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Filctem-Femca-Uiltec, preoccupati per vittoria dei sì al referendum

Filctem-Femca-Uiltec, preoccupati per vittoria dei sì al referendum

Roma, 11 apr. (Labitalia) - "In occasione della consultazione referendaria del 17 aprile, i segretari generali di Filctem Cgil-Femca Cisl e Uiltec Uil esprimono la loro contrarietà sul merito del quesito e forti preoccupazioni per le conseguenze dell’eventuale affermazione dei Si". E' quanto si legge in una nota dei segretari generali di Filctem Cgil, Emilio Miceli, Femca Cisl, Angelo Colombini e Uiltec Uil, Paolo Pirani.

"Da anni -continua il documento dei sindacalisti- siamo impegnati nel favorire attraverso accordi di programma e intese riorganizzative, la trasformazione di impianti tradizionali in produzioni bio compatibili o tecnologie innovative (riconversione in bio raffinerie dei siti di Marghera e Gela, in plastica green a Porto Torres) o lo sviluppo delle energie rinnovabili e pertanto la sostenibilità delle produzioni, la sicurezza dei lavoratori impegnati all’interno dei siti produttivi e il rapporto con il territorio, sono per noi priorità negoziali nei confronti delle controparti aziendali e delle istituzioni locali e nazionali".

Per i sindacalisti "inoltre garantire e sviluppare le produzioni nazionali di idrocarburi, eviterebbe ulteriori impegni delle Compagnie Petrolifere occidentali in Paesi a rischio sul piano dei diritti del lavoro, dell’ambiente e della legalità. Il nostro dissenso quali segretari generali delle organizzazioni maggiormente rappresentative dei lavoratori operanti nel comparto, si basa pertanto sull’esperienza maturata negli anni e su alcune considerazioni, che riteniamo fondamentali per la ripresa e il rilancio dell’economia".

A cominciare dal fatto che, scrivono i tre sindacalisti, "l'Italia importa circa l'80% dell’energia utilizzata e oltre il 90% di quella prodotta da fossili (petrolio, gas metano, carbone), che nella maggior parte dei casi proviene da Paesi a rischio geopolitico (Russia, Libia e Algeria per il gas e dai vari Paesi produttori medio orientali per il petrolio) e che non consentono certezza nell’approvvigionamento. Oggi soltanto la Norvegia, come Paese esportatore verso l’Italia, è rappresentativo di una democrazia matura e questo è un tema che non può in alcun modo essere sottovalutato"

"Il nostro Paese è già fortemente impegnato -spiegano ancora i segretari di Filctem, Femca e Uiltec- nella lunga transizione - gli esperti parlano ancora di 70/80 anni - verso l’utilizzo totale delle rinnovabili, che al momento però non garantiscono la necessaria autonomia e sicurezza nella continuità degli approvvigionamenti per gli utilizzi civili, commerciali, sociali ed industriali".

Secondo il sindacato "il quesito referendario non chiede di autorizzare o meno nuove trivellazioni, ma chiede il blocco delle concessioni di impianti off shore attualmente operativi nell’estrazione di olio e gas naturale tra le 5 e le 12 miglia marine dal limite della costa. Impianti operativi su giacimenti ancora ricchi di idrocarburi e fondamentali per la produzione interna. Recentemente il Parlamento è già intervenuto su questa materia, vietando richieste di esplorazione, coltivazione e estrazione di idrocarburi entro le 12 miglia marine".

"Oltre l’80% degli impianti interessati dal quesito referendario -ricordano i sindacati- sono dedicati all’estrazione del gas naturale, idrocarburo semplice a basse emissioni di CO2 e indicato anche nei vertici mondiali sulla tutela ambientale, quale vettore energetico ideale nella già indicata transizione verso le rinnovabili. Gli addetti dedicati agli impianti interessati dal referendum e la cui occupazione verrebbe messa a serio rischio sono circa 5.000 tra i diretti (operativi sulle piattaforme, attività di ingegneria, staff, logistica e commerciale) e circa 15.000 tra gli indiretti (manutenzioni edili e meccaniche, trasporto, logistica indiretta, attività di supporto vario)".

"Ribadiamo pertanto la nostra ferma contrarietà -sottolineano ancora i sindacati- ad una iniziativa referendaria che riteniamo inutile e dannosa per il Paese. Inutile perché interviene su una materia già definita dalle normative recentemente approvate dalle Istituzioni competenti e dannosa per le conseguenze che un’eventuale affermazione dei SI comporterebbe sull’occupazione e le professionalità del settore, sulla fiscalità locale e centrale, sull’autonomia energetica del Paese e sui danni ambientali che deriverebbero dall’aumento del traffico navale interno per le conseguenti maggiori importazioni di petrolio via navigazione marittima".

"Per queste motivazioni -concludono i sindacati- invitiamo ad affrontare il dibattito sulla transizione energetica fuori da posizioni dogmatiche e precostituite, invitando il governo, le istituzioni locali e le aziende del settore ad aprire con urgenza un confronto di merito sulla realizzazione della Strategia Energetica Nazionale per sostenere gli investimenti e la realizzazione delle infrastrutture innovative e delle nuove tecnologie nel settore, favorendo così la crescita e un rinnovato sviluppo del Paese".

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