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Pino Daniele, la sua arte era come un cordone ombelicale tra i fan e la propria terra

Pino Daniele, la sua arte era come un cordone ombelicale tra i fan e la propria terra

Il cuore, maledetto. Anche Pino Daniele, come il suo grande amico Massimo Troisi, è stato tradito dal cuore. È morto per un infarto. ’O ssaje comme fa ’o core, cantava Pino che aveva trasformato in canzone una poesia di Troisi. Era una canzone d’amore, di un amore esploso come un fuoco d’artificio e poi finito senza una ragione, semplicemente perché il cuore (capita spesso) si era sbagliato. Il cuore malato di Pino si è fermato a 59 anni. E adesso la città di Napoli e quelli che amavano la sua musica sono sgomenti, increduli, storditi da una notizia che si è diffusa veloce e crudele ed è diventata un lutto collettivo da esorcizzare.

È difficile trovare le parole quando hai la testa piena delle sue parole e la sua voce roca ti risuona dentro e la musica della sua chitarra ti risucchia in un vortice di ricordi e di pensieri. Lo è per chi è nato ed è vissuto a Napoli e per chi, come me, a Napoli non vive più: la musica di Pino è come un cordone ombelicale mai tagliato che ti tiene legato alla tua terra.
Le sue canzoni sono un viaggio disincantato dentro la città, affreschi anche feroci di una Napoli che nessuno riesce o vuole capire, una città dove il bene e il male si fondono e si confondono, dove ognuno aspetta «a ciorta», e la voce dei bambini che sale piano piano dai vicoli ti fa capire che non sarai mai solo. La sua Napule è è diventata l'inno della città anche se lui con Napoli ha avuto un rapporto complicato, di amante sognante eppure disincantato, critico verso quell’incapacità di reagire, di tirarsi fuori dal male. Aveva scelto di andarsene via da Napoli, viveva a Roma da anni, ma tornava sempre con lo stesso sguardo innamorato e polemico di quando, a diciott’anni, scrisse Napule è. Lui stesso era così diverso dalla stereotipo del napoletano che deve essere simpatico a tutti i costi, era introverso, silenzioso, riflessivo.

Pino Daniele ha fatto uscire la musica partenopea dai confini della melodia classica per fonderla con il blues d’Oltreoceano e il funky, ha contaminato generi diversi e lontani e ha fatto stare insieme in una canzone, l’inglese, l’italiano e il napoletano. Il dialetto che irrompe prepotente senza necessità di traduzione perché le parole arrivano diritte al cuore come frecce appuntite anche quando sembrano lievi.
Con lui Napoli e la sua musica si sono tolte di dosso il cliché del mandolino e delle canzoni melodiche e i napoletani sono come rinati dentro questa rivoluzione musicale di cui lui è stato il Masaniello. Alla fine degli Anni Settanta canta Je so pazzo, Je sto vicino a te, Putesse essere allero, ma il grande successo arriva con Nero a metà, che consacra il matrimonio tra il blues e la musica partenopea.

Poi il trionfo del concerto di Piazza del Plebiscito - è il 1981 - Pino è sul palco con Tullio De Piscopo, Joe Amoruso, Tony Esposito, James Senese. Sotto, 200mila napoletani che osannano il loro Pino e dentro le sue canzoni ognuno vede e trova quello che vuole: la città sognata, l’amore perduto, il sogno proibito. Erano gli anni della speranza, quando tutti aspettavano e cantavano qualcosa che non è mai arrivato.

Nella sua musica c’è come una promessa e, ora che lui non c’è più, noi ci sentiamo improvvisamente più grandi, come se con lui fosse finita l’età della giovinezza, quando tutto è ancora possibile. È difficile da spiegare e da scrivere se dalla radio la sua voce canta: «Tu dimmi quando, quando… Dove sono i tuoi occhi» e tu cerchi delle risposte che non arriveranno mai.
I funerali saranno celebrati mercoledì mattina a Roma, ma la famiglia ha fatto sapere che dopo le esequie le ceneri saranno portare al Maschio Angioino, così tutti potranno dirgli quel Ciao guaglio’ che lui ripeteva a ogni concerto. Pino Daniele sarà sepolto in un piccolo cimitero della Toscana, nel paesino dove andava a riposarsi e dove si è sentito male. Per i napoletani è come se un figlio non tornasse tra le braccia di sua madre, come se Ulisse non fosse approdato a Itaca. E viene in mente il suo ultimo tweet: «Back home, tornando a casa» e la foto di un’autostrada deserta, schiacciata asfalto, cielo e montagne. Così lontano dal mare di Napoli…

di Lucia Esposito

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Commenti all'articolo

  • CocciPaola

    15 Gennaio 2015 - 11:11

    P.S. Complimenti alla giornalista che ha scritto l'articolo,ha usato parole bellissime e commoventi.Grazie

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  • CocciPaola

    15 Gennaio 2015 - 11:11

    Non a caso nella magnifica "Un angelo vero" cantava: "seduto in mezzo al panico nasconde una pistola Gennaro è in fondo al vicolo vive con un nodo in gola città che non mantiene mai le sue promesse città fatta di inciuci e di fotografia di Maradona e di Sofia Ma è la mia città tra l'inferno e il cielo" Come darsi pace? Chi dipingerà più Napoli in questo modo così perfetto.

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  • arli.bla

    06 Gennaio 2015 - 15:03

    Bellissimo

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