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EUROPEAN BIOSAFETY NETWORK

“Ogni giorno due infermieri su tre
non seguono le procedure corrette”

Piani di prevenzione, formazione e disponibilità di dispositivi sempre più sicuri: queste sono le tre strategie fondamentali per tutelare la sicurezza degli operatori sanitari

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“Ogni giorno due infermieri su trenon seguono le procedure corrette”

Ogni anno tagli e punture accidentali rappresentano in Italia circa il 75 per cento per cento - su un totale di 130 mila - dei cosiddetti 'incidenti occupazionali a rischio biologico'. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, in assenza di interventi preventivi, nel mondo ogni anno si verificano oltre tre milioni di incidenti causati da strumenti pungenti o taglienti contaminati con Hiv o virus dell’epatite B e C. Incidenti che causano almeno 83 mila infezioni ogni anno. Questi gli allarmi lanciati nei giorni scorsi in occasione del 6° Summit organizzato dallo European biosafety network - con il supporto incondizionato di Becton Dickinson – dove i referenti delle istituzioni europee e italiane, nonché delle associazioni professionali della sanità, si sono confrontati per fare il punto sulle procedure di sicurezza all’interno degli ospedali italiani e per individuare le possibili azioni da intraprendere per garantire la sicurezza a tutti gli operatori sanitari.

Gli infermieri risultano essere la categoria più esposta ai rischi in ambito ospedaliero. Secondo i dati dell’Osservatorio italiano 2017 sulla sicurezza di taglienti e pungenti per gli operatori sanitari, ricerca realizzata da Gfk Italia, c’è innanzitutto un deficit di consapevolezza. Su un campione di 150 operatori in servizio in ospedali con almeno 100 posti letto, il 66 per cento – pari a due infermieri su tre - dice di mettere in pratica quotidianamente almeno un comportamento che li sottopone a rischio di incidenti per puntura o taglio, percentuale che sale al 77 per cento se si prende in considerazione esclusivamente la fascia degli under 40. Un terzo degli infermieri, poi, reincappuccia gli aghi usati, operazione proibita dal 1990.  E anche lo smaltimento dei dispositivi contaminati è fonte di insidie. Nel 40 per cento dei casi avviene in 'contenitori impropri', determinando anche per il personale non sanitario, ad esempio gli addetti alle pulizie, ulteriori rischi. Piani di prevenzione, formazione per gli operatori e disponibilità di dispositivi sempre più sicuri sono le tre strategie fondamentali per contrastare il fenomeno.

A sostenerlo è Gabriella De Carli, infettivologa dello Studio italiano rischio occupazionale da Hiv (Siroh) presso l’Istituto nazionale per le malattie infettive Lazzaro Spallanzani. “Si potrebbero evitare fino a 53 mila incidenti a rischio biologico, 550 mila ore lavorative perse e 16 mila giornate di malattia. Per dare un ordine di grandezza, ogni anno in Italia – spiega De Carli – vengono spesi almeno 36 milioni per far fronte alle conseguenze delle ferite accidentali da aghi cavi. Si tratta di una cifra che potenzialmente potrebbe aumentare considerando che la metà degli incidenti non viene denunciata dagli operatori, il più delle volte per sottovalutazione del rischio o per modalità di notifica troppo complesse”. Un lavoro di ricerca a cui ha partecipato anche l’infettivologa De Carli. Che ha stimato il 'costo di routine' correlato a una singola puntura d’ago accidentale. La cifra supera 850 euro, includendo costi di reporting, test sierologici per identificare la presenza di virus e la profilassi post esposizione, per i casi considerati a rischio. Senza contare l’impatto sulla vita personale e di relazione che il rischio di aver contratto un’infezione da virus determina nell’operatore, che può aver bisogno anche di un supporto psicologico.

Determinante per la prevenzione dei rischi è l’adozione da parte delle strutture sanitarie di dispositivi con meccanismi di sicurezza. Tuttavia, secondo i dati del ministero della Salute, relativi agli acquisti nel settore pubblico, la percentuale di conversione da 'dispositivi convenzionali' a 'dispositivi di sicurezza' è ancora bassa: supera il 50 per cento solo per i dispositivi per accesso venoso periferico (aghi cannula), i più pericolosi poiché raccolgono e trattengono sangue, ma è più bassa per gli altri dispositivi comuni (device per prelievo, aghi, siringhe con ago e così via).  “Molto deve essere ancora fatto. Anche i più recenti dati disponibili – sottolinea De Carli – evidenziano infatti ancora una disomogeneità di utilizzo a livello italiano. C’è sicuramente una maggiore attenzione al problema, ma molto resta da fare. Abbiamo evidenziato come, implementando tutti gli interventi preventivi previsti che includono l’adozione di aghi e dispositivi di sicurezza, si possa ridurre drasticamente il fenomeno infortunistico come è già stato dimostrato negli ospedali del gruppo Siroh, e in alcuni paesi europei ed extra europei. Serve ora – conclude l’esperta – un’azione coordinata, se non un cambiamento culturale, a partire dai direttori generali delle aziende sanitarie, che vanno coinvolti nel processo decisionale relativo all’allocazione delle risorse per la sicurezza fino al singolo operatore che non deve mai sottostimare i rischi”. (MATILDE SCUDERI)

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