i tipi di pazienti nelle diverse fasi della malattia, con straordinaria efficacia in quelli con malattia avanzata - conclude Fagiuoli - inoltre è l’unica terapia che è stata utilizzata con ottimi risultati nei pazienti post-trapianto”. L'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha posto come obiettivo da raggiungere entro il 2030 il controllo delle epatiti virali. Un traguardo ambizioso che potrà essere centrato attraverso la riduzione del 90 per cento dei nuovi casi di epatite B e C, trattando l'80 per cento dei pazienti eleggibili per il trattamento e riducendo del 65 per cento i decessi legati alle epatiti. In questo contesto si colloca il Piano nazionale per l'eradicazione dell'Hcv voluto dall'Aifa e dal ministero della salute che prevede di trattare 80 mila persone all'anno nei prossimi tre anni. “Il nuovo farmaco pangenotipico semplificherà ulteriormente gli attuali schemi terapeutici ed è certamente interessante per la sua 'maneggevolezza', caratteristica sicuramente apprezzata da medici e pazienti: è un contributo concreto all’eliminazione dell'epatite C nel nostro Paese”, dichiara Ivan Gardini, presidente di EpaC onlus.

Che il vento sia cambiato per i pazienti con Hcv lo testimoniano anche le conversazioni che avvengono in rete, specchio contemporaneo dei sentimenti positivi e negativi che attraversano la società: rispetto al 2013, quando la rivoluzione dei farmaci non era che agli albori, si respira un’aria di fiducia e di ottimismo, come testimonia l’analisi di oltre 1000 post pubblicati sui gruppi di pazienti con Hcv presenti sul social network più diffuso, Facebook, condotta da 'Voices from the Blogs', spin-off dell'università degli studi di Milano specializzata nell’ascolto e nell’analisi delle conversazioni online. “Rispetto a quanto rilevato nel periodo precedente, nel 2017 i post su facebook ci restituiscono un sentiment più positivo: crescono del 5 per cento i post che riportano emozioni positive - spiega Andrea Ceron, co-fondatore di 'Voices from the Blogs' -  rispecchiando così i cambiamenti avvenuti nello scenario degli ultimi mesi”. In Italia stime recenti collocano il numero di malati di epatite C tra un minimo di 250 mila a un massimo di 600 mila. “Di questi, si ritiene che il 20 per cento non sappia di esserlo - afferma Salvatore Petta, della sezione di gastroenterologia all’università degli studi di Palermo - L’infezione, infatti, rimane silente per molti anni, tempo in cui il virus, però, danneggia l’organismo e spesso, quando si arriva alla diagnosi, la malattia è già in fase avanzata. L’obiettivo dell’eliminazione del virus dal nostro paese – prosegue Petta – non potrà essere raggiunto fino a quando anche queste sacche di malati (tossicodipendenti, detenuti, coinfetti) non verranno curate. Allo stato attuale non serve uno screening di massa ma un’azione in sinergia con i medici di medicina generale per individuare i soggetti suscettibili, capire le ragioni di un eventuale rifiuto delle terapie in passato e spiegare i progressi medici compiuti”. Con l’avvento del farmaco universale, che può essere usato su tutti i genotipi, l’armamentario per la lotta all’Hcv è completo. “Ora abbiamo praticamente tutto: un fondo dedicato, bravi specialisti, e farmaci disponibili. Ma la sola enunciazione di un 'Piano di eradicazione' non basta. Serve un serio impegno da parte delle regioni per ridefinire le reti di cura, renderle capillari per prendere in carico tutti i pazienti già diagnosticati, rinforzare i centri che hanno in carico migliaia di pazienti, e creare dei percorsi terapeutici che coinvolgano tutti gli stakeholders” conclude Gardini. “È per noi un onore essere parte di un piano di così ampio respiro e di poter mettere un importante tassello terapeutico a disposizione dei pazienti che lottano contro il virus - commenta Valentino Confalone, general manager di Gilead in Italia - Nel 2017 Gilead compie 30 anni, e in questo periodo ha sempre scommesso sull’innovazione come chiave della ricerca e dello sviluppo dei propri farmaci, in aree terapeutiche con forti bisogni insoddisfatti per pazienti e sistema nel suo complesso. Ciò è accaduto anche e soprattutto nell’ambito delle malattie infettive, come l’epatite C, con terapie che hanno rappresentato un vero spartiacque nella storia della malattia”. (MATILDE SCUDERI)

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