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Bertolucci, i fumetti e un the con Tex Willer

Nel film sulla vita dell'editore Sergio Bonelli, il celebre regista confessa la sua passione per il fumetto

Bertolucci, i fumetti e un the con Tex Willer

 

di Francesco Specchia

Le confessioni inattese tuonano come lo sparo d’una colt. «Secondo  gli intellettuali del periodo (sinistra gramsciana anni ’50, ndr) ai bambini era vietato leggere fumetti, ma era un errore gravissimo. Mio padre, intellettuale, ci nutriva di fumetti, io mi perdevo in Gordon, in Topolino, soprattutto in Tex...», racconta Bernardo Bertolucci davanti alla cinepresa.

Ed ecco la notizia. Tex Willer, manesco e ruvido ranger giustiziere che in America -come Clint Eastwood- probabilmente voterebbe repubblicano, è da sempre il sogno proibito del regista di Novecento, Ultimo tango a Parigi e L’Ultimo Imperatore; ossia del guru della sinistra chic anni ’70 fermatasi alla soglia della rivoluzione. Contro il conformismo saccente della vecchia intellighenzia Pci, Tex Willer, insomma, era la cura. Il coming out di Bertolucci è uno dei pezzi forti del film/documentario Come Tex nessuno mai realizzato da Giancarlo Soldi per Bizef Produzione oggi in anteprima nazionale al Teatro Sala Umberto di Roma, richiesto in tutt’Italia e già pronto per la tv. Il film non è agiografico. É il racconto «di un amico», ossia della vita spericolata di quel Sergio Bonelli Editore illuminato che, con i suoi sogni di carta, rese l’Italia un Paese migliore. E, appunto, tra questi fotogrammi affiora un Bertolucci che svela il segreto del suo innamoramento per Tex, e rivela che «nel mio prossimo film Io e te tratto da Ammaniti, il protagonista bambino chiuso in una cantina, usa un albo di Tex gigante per salvare un formicaio. Tex salva sempre qualcuno...». E lì, finalmente, capisci. Bertolucci parla: di sè stesso, del padre Attilio poeta e mentore di Zavattini, del concetto rassicurante del Bene preservato tra stelle da ranger e polvere da sparo. E, via via, evoca le immagini delle scene di massa di Novecento (con Bernardo che dirige con lo Stetson calcato in testa alla cow boy), gli spazi sterminati del Piccolo Buddha e i bivacchi del Tè nel deserto: tutta sceneggiatura rubata al fumetto più venduto al mondo. Ma Bertolucci non è il solo ad aver innaffiato le proprie fantasie a colpi di Tex Willer. Nella pellicola di Soldi appare pure il disegnatore Milo Manara: confessa di aver ricalcato intere storie della sua produzione erotica giovanile dalle tavole del ranger, anche se nelle avventure di Aquila della Notte non s’intravvede non dico l’ombra d’un capezzolo ma neppure un bacio tra eterosessuali sposati.  Si materializza Ricky Tognazzi, vicino di casa di Bonelli, che ne rammenta l’amicizia immortale col padre Ugo. Passa di lì l’attore- scrittore Giuseppe Cederna, il quale ricordando l’Innominato dei Promessi Sposi apostrofante Don Rodrigo come un «tizzone d’inferno», sospetta che Kit Carson proprio dal Manzoni abbia attinto per la sua classica imprecazione.

E così via, narrando, s’intrecciano in Come Tex nessuno mai emozioni che cavalcano a pelo di mustang: sui brani nascosti dell’Istituto Luce inneggianti agli elenchi dei fumetti “da non leggere” appesi nelle parocchie e nelle sezioni del Pci (Tex era nella black list); sugli epicedi morbidi di collaboratori e amici, Graziano Frediani, Alfredo Castelli, Mauro Boselli, Tiziano Sclavi; sulle scene pop delle mostre, dei convegni, delle aste di fumetti dove gli albetti del ranger vengono battuti anche 4mila euro al pezzo. E, soprattutto le emozioni incalzano sull’epopea di una famiglia -i Bonelli di via Buonarrotti in Milano- che rappresentano un po’ i Buddenbrok dell’Editoria italiana. C’è un padre patriarca, Gianluigi, che indossava gilet e colt calibro 45 come i suoi eroi; c’è una madre, Tea, prima donna imprenditore del dopoguerra a trasformare un’aziendina artigianale di tre persone in un colosso artistico di 200; c’è un nipote, Davide, che, raccolta la pesante eredità paterna, oggi mantiene viva la fiamma dell’avventura dei vari Dylan Dog, Martin Mystere, Dampyr, Zagor, Shangai Devil. E, in mezzo a loro, a reggere le sorti della casa editrice di fumetti più longeva del mondo, ecco Sergio Bonelli, il Conrad  del romanzo disegnato. A un anno dalla morte di Sergio, il 26 settembre del 2011, l’editore, autore e sceneggiatore viene celebrato in mille modi. Conoscendolo, gli avrebbero fatto venire l’orticaria dall’imbarazzo. Rizzoli Lizard gli dedica una collana “Gli archivi Bonelli” zeppa d’inediti. A La Paz in Bolivia, a San Paolo e Curitibia in Brasile, al Museo del Fumetto di Milano gli s’apparecchiano omaggi su omaggi. E proprio la sua casa editrice lo onora con l’Almanacco dell’Avventura- Speciale Sergio Bonelli: un libro da cui spuntano appunti mai letti su Moleskine, tracce di script scomparsi, suggestioni da tutti i luoghi del pianeta che Bonelli aveva frequentato: il Sahara e il Brasile soprattutto, dove aveva ambientato le gesta del suo alter ego il pilota Mister No.

 Bonelli era un personaggio da romanzo, pareva uscito dalla penna di Stevenson, di Melville, di Conrad, di Zane Gray, maestri di vita e d’avventura. Gli anni più convulsi li aveva consumati nel cameratismo con Hugo Pratt e nell’amicizia degli indios Yanoama in Amazzonia, o nella conoscenza di Hemingway a Pamplona, giusto per rispolverare l’oleografia che ne avvolgeva le gesta. E qui ne riscopriamo la passione per il jazz di Billie Holiday e i film di Gary Cooper e Steve McQueen, o la simpatia per i Cangaceiros brasiliani e la letteratura intimista di John Cheever. Graziano Frediani epigrafa: «Avventura vuol dire le cose che stanno per venire, le cose che non si conoscono ancora...». Dà l’idea esatta di un italiano al di sopra della media.

 

 

 

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