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RICERCA SCIENTIFICA APPLICATA

Secondo studi internazionali
un buon caffè... allunga la vita!

Anche i professori Filomena Morisco e Fabio Farinati della Sige hanno evidenziato meccanismi che possono spiegare gli effetti benefici del caffè nel paziente con malattie epatiche croniche

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Secondo studi internazionaliun buon caffè... allunga la vita!

Bere caffè fa vivere più a lungo. È quanto emerge da due recenti ed importanti studi pubblicati su Annals of Internal Medicine che avevano come obiettivo la valutazione di eventuale associazione tra consumo di caffè e mortalità. Il primo studio, diretto da Marc J. Gunter, epidemiologo dell’International Agency for Research on Cancer, riguarda la coorte Epic (European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition) che coinvolge 10 paesi europei (Italia, Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Olanda, Norvegia, Regno Unito, Spagna e Svezia), con ben 521.330 persone arruolate;  il secondo, diretto da Veronica W. Setiawan, epidemiologa della Keck School of Medicine of USC, riguarda la Multiethnic Cohort (Mec) che coinvolge oltre 185 mila persone con differente etnia (afroamericani, latinoamericani, nativi hawaiani, ecc.). In entrambi gli studi il follow-up medio è stato di 16 anni ed è stata osservata associazione inversa tra consumo di caffè e mortalità in tutti i paesi, per tutte le etnie e indipendentemente dal metodo di preparazione del caffè e dalla presenza di caffeina, un effetto quindi praticamente universale.

Il caffè, grazie al suo gusto ed aroma, è una delle bevande più popolari e consumate al mondo. Oltre alla caffeina, il caffè contiene altre sostanze biologicamente attive quali polifenoli, acido clorogenico, diterpeni, melanoidine, tutte sostanze dotate di proprietà antiossidanti e modulanti il metabolismo glucidico e lipidico. Queste sostanze sono presenti in concentrazioni che variano in rapporto al tipo di caffè utilizzato e al processo di tostatura. Negli ultimi due decenni, il caffè è stato molto studiato per i suoi effetti benefici sulla salute in genere e in diverse specifiche condizioni patologiche. Dagli studi epidemiologici è emerso che il consumo di caffè è associato a riduzione del rischio di diabete, malattie epatiche croniche, patologie cardiache ed anche di alcune neoplasie, tra le quali in particolare quelle epatiche. I risultati forse di maggiore interesse riguardano le malattie dell’apparato digerente e le malattie epatiche croniche. Molti studi sperimentali hanno documentato come il consumo di caffè riduca la steatosi epatica e, nei pazienti con malattia epatica cronica, specie se causata da consumo di alcol, il consumo di caffè si associ ad un decorso di malattia più lieve ed un quadro di infiammazione meno severo rispetto a chi beve poco caffè o non lo beve affatto.

Sebbene molto sia noto dal punto di vista epidemiologico, ben poco si sa sul meccanismo di azione del caffè. Molti sono gli studi in corso nel mondo a riguardo e, per esempio, la professoressa Filomena Morisco ed il professor Fabio Farinati, entrambi membri della Società Italiana di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva (Sige) – hanno studiato alcuni meccanismi biologici e molecolari che possono almeno in parte spiegare gli effetti benefici del caffè, in particolare nel paziente con malattie epatiche croniche. I risultati di questi studi stanno consentendo una migliore comprensione dei meccanismi alla base della ‘protezione’ esercitata dal caffè e quindi, sebbene sia ancora prematuro considerare il caffè come una terapia, già qualche anno fa opinion leader come il professor D. M. Torres si ponevano la domanda: “E’ arrivato il momento di preparare le ricette per il caffe?” (Gastroenterology, 2013). La pubblicazione di questi due studi consolida ulteriormente l’evidenza che l’assunzione moderata di caffè, da 3 a 5 tazze al giorno, ha effetti benefici per la salute e che il caffè dovrebbe far parte di una sana alimentazione ed inserito nel concetto di ‘dieta mediterranea’. (MARTINA BOSSI)

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