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Beppe Vessicchio, il Babbo Natale di Sanremo: "Il mio incubo più grande del Festival"

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Peppe Vessicchio, il Babbo Natale di Sanremo: "Il mio incubo più grande del Festival"

«Dirige l' orchestra, il Maestro Beppe Vessicchio». Cambiano i conduttori di Sanremo, i governi, le alleanze internazionali, ma tra le poche certezze della vita c' è la presenza sul podio di Sanremo del barbuto direttore d' orchestra. Dal 1986, quasi ogni anno, con l' aspetto da Babbo Natale e il sorriso sornione, Beppe o Peppe (è uguale) guarda la telecamera, si volta, alza la bacchetta e dirige le musiche.
E invece no. Quest' anno Vessicchio non ci sarà. Domani riparte il carrozzone musicale e lui non si vedrà. Un caso? Una censura? Lo scopriamo in queste righe, grazie allo humor irresistibile del Maestro e alla sua gentilezza. Di sicuro sappiamo che, dopo la notizia che il timido direttore napoletano non avrebbe diretto l' orchestra, è venuto giù il mondo: sollevazioni, firme, petizioni online, hashtag, mancava solo l' interrogazione parlamentare e non è detto che non arrivi.

Maestro, si immaginava una dimostrazione d' affetto simile?
«Ne sono piacevolmente colpito. Chissà, forse mi apprezzano per l' immagine familiare di un accomodante nonnino. La barba è autentica e bianca, né rossa, né gialla, né nera».

Perché è tanto amato?
«I nonni sono rassicuranti perché danno l' idea di non essere più in gara e, se pure avessero delle preferenze, hanno il dovere di non generare inutili conflitti».

Era stato "prenotato" da due artisti che poi non sono stati scelti da Carlo Conti. Chi erano?

«Non si tratta della categoria Big, quindi la faccenda non riguarda direttamente Conti. Ho curato la produzione e realizzazione dei brani di due cantautori che hanno partecipato alle selezioni dei Giovani: Saverio Martucci e Carolina Bubbico».

Ha vinto come migliore arrangiatore, è arrivato primo quattro volte con Avion Travel, Scanu, Alexia e Vecchioni. Cos' è per lei Sanremo?

«Una grande occasione per la canzone italiana. Tutti hanno sognato di calcare quel palcoscenico e chi non lo ha fatto ed è riuscito comunque nella sua carriera è solo un' eccezione che conferma la regola».

È vero che ha declinato l' invito di Nicola Savino al Dopofestival?

«No. Nei miei piani c' era comunque la presenza a Sanremo per la presentazione del cd e del libro La musica fa crescere i pomodori, con qualche apparizione al Dopofestival e a La vita in diretta, così come feci lo scorso anno sempre con "I Solisti del Sesto Armonico". Quello che è scaturito da questa ondata di enorme affetto mi induce a non strumentalizzare il sentimento che mi ha travolto. Sto valutando se procedere come da piano o rinunciare a tutte le tv e fare quello che la benevola petizione ha smosso, cioè salutare il pubblico del Festival da una poltrona dell' Ariston».

Allora ci sarà.

«Carlo mi ha offerto un posto in prima fila, ma preferirei un punto più defilato, più adatto a uno che non pratica il presenzialismo».

Ci parli della vena sul collo che racconta all' inizio del libro.
«Sanremo 1990. Avevo due pezzi in gara, La nevicata del '56 di Mia Martini e Tu...sì di Mango. Avevo il terrore che Gabriella Carlucci e Johnny Dorelli potessero farmi qualche domanda. Mi faceva paura, in realtà, qualunque cosa diversa dal dirigere. Quando arrivò il momento e mi voltai verso la telecamera, scoprii che una vena sul collo batteva a ritmo furioso. Appena voltai la schiena, trovandomi l' orchestra davanti, la vena all' improvviso smise di fremere. Oggi non pulsa più.
Almeno quando mi annunciano al Festival».

Ha detto: «Musicalmente Sanremo negli ultimi anni non ha lasciato nessun segno». Addirittura?
«Forse sono stato un po' drastico, ma parlavo di canzoni. Abbiamo notato che dopo qualche anno restano le canzoni che col tempo rivelano una sorta di stimmate culturali, che entrano a far parte di uno spazio nazionalmente condiviso.
Da un po' di anni anche i brani premiati, con e senza vendite, non riescono a godere di quella santificazione auspicata».

Qualche esempio?
«Zucchero nell' 86 si ritrovò nelle ultime posizioni, il disco andò molto bene (ma non straordinariamente come i successivi) e Canzone triste appartiene ai segni del Festival così come Adesso tu, che vince e vende in maniera strabiliante. Come lascia il segno Almeno tu nell' universo non vincendo né vendendo neanche lontanamente come le precedenti. Potrei andare avanti. Ci sono state tante belle canzoni e magari hanno anche vinto, ma negli ultimi dieci anni fatico a individuare quelle che proseguono la scia dei "segnanti"».

