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La riforma costituzionale

Referendum, le ragioni del Sì: dall'addio al bicameralismo paritario alla riduzione dei costi della politica

25 Novembre 2016

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Referendum, le ragioni del Sì: dall'addio al bicameralismo paritario alla riduzione dei costi della politica

Sì o No? Al di là delle polemiche, degli insulti piovuti da entrambi gli schieramenti, degli scenari che prevedono dimissioni e governicchi, andando oltre anche alla minaccia di una presunta concentrazione di poteri nelle mani del premier, ci sarebbe anche da entrare nel merito di una riforma. O almeno provarci. E così, come vi abbiamo spiegato le ragioni di chi sostiene il No al voto del 4 dicembre, qui elenchiamo in modo sintetico e riassuntivo le ragioni del fronte del Sì.

Addio bicameralismo paritario - Il cuore della riforma, nonché il punto fondamentale per chi voterà un Sì convinto, è il superamento del bicameralismo paritario. Oggi, Camera dei Deputati e Senato della Repubblica - pur eletti da una platea differente e con regolamenti in parte differenti - si occupano delle stesse questioni e hanno pari potere. Una forma parlamentare super-garantista nata in un contesto post-bellico e nel quale l'Italia temeva una maggioranza del Pci. Con la vittoria del Sì, dunque, verrà superato il bicameralismo paritario (oggi, l'Italia, è l'unico paese europeo ad adottarlo). La Camera dei Deputati sarà l'unico ramo del Parlamento in grado di dare e togliere la fiducia al governo, mentre il nuovo Senato (pur mantenendo alcune istanze, come quelle relative alle leggi di rango costituzionale) rappresenterà in prevalenza le necessità di Comuni e Regioni. Camera a Senato, dunque, si occuperanno di faccende differenti.

Decreti legge e navetta - Il fronte del Sì sottolinea come, in questo modo, verrà arginato l'eccessivo ricorso ai decreti leggi. Inoltre, viene eliminata la cosiddetta navetta, ossia il rimbalzare di una legge da Camera e Senato e viceversa in attesa della definitiva approvazione di un testo condiviso. Dunque, tranne che per alcune materie (esempio: leggi di rango costituzionale), la Camera approverà le leggi e il Senato, comunque, avrà fino a 40 giorni per discutere e proporre modifiche, sulle quali deciderà ancora la Camera. Altro obiettivo del fronte del Sì, abolendo il bicameralismo paritario, è sottrarre l'iter legislativo al 50% della possibilità di influenza di lobby e gruppi di potere che si possono concentrare in uno dei due rami del Parlamento.

Titolo V - La seconda ragione del fronte del Sì è quella relativa al rapporto tra Stato e Regioni, le quali dopo la riforma del titolo V della costituzione, nel 2001 e nei giorni in cui il federalismo era all'ordine del giorno, avevano sottratto allo Stato un grosso numero di competenze. In seguito alla riforma, soltanto per citare degli esempi, la spesa sanitaria complessiva è schizzata da 75 miliardi ai 110 miliardi attuali; inoltre, 12 sanità regionali dal 2001 ad oggi sono finite in bancarotta e commissariate. Inoltre sono aumentati esponenzialmente i conflitti d'attribuzione tra Stato e Regioni. Il fronte del Sì, dunque, mette in luce come con la riforma costituzionale vengano riportate allo Stato centrale molte competenze: trasporti, energia, commercio con l'estero, politiche attive del lavoro. Una marcia indietro rispetto al 2001 per arginare la spesa pubblica e la corruzione.

Addio Cnel - Con la vittoria del Sì, inoltre, verrà definitivamente soppresso il Cnel, il Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro, organo di rilievo costituzionale istituito nel 1957 e, oggi, simbolo dello spreco di denari pubblici. Questo punto, insomma, sembra l'unico in grado di unire tutta Italia. Dubbi, però, sull'entità del risparmio: le stime del governo indicano 20 milioni di euro l'anno; altri rilievi, invece, stimano il risparmio al di sotto dei 4 milioni di euro l'anno.

Costi della politica - Ultima ragione del fronte del Sì è l'ulteriore riduzione dei costi della politica derivante dalla riduzione dei parlamentari: i senatori elettivi, infatti, passeranno da 315 a 95 (ai quali si aggiungeranno i 5 di nomina del presidente della Repubblica) e non percepiranno alcuna indennità (il nuovo Senato sarà composto da 74 Consiglieri regionali, 21 sindaci e i 5 senatori di nomina quirinalizia: questi percepiranno i compensi dovuti alla loro carica territoriale). Il punto produrrà un risparmio per le casse dello Stato stimato in 137 milioni di euro l'anno. Ultimissima voce, quella relativa al taglio dei compensi dei consiglieri regionali e all'eliminazione dei contributi ai gruppi consiglieri regionali che deriverebbero dalla vittoria del Sì: anche in quest'ultimo caso dubbi sull'entità del risparmio, che dovrebbe aggirarsi inotrno ai 30 milioni di euro l'anno.

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