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Cafà (Cifa): "Devono cambiare regole del lavoro perché il mondo è cambiato"

Cafà (Cifa): "Devono cambiare regole del lavoro perché il mondo è cambiato"

Roma, 2 lug. (Adnkronos/Labitalia) - “Il mondo è cambiato e anche le regole del lavoro devono cambiare”. Lo dice a Labitalia Andrea Cafà, presidente Cifa, Confederazione italiana federazioni autonome, a margine del Festival del lavoro. “Stiamo vivendo -spiega- una fase di profonda trasformazione e mutamento delle dinamiche che regolano tutti i sistemi produttivi e sociali: grazie alla globalizzazione e alle nuove tecnologie, la dimensione dei mercati è cambiata, e per le imprese questo significa assecondare il cambiamento, con un grado di esperienza che è direttamente proporzionale al livello di competenze degli imprenditori e dei lavoratori”.

“La formazione -assicura- è la migliore risposta: la sfida al cambiamento si vince solo se l’impresa investe in competenze e capacità, che consentono di raccogliere i frutti in termini di crescita e sviluppo”.

“La nostra confederazione -ricorda Cafà- ha colto da tempo la necessità di una profonda revisione di tutto il sistema che regola il mercato del lavoro, perché siamo convinti che le nuove relazioni industriali debbano costruire il futuro del lavoro su valori e principi indispensabili per lo sviluppo dell’impresa moderna: flessibilità, politiche attive, produttività, competitività, welfare e contrattazione aziendale”.

“Il governo con il Jobs act -aggiunge Cafà- ha fornito al sistema produttivo regole generali per navigare le nuove dinamiche del mercato del lavoro, ma non risolve a nostro parere la questione cruciale, che è stata demandata legittimamente alle parti sociali: il livello di contrattazione”.

“Ogni azienda -afferma- ha delle sue peculiarità: impegnata in comparti produttivi diversi, che opera in territori che hanno indicatori sociali ed economici profondamente diversi. Lo spostamento a livello aziendale consente alla contrattazione di strutturare rapporti di lavoro che abbiano quale obiettivo la crescita e lo sviluppo del lavoratore, e che tengano conto della realtà territoriale e sociali che li circonda”.

“Considerare nella negoziazione salariale -sottolinea- non solo l’incidenza reale del potere d’acquisto, ma prevedere meccanismi che incentivano la produttività individuale, e che contribuiscano a limitare il costo del lavoro, è la sfida che le parti sociali dovranno raccogliere per uno sviluppo uniforme di cui beneficerà tutto il Paese, da Nord a Sud”.

Ma, per il presidente Cafà, “le parti sociali devono tirare fuori e potenziare davvero contratti di lavoro che alimentano l’attrattività di un’azienda, dal punto di osservazione del lavoratore". "Una misura -dice- è legata agli strumenti di welfare che la contrattazione è in grado di esprimere e che sono il vero collante nel patto tra azienda e lavoratore”.

“Il welfare -rimarca- deve rappresentare il benessere per il lavoratore e l’azienda, non solo per i grandi gruppi industriali. Il governo dovrebbe porre le condizioni per permettere di fare welfare anche per le microimprese, fino ad oggi tagliate fuori, magari favorendo meccanismi di aggregazione su base settoriale o territoriale”.

“Qui il governo, che nella legge di stabilità ha dato un timido segnale, dovrebbe dare una mano in modo più significativo, nel senso -aggiunge Cafà- di rendere più ampi gli ambiti di intervento, e più agevole (dal punto di vista fiscale, ad esempio) la possibilità per l’azienda di incentivare il proprio welfare, che mi sforzo di definire ‘a misura di azienda’”.

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