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Il film cult del 1975

Auguri ragionier Fantozzi, uno splendido quarantenne eterno simbolo dell'italiano medio

Auguri ragionier Fantozzi, uno splendido quarantenne eterno simbolo dell'italiano medio

Di anacronistico ci sono solo la Bianchina e il telefono di radica, soppiantati da city car e smartphone. Quello e la tv antidiluviana su cui guardare la nazionale con la birra ghiacciata e il rutto libero, ché il mondo di oggi avrà tanti mali ma almeno considera le partite di pallone in full hd un diritto umano quasi universale. Alla fine, l’unica cosa che dà il segno di come siano effettivamente passati quarant’anni è il modernariato, la cornice. La sovrastruttura, avrebbe detto il Folagra. Quanto alla ciccia, stiamo ancora lì.



 

 

La ricorrenza è quella del 27 marzo 1975, uscita del primo film di Fantozzi. Il giorno in cui il grande pubblico italiano fa conoscenza con un tizio destinato a finire nella Treccani. La pellicola è nata come adattamento - ottenuto al costo di una robusta virata in direzione comicarolo - dei due libri-cosmogonia in cui Paolo Villaggio aveva dato vita al personaggio del ragioniere. La popolarità e la gloria, però, le porta il cinema: si impongono evergreen, si prende coscienza del fatto che la Corazzata Kotiomkin è una cagata pazzesca, si familiarizza con una parola - fantozziano - che finirà per diventare una categoria dello spirito.

I film di Fantozzi forniscono all'italiano dell'epoca - che ancora non lo sa ma che sta per sperimentare in modo traumatico il combinato disposto di uscita dalle ideologie e fine del grattabile dal fondo del barile del boom - uno specchio deformante nel quale esorcizzare le proprie miserie presenti ed incipienti: Fantozzi somma in sé tutte le disgrazie e le frustrazioni che popolano anche la vita di chi guarda, ma lo fa in maniera tanto grottesca e caricaturale che gli spettatori possono sollevarsi al pensiero di essere sì messi male, ma non così tanto e riuscire a riderne. La mia vita fa schifo ma almeno mia figlia non sembra una babbuina, i miei colleghi sono carogne ma non al livello di Calboni, i miei capi sono dei farabutti ma almeno non mi tocca fare la coppa Cobram.

Il giochino funziona, e Fantozzi diventa la valvola di sfogo di un Paese intero, che più o meno consapevolmente gli affida il compito di scongiurare a mani nude l'immutabile meschinità della propria esistenza. E qui si torna al discorso della sovrastruttura che è cambiata ma del resto che invece no. Perché se negli anni la fortuna cinematografica dell'epica di Fantozzi - tra rimasticature sempre più stracche ed improbabili spin off - è andata inesorabilmente scemando, lo stesso non può dirsi per la sua capacità di rappresentare la società italiana e l’intrinseca, non redimibile grettezza dei personaggi che la costituiscono.

Tipi umani - Non risulta, d’altronde, che il tipo umano del geometra Calboni abbia smesso di essere presente negli uffici in seguito alla scomparsa del Tabacco d’Harar o della moda dei baffoni. Si è aggiornato, le serate con le «signore dell’alta aristocrazia borghese» le organizza probabilmente via Facebook e invece di farti prendere diciotto taxi per uscire la sera ti obbliga a prenotare diciotto vetture Uber, che fa più figo. Al di là di questo, è rimasto lo stesso «disinibito, odiosissimo, stronzo, stupido, bugiardissimo» individuo che è sempre stato, solo che adesso il suo vicino di scrivania sei diventato tu.

La signorini Silvani - Idem per la signorina Silvani, che nel frattempo ha imparato a dire roulette e non si fa più portare a Capri per comprare lo zoccolo del pescatore, ma che è rimasta la solita arpia vile e tentatrice: senza nemmeno essere mai stata ’sto granché («Non era certo una bellezza, anzi a voler essere un po’ severi era un “mostrino” di gamba corta all’italiana, denti da coniglietto e capelli tinti»), se ne sta lì appollaiata e vigile, ferocemente determinata a trarre ogni vantaggio da quel poco di cartucce che l'età ed i ribassati standard estetici delle controparti maschili ancora consentono di sparare. Superfluo dire che, pronto a scattare ed impaziente di abboccare ci sei tu. E proprio perché a parte il contesto non è cambiato niente, a maggior ragione non può essere cambiato il ruolo dell'eroe eponimo. Ovvero non può essere cambiato il modo in cui Fantozzi seguita ad essere incarnazione delle nostre piccinerie, frustrazioni, del nostro disperato oscillare tra la convinzione di essere migliori dello squallore che ci circonda ed il rammarico per non essere nemmeno capaci di fare compiutamente i figli di buona donna come fa Calboni, che sarà pure una merda ma almeno un po’ meno peggio di noi sembra essere messo. Fantozzi continua ad essere lo specchio fedele e impietoso di quello che siamo, e non esiste ricorrenza che possa scalfirne l’attualità. Semmai, accade il contrario. E cioè che, a riguardarli adesso, si prova quasi nostalgia per quei tempi che erano sì popolati dai medesimi personaggi che si vedono in giro adesso, ma che almeno sembrano essere stati felici. Vedi i due vecchietti che alleviavano il peso esistenziale del posto fisso passando le giornate a giocare a battaglia navale e, tu figlio della malcongegnata flessibilità contemporanea, riesci persino a provare dell’invidia per quando il parastato uno straccio di futuro lo garantiva; vedi l'epopea piccolo-borghese da capofamiglia diplomato con nucleo familiare monoreddito e, rimirando la teoria di pezzi di carta, master e specializzazioni che ti ritrovi sul muro, hai come un moto di stizza; vedi la fotografia di un’Italia che non c’è più, e il dubbio che l'evoluzione non sia andata a finire per il meglio non te lo leva nessuno.

Maschera tragica - E allora tanto vale mettersi a fantasticare su come sarà l'Italia che festeggerà, a marzo 2055, gli ottant’anni del film che iniziò tutto. Su come saranno le Megaditte di allora e sui modi che avranno escogitato i Calboni e le Silvani per farcela a perpetuare se stessi. Soprattutto, su come sarai diventato tu, e su come sarai riuscito ad essere ancora la perfetta incarnazione della maschera tragica del ragionier Fantozzi. Con la sola certezza che - e non importa quanto crederai di esserti riuscito a distanziare dalla caricatura di quell’Italietta anni '70 - la tua vita continuerà ad essere un continuo e doloroso ingoiare rospi. E che ci sarà comunque un megadirettore naturale che, ora e sempre, non dà la mano.

di Marco Gorra

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