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MORIRE DI SONNO

Sottovalutare l’insonnia cronica,
problema che può rivelarsi fatale

A parità di condizioni, chi presenta disturbi del sonno ha un rischio di morte maggiore di un individuo che dorme il giusto numero di ore. A spiegarcelo è lo specialista, Gianmarco Giobbio

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Sottovalutare l’insonnia cronica, problema che può rivelarsi fatale

Come in moltissimi stanno sperimentando, con il caldo torrido di questi giorni risulta molto difficile prendere sonno. Questo avviene perché durante la stagione estiva è più difficile per il nostro organismo raggiungere il fisiologico abbassamento della temperatura corporea che si accompagna all’addormentamento. Inoltre, con le ferie e le vacanze, si finisce per alterare momentaneamente il proprio stile di vita, e spesso a farne le spese sono proprio le ore di sonno. Quello che non tutti sanno è che le alterazioni del ritmo sonno/veglia rischiano di stabilizzarsi e degenerare in insonnia cronica. Si deve inoltre considerare che l’insonnia, è spesso un sintomo premonitore di patologie psichiatriche: dai disturbi d’ansia alla depressione solo per parlare delle più frequenti. Ma non è finita qui: "l’attenzione al riposo appare sottovalutata – ammette Gianmarco Giobbio, psichiatra del centro Sanitatem mentis che i Fatebenefratelli hanno aperto recentemente a Cernusco sul Naviglio (Milano) - i dati infatti sono incontrovertibili. Gli studi epidemiologici dimostrano che l’insonnia è associata ad un significativo incremento di mortalità". Il ritmo sonno/veglia rappresenta un meccanismo ancestrale: naturalmente, le caratteristiche del sonno per intensità, durata e qualità complessiva dipendono da numerosi fattori, quali aspetti fisiologici, culturali, sociali e lavorativi, le cui interazioni sono ancora poco conosciute: "ad esempio, è sempre più frequente osservare stili di vita caratterizzati da una progressiva riduzione delle ore di sonno a favore di attività lavorativa o socializzante che ci tengono impegnati sino ad ore tarde – ricorda Giobbio - Questi fattori inducono frequentemente la comparsa di un senso di fatica, stanchezza e sonnolenza diurna. A fronte di abitudini comportamentali o patologie che riducono il numero complessivo delle ore di sonno, gli studi clinici dimostrano un progressivo e sottovalutato danno a livello degli apparati metabolici, endocrini e immunitari. Nelle ultime due decadi si sono moltiplicate le pubblicazioni scientifiche che hanno correlato i disturbi del sonno ad esiti negativi  a lungo termine per la salute dell’uomo, compreso un incremento complessivo della mortalità a causa di malattie cardiovascolari, diabete ipertensione, disturbi respiratori, obesità».

Studi metanalitici su un elevato numero di soggetti - oltre 1 milione - indicano come chi dorme un numero di ore inferiore 7 e in particolare inferiore a 5 ha un rischio di morte maggiore del 33 per cento a parità delle altre condizioni, rispetto ai soggetti che dormono un numero di ore compreso tra 7 e 8. Ma anche chi dorme troppo, ovvero più di 9 ore, presenta un rischio di mortalità aumentato di oltre il 12 per cento. Il dato è particolarmente interessante in quanto è indipendente dalle caratteristiche delle popolazioni studiate. Il trattamento dell’insonnia diventa dunque un problema sociale di salute pubblica proprio per l’elevato indice di mortalità presente. E considerando solo la fascia di popolazione in cui la riduzione del numero di ore di sonno non è conseguenza di una scelta di vita, ma una vera e propria patologia, si calcola che circa il  10 per cento della popolazione ne soffre in modo cronico. Che il problema sia sottovalutato lo dimostrano i dati che indicano come il 60 per cento degli insonni cronici non  ha mai parlato del disturbo con il proprio medico. Le categorie a più alto rischio  sono gli anziani, i soggetti di sesso femminile, soprattutto in presenza di concomitanti fattori sociali stressanti (divorzi, separazioni, vedovanza, perdita del lavoro, difficoltà economiche solo per citare le più frequenti).

Che caratteristiche ha l’insonnia patologica? "L’insonnia viene diagnosticata come patologica – spiega Giobbio - se è caratterizzata da una  riduzione del numero di ore di sonno rispetto alle abitudini del  soggetto e se è associata a sintomi diurni quali stanchezza, ridotta energia, irritabilità, disturbi dell’umore, sonnolenza diurna. L’insonnia oltre alla riduzione del complessiva del numero di ore di sonno si differenzia a secondo del momento della notte in cui compare: difficoltà ad addormentarsi; difficoltà di mantenere la continuità del sonno con continui risvegli; insonnia precoce – dopo 1-2 ore di sonno il soggetto si sveglia ed ha difficoltà a riaddormentarsi; risveglio anticipato rispetto al normale se il soggetto si sveglia 1 o 2 ore prima dell’abituale suono della sveglia. Vi è poi una particolare tipologia di insonnia atipica, caratterizzata da un sonno non ristoratore per cui il soggetto pur dormendo un numero di ore complessivamente adeguate, mantiene la sensazione diurna di stanchezza e sonnolenza. Si fa diagnosi di insonnia se il disturbo è frequente (almeno 3 notti la settimana) e si prolunga per almeno 1 mese". Le insonnie possono essere primarie, ovvero quando non si accompagnano a malattia organica o altro disturbo psichiatrico o uso di farmaci, oppure secondarie ad una o più condizioni patologiche. Trattare l’insonnia significa indagarne le caratteristiche ed identificare gli eventuali fattori eziologici.

"Il primo intervento consigliato – aggiunge lo specialista - riguarda la messa in atto di stili comportamentali che favoriscano la comparsa di un sonno fisiologico quali evitare attività troppo energiche nelle ore serali (attività fisica o mentale intesa), ridurre l’uso di schermi o telefonini che inducono stimolazioni luminose intense (oggi sono disponibili specifici filtri dell’intensità luminosa nella fascia blu che incide in modo rilevante sull’induzione del sonno), ridurre la luminosità nelle stanze ove si soggiorna, preferendo tonalità calde, esporsi a luce intesa al risveglio la mattina per almeno 20 - 30 minuti. Il trattamento farmacologico deve essere limitato ai casi di insonnia acuta sporadica o ai casi più complessi in associazione ad altre patologie, soprattutto psichiatriche. Nel primo caso è utile l’uso della melatonina o di ipnotici non benzodiazepinici per il trattamento delle insonnie sporadiche. L’uso intermittente evita il fenomeno della dipendenza. Se l’insonnia non si risolve in tempi rapidi o il trattamento con farmaci ipnotici si rivela inefficace, occorre rivedere la terapia e rivalutare la diagnosi, anche attraverso la consulenza di un esperto". (MATILDE SCUDERI)

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