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Digital disruption, così il digitale continua a cambiarti la vita: casa, spesa, auto e soldi

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Digital disruption, così il digitale continua a cambiarti la vita: casa, spesa, auto e soldi

L’universo digitale, per definizione, è un passo avanti. Anche nel linguaggio, dove la pulsione a cedere agli inglesismi è un fatto comune. E il cedimento di cui trattiamo si chiama “digital disruption”, traducibile come “rottura” o “scissione” digitale. Una definizione con la quale gli accademici hanno intimità, ma i cui confini sono mutevoli e a tratti indefinibili. Per comprendere ciò di cui stiamo parlando, definiamo la digital disruption come il complesso dei cambiamenti che l’innovazione digitale - il web - impone ai mercati (il concetto di rottura) e al modello di business (quello di scissione).

Il biglietto aereo che un tempo acquistavamo in agenzia e che ora “stacchiamo” online è una delle più metabolizzate forme di digital disruption. Skype e WhatsApp sono (stati) digital disruption applicata alla telefonia. Due piccoli esempi che paiono già archeologia socio-digitale, penetrati a fondo nelle nostre abitudini. Ma la terza rivoluzione industriale - questa è un’altra gettonata definizione di digital disruption - è in perenne divenire, ogni giorno la frontiera si sposta più in là. Qui si illustreranno alcuni esempi, gli scenari più suggestivi - e a tratti inquietanti- a cui tende l’universo digitale.

FINANZA E CINEMA
BlackRock, la più grande società di investimento del mondo con un portafoglio da 5.100 miliardi di dollari, utilizzerà un cervellone elettronico per selezionare i titoli su cui puntare. Un software, insomma, stabilirà su cosa scommettere. Semplice l’assunto: per gli esseri umani, il mercato dei titoli è più difficile da decifrare, un algoritmo garantisce maggiori possibilità di profitto (e soprattutto maggiori certezze). La scelta di Blackrock non è isolata: sempre più hedge fund, a livello globale, commissionano la scelta dei titoli a un “robot”, i quale si occupa in prevalenza del portafogli di investitori basici, ovvero i più comuni. Nel caso di BlackRock, oltre 40 dipendenti perderanno il loro impiego: cifre che inquadrano l’impatto sociale negativo che la digital disruption porta in dote. La macchina ruba il lavoro all’essere umano.

Dunque, il cinema. Tutti, o quasi, si sono imbattuti in Netflix. La tv arriva dalla rete, le pubblicità scompaiono, i canoni di abbonamento si abbassano, il palinsesto tende a sparire. Fin qui, tutto metabolizzato. La rivoluzione, la digital disruption, al contrario sta nell’ultima sfida di Netflix e dei suoi fratelli (Amazon Video e Hulu): quella all’industria di Hollywood. Il business dei colossi on-demand si sposta sempre più verso la produzione e la distribuzione di prodotti originali: dalla primigenia veste di Blockbuster (da intendersi come luogo digitale dove affittare un contenuto altrui) si passa, appunto, a un vestito con taglio hollywoodiano, dove ogni aspetto del contenuto viene curato da chi poi distribuirà il prodotto. È un fenomeno relativamente recente, al quale prendono parte anche Google (ha commissionato serie originali per You Tube Red) e Apple (in sinergia con Hollywood per la creazione di film). Molto presto Netflix, o chi per lei, verrà premiata alla notte degli Oscar (Amazon Video, a una finale, ci è già arrivata).

SUPERMERCATI E AUTO
La spesa la facciamo online: non solo la consegna a casa di Esselunga, ma - soprattutto - Amazon Prime Now: clicchi e in due ore arriva. Un settore dove il colosso di Jeff Bezos è il primo gruppo al mondo. Il sospetto è che mantenendo una politica di prezzi straordinariamente competitivi (si pensi che l’utile netto di Amazon è di soli 2,4 miliardi di dollari, rispetto per esempio ai 45,2 miliardi di Apple), il colosso miri a un monopolio della grande distribuzione globale (non a caso, Amazon oggi è considerata la società con le più significative possibilità di guadagno azionario, ben al di sopra di Google). Sospetti a parte, è interessante sottolineare l’ennesima disruption imposta da Bezos, da intendersi come ricerca di sinergie. Non di Amazon, bensì di Walmart, il più grande rivenditore al dettaglio al mondo e oggi la maggiore catena che opera nella grande distribuzione: il gruppo, infatti, sta cercando di acquisire Flipkart, leader in India nell’e-commerce. Mossa di sopravvivenza: per resistere alla Amazon del futuro, Walmart è costretta ad acquisire ciò che di più simile ad Amazon ci sia oggi.

Le auto. E la California. Sempre la California. Il Dipartimento di Stato ha recentemente presentato una proposta di legge che vieta l’obbligo della presenza di un umano a bordo delle “auto intelligenti” durante i test di sviluppo. Chiara la ratio del provvedimento (che forse sarà legge entro fine anno): favorire la ricerca su una tecnologia che promette di azzerare i rischi sulle strade. Una tecnologia dove Google (la Google Car) - ecco la digital disruption -, con un ruolo da pioniere, vuole sostituirsi alle case tradizionali. Ma questa è solo la prima faccia della medaglia. La seconda è Uber, il contestato servizio che sta archiviando i taxi, non per il servizio in sé (arcinoto) che offre, ma per le prospettive. Lo scorso luglio, infatti, in occasione dell’ultimo finanziamento ottenuto dal fondo sovrano dell’Arabia Saudita, il gruppo è stato valutato 68 miliardi di dollari, un terzo in più di GM. Piccola differenza: GM ha un utile di 9,4 miliardi, Uber nel 2016 ha perso più di 2 miliardi. Le valutazioni possono essere sbagliate, ma le cifre lasciano intendere in modo lampante dove sta il futuro dell’auto (non in fabbrica).

IMMOBILIARE
La più fragorosa rottura digitale, in tempi di sharing economy, sta tutta in Airbnb, il servizio che permette a privati di affittare la propria casa. Rottura ampiamente metabolizzata. Anche qui la rivoluzione sta altrove, ovvero nel modo in cui una App di successo possa stravolgere il mercato immobiliare. Il caso-scuola è quello di Reykjavik, capitale islandese, Paese interessato negli ultimi anni da un boom turistico (da 500mila visite nel 2008 a 1,6 milioni lo scorso anno). Uno sviluppo tanto rapido da rendere insufficienti il numero di hotel e alloggi presenti nella capitale. I fitti su Airbnb, dunque, sono diventati richiestissimi e hanno reso la casa un bene profittevole e più prezioso di quanto fosse. Il risultato? Una clamorosa bolla immobiliare, che ha fatto schizzare il valore del mattone, tanto che lo scorso giugno il Parlamento ha approvato una legge per regolare gli affitti stipulati attraverso Airbnb e simili.

di Andrea Tempestini

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