Mi dica, chi vincerà secondo lei?
«Non conosco i brani. Su tante edizioni, ho azzeccato il pronostico solo tre volte: Vorrei incontrarti fra cent' anni, Luce, Chiamami ancora amore di Vecchioni».

A Sanremo presenterà il suo libro: ci dice qualcosa?

«È una sorpresa anche per me. La Rizzoli, attraverso Andrea Canzanella, si è interessata ai miei esperimenti nelle serre leggendone in un' intervista rilasciata lo scorso Sanremo. I pomodori hanno fatto sempre parte della mia vita e si ritrovano anche nel titolo. Nel libro racconto come ho incontrato la musica e di quello che ha tentato sempre di indurmi a osservare. Le piante mi hanno dato un grande aiuto a interpretare cose che sentivo ma non riuscivo a definire».

Come e quando ha capito che la musica sarebbe stata il suo lavoro?

«Davanti alla porta di casa, una mattina. Avrei dovuto raggiungere la facoltà di architettura per seguire un corso di fisica tecnica. Erano diverse notti che rientravo tardi dai locali dove avevo suonato, per poi svegliarmi presto nel tentativo di giungere in orario in facoltà. Mio padre mi bloccò: "Ma tu - disse - se ti laurei farai l' architetto?". "Mai!", risposi prontamente. Quella frase vomitata senza controllo mi impose una decisione. Ripresi seriamente gli studi di composizione e abbracciai la mia unica grande passione».

Nel suo curriculum si legge: «Ha suonato in Mondovisione al Cremlino». Putin com' è?
«Veramente all' epoca governava Gorbaciov».

Ci accontentiamo, ce lo racconta?
«Per la prima volta la Piazza Rossa fu utilizzata per un evento che non appartenesse all' ordine del giorno. Luci basse, controlli, atteggiamento di diffidenza endemico. Soffrivo per coloro che dovevano esercitare questo ruolo di continuo controllo. Piuttosto cambierei vita, ritirandomi a coltivare rape e fagioli».

E da Trump si esibirebbe?
«Di solito si invita chi si frequenta o pensi che possa gradire le circostanze che generano l' incontro. Ho la sensazione che se Berlusconi vincesse le elezioni non inviterebbe Guccini per festeggiare il suo insediamento a palazzo Chigi. Un atto di coerenza intellettuale. La apprezzerebbero entrambi».

Venendo a lei?
«Negli Usa ho diretto un solo concerto per una comunità di emigrati italiani a Houston nell' 87. Trump non sa neanche che io esisto».

Non si butti giù!
«Se fossi un immigrato di lusso, senza diritto di voto, credo che per convenienza dovrei accettare. Se poi decidessi di diventare cittadino di quella nazione, allora rivendicherei con forza il mio diritto di accettare o rifiutare rischiando che il vicino mi righi l' automobile. Penso che però il problema, per me, non si porrà mai».

Gli artisti, invece, li ha conosciuti quasi tutti. Chi è davvero grande?

«Mi conceda quattro nomi. Gino Paoli, per il genio melodico e la poesia del verso. Daniela Dessy, per la profondità del suono della sua voce. Il trombettista Fabrizio Bosso, per la straordinaria musicalità nonché l' abilità con la quale improvvisa, al pari di Lele Melotti (che in totale riserbo vanta prestigiosissime collaborazioni internazionali) per come riesce a rendere armoniosa un' esecuzione batteristica di sequenze ritmiche».

Il più capriccioso?


«Tanti dicono che Patty Pravo, in passato, ha avuto atteggiamenti di questo tipo. Lei con me è stata fantastica, soprattutto lo scorso anno. Siamo andati d' amore e d' accordo. Ogni volta che parlo di Nicoletta penso sempre all' imbarazzo provato per quel fragoroso applauso dal pubblico dell' Ariston che ricevetti al suo cospetto. Cercavo di indicarla col braccio teso nell' intento di condividere quel riconoscimento così affettuoso».

Liti?
«Come avrà capito, evito inutili conflittualità. Gandhi diceva che cominciando dalla soluzione dei conflitti con se stessi, passando a quelli familiari per poi allargare sempre di più, palazzo, quartiere, città, nazione, si mette in atto un processo di riflessione del benessere. Parlo come un pacifista? Ci provo».

Ci dice chi è Peppe Vessicchio nel privato?
«Sono felicemente sposato, con una figlia e una nipote. A casa, anche se sto componendo, quando posso mi diletto a cucinare per poi mangiare, e bere».

Il suo pregio?
«La capacità di attendere».

Il difetto?
«L' incapacità di attendere».

Perché è così schivo? Perché non cede e diventa un personaggio tv?
«Non sono mai stato tentato. Ma a pensarci bene, non appena mi hanno proposto di scrivere un libro ho accettatosubito. Vediamo cosa accadrà dopo Sanremo».

Ma senza di lei Sanremo è Sanremo?
«Sì. Perché Sanremo è Sanremo! Parapappappappapà...».
E imita il timbro di Baudo, canticchiando le famose note.

di Alessandra Menzani

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