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PIANO DI ERADICAZIONE HCV

Questo il Piano contro l'epatite C:
con le nuove cure virus subito 'KO'

“Si tratta di un’evoluzione straordinaria della medicina” sottolinea Giovanni Di Perri (nella foto) ordinario di Malattie Infettive, Università di Torino. I vantaggi per il Ssn e le prospettive per i pazienti

10 Aprile 2018

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Professor Giovanni Di Perri

Professor Giovanni Di Perri

Si stima che in Italia ci siano circa 300 mila pazienti diagnosticati con Epatite C (Hcv). A questi si aggiungono i dati del sommerso, ossia coloro che restano inconsapevoli di aver contratto l’infezione. Il totale stimato che va oltre il milione di persone. L'infezione da Hcv è  responsabile di un'epatite cronica che può portare in circa il 30-40 per cento dei casi allo sviluppo di cirrosi e delle relative complicanze. La progressione della malattia è del tutto asintomatica e avviene, in genere, nell'arco di alcuni decenni: l'eliminazione dell'infezione garantisce lo spegnimento della malattia epatica e la sua completa risoluzione se attuato prima dello sviluppo della cirrosi.

Le novità. E’ in atto un cambiamento storico nella terapia delle malattie epatiche da virus C. Con la disponibilità dei nuovi farmaci ad azione antivirale diretta, infatti, è oggi possibile curare la maggior parte dei pazienti a prescindere dallo stadio della malattia. A livello nazionale, infatti, sono stati realizzati due importanti interventi al fine di realizzare il Piano di Eradicazione Hcv, che prevede l’arruolamento di 80 mila pazienti all’anno, per 3 anni. Primo intervento: nel 2017 è stato confermato il fondo per i farmaci innovativi, 500 milioni di euro annui, dei quali la maggior parte è dedicata a farmaci per la cura dell’Hcv. Secondo intervento: nel marzo 2017 sono stati ampliati i criteri di arruolamento. E tutti i pazienti affetti dal virus possono attualmente accedere alle cure.

I nuovi trattamenti. I dati  forniti dall’AIFa, che costituisce la fonte ufficiale dei trattamenti attivati in Italia, dimostrano come al 5 marzo 2018 siano stati complessivamente attivati oltre 122 mila trattamenti: in particolare nel 2017 si è osservato un significativo  incremento dei trattamenti (+ 39 per cento) rispetto al 2016, con una tendenza ad  ulteriormente incrementarsi nei primi 2 mesi del 2018. Per oltre 20 anni, dalla fine degli anni ’90, si sono avvicendate delle forme di terapia, inizialmente solo immunomodulanti, che nella migliore delle circostanze davano un risultato di circa il 45 per cento e richiedevano un impegno terapeutico dai 6 ai 12 mesi. I costi erano elevati e non mancavano effetti collaterali che spesso determinavano anche delle interruzioni: ad esempio, i farmaci in questione erano sconsigliati per pazienti con precedenti psichiatrici oppure c’era il rischio di ipertermia ed anemia. A partire dal 2013 circa, sono state sintetizzate delle nuove molecole le quali, anziché essere immunomodulanti, ossia lavorare sulla risposta immunitaria dell’uomo al virus, avevano un’azione diretta contro il virus stesso. “È stata un’evoluzione rapidissima, resa possibile da alcune realizzazioni di scienza di base tipo la possibilità di simulare la replicazione virale in un sistema di cellule in vitro – spiega il professor Giovanni Di Perri – Si è arrivati a sviluppare e disporre di molecole talmente potenti che con la nuova terapia la risposta è aumentata dal 45 per cento ad oltre il 95 per cento, con tempi ridotti ad appena 8 settimane. Grazie alla qualità e alla durata ridotta della terapia, gli effetti collaterali sono quasi totalmente assenti”. Il farmaco in questione ha già ottenuto la rimborsabilità da AIFa e realizza due forme di terapia, che agiscono su tutti i genotipi circolanti di epatite C e che distruggono il virus in 2 o 3 mesi, a seconda della presenza o meno di cirrosi o di specifici genotipi virali.

I risparmi. Sebbene sia stato rilevato il costo elevato dei nuovi farmaci, queste nuove terapie permettono un sensibile risparmio, sia per il paziente che per il Servizio sanitario nazionale. “In 4 anni – sottolinea Di Perri – siamo arrivati a una spesa pro capite inferiore a quella che avevamo quando utilizzavamo i vecchi farmaci; a questo progresso vanno aggiunti i ridotti tempi di terapia, minori esami intercorrenti e ovviamente tutto ciò che è un vantaggio per il paziente (tempi di cura ridotti, minori effetti collaterali) che di riflesso costituisce un beneficio anche per il Ssn, poiché il soggetto non ha più bisogno di accessi a scadenza periodica come quando la patologia era quasi irreversibilmente cronica. In breve, siamo arrivati a un processo di ottimizzazione di diagnosi e cura con costi inferiori al passato e con una percentuale di successo elevatissima”. (DANIEL DELLA SETA)

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