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Il precedente

Referendum costituzionale, 2006 e 2016: le differenze e i punti di contatto

25 Novembre 2016

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Referendum costituzionale, 2006 e 2016: le differenze e i punti di contatto

Un pessimo precedente per Matteo Renzi. Dieci anni fa gli italiani votano un altro referendum costituzionale, quello sulla riforma passata alla storia come "devolution" approvata a fine 2005 dal governo Berlusconi. Urne aperte per due giorni, il 25 e il 26 giugno 2006, poche settimane dopo le politiche vinte a fatica dall'Ulivo di Romano Prodi.

Ieri No, oggi Sì - Dalla sostanziale parità delle elezioni si passa al trionfo del fronte del No: affluenza del 52% e 61,3% dei votanti contro la riforma. Per la bocciatura sono Ds, Margherita (sì, anche l'allora presidente della provincia di Firenze Renzi), l'Udc che da qualche mese aveva rotto con Berlusconi, nonché alcuni costituzionalisti oggi schierati convintamente per il Sì come Stefano Ceccanti. Un po' un paradosso, visto che i paralleli tra la riforma Boschi-Renzi e quella Berlusconi-Lega Nord sono parecchi. 

Le differenze - Al centro della riforma c'era la "devoluzione dei poteri alle regioni". In altre parole lo Stato centrale trasformava in competenze regionali l'organizzazione scolastica e sanitaria, la polizia regionale e locale. Altro elemento portante era il "premierato forte", con un presidente del Consiglio scelto direttamente alle elezioni e senza bisogno della fiducia in Parlamento, con il potere di sciogliere le camere. Al presidente della Repubblica sarebbe rimasto un compito sostanzialmente di rappresentanza e sarebbe aumentato il numero delle nomine "politiche" nella Corte Costituzionale, con la diminuzione dei membri scelti da Colle e magistratura.

I punti di contatto - Nel 2006 come nel 2016 gli italiani sono stati chiamati a votare per la trasformazione radicale del Senato. Anche la riforma di Berlusconi prevedeva che il Senato non avrebbe più dovuto votare la fiducia al governo. I rappresentanti di Palazzo Madama sarebbero stati votati contestualmente all'elezione dei consigli regionali e il potere dei senatori sarebbe stato limitato alla richiesta di esaminare le leggi approvate dalla Camera e al suggerimento di modifiche alle stesse, senza obbligo da parte dei deputati di recepirle. Il Senato, di fatto, sarebbe diventato la rappresentanza delle autonomie regionali.

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