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L'intervista

Linus e i segreti di Radio Deejay: "Com'è andata con Asganaway. Deejay chiama Italia? Ecco cosa vorrei fare"

Linus e i segreti di Radio Deejay: "Com'è andata con Asganaway. Deejay chiama Italia? Ecco cosa vorrei fare"

"La libertà dei primi tempi? E' il rimpianto più frequente. Spesso vorrei essere solo lo speaker che fa il suo programma e torna a Radio Deejay il giorno dopo. Ma come potrei farlo in una radio che è casa mia? Diciamo che sono un po' schiavo di me stesso". Linus abbandona per qualche ora i panni del conduttore arcinoto di Deejay chiama Italia. Ma non il sorriso e la naturalezza di sempre. Così i microfoni spenti di un pomeriggio di aprile e la voglia di raccontarsi senza filtri, diventano l'occasione perfetta per conoscerlo nelle collaudate vesti di direttore. E fare il punto su 20 anni di passione e numeri, scelte e cambiamenti, bilanci e traguardi.

L'anno prossimo sono 25 anni di Deejay chiama Italia e 40 di carriera. Tentazioni particolari? Magari un programma solo tuo? 
"Per Deejay Chiama Italia sarei tentato da un cambio di orario, mi piacerebbe farlo iniziare prima, con un foglio bianco in merito agli argomenti da cui partire. Ma a condurre un programma da solo non ci penso proprio. In futuro chissà, potrebbe essere una buona idea per quando avrò voglia di fare qualcosa di più leggero. Per ora mi piace essere al centro del ciclone". 
Con la dance siete tornati un po' sui vostri passi: ti sei pentito di aver dato meno spazio a questo genere negli anni in cui era sparito dalle classifiche? 
"No, anche perché c'era meno dance radiofonica in circolazione. Il fatto che questo genere sia tornato a occupare uno spazio importante su Deejay è una conquista di mio fratello Albertino, più che una mia scelta. Oggi esce tanta dance con connotati pop e siamo contenti di essere tornati un po' alle origini. Che però non sono solo quelle di radio dance. Noi nasciamo negli anni' 80, con la musica inglese in grande evidenza". 
Secondo tuo fratello Albertino il vero problema sono "le vie di mezzo": in una radio che è tenuta a fare la differenza non funzionano.
"Dirigere una radio è un lavoro complesso. Lo è ancora di più se hai a che fare con una squadra di grandi talenti. Quando le cose vanno bene sono la migliore gratificazione, quando li devi indirizzare in un'altra maniera tutto diventa più complicato da gestire: il rapporto umano soprattutto, quello personale in qualche caso. Detto questo, le mediazioni sono la rovina di tutte le grandi avventure. Devi fare scelte drastiche. Soprattutto, devi avere il coraggio di sostenerle. A volte queste scelte non funzionano, altre sì. Quando succede, certo che fanno la differenza".  
Hai detto: "Asganaway faceva gli stessi ascolti di Albertino da solo ma costava il triplo".
"Asganaway è il perfetto esempio di come le mediazioni non portino grandi frutti. Era una questione di ascolti, di natura economica e di dna. Era un programma che non rispecchiava la nostra identità. E non ero il solo a pensarlo. Il fatto che non fosse uno show di successo voleva dire che avesse solo 450mila ascoltatori, mentre per noi era importante che ne avesse almeno il doppio. Quattrocentocinquantamila persone, però, sono tante. E' giusto che qualcuno ci resti male". 
E' davvero possibile, in Italia, dirigere una radio come Deejay infischiandosene dei "numeri vaghi e casuali" di Radio Monitor? 
"Di sicuro è possibile fare radio nel migliore dei modi, come cerchiamo di fare ogni giorno. Tutti gli indicatori, da internet al fatturato alla risposta del pubblico, sono fantastici. Radio Monitor ci dice che non è così. Questo sistema, però, fotografa un'Italia molto generalista, probabilmente più vecchia di quella reale. Non contesto questi dati, lì prendo per buoni, oggi come quando erano più generosi. Contesto il fatto che siano inutili, perché vengono comunicati quando non servono più a nulla. Sono buoni su una base di 6 mesi o un anno, ma quando arrivano è già passato un altro anno. Per me resta un meccanismo incomprensibile". 
Per la musica in tv è davvero finita?  
"I talent funzionano perché hanno un 50% di musica ma raccontano anche la storia umana, che in tv fa tanto. Idem per Sanremo, che però è il festival della televisione italiana, non della canzone italiana. E' il programma prettamente musicale, come lo si intendeva una volta, che non ha più senso su una tv generalista. Non fai grandi numeri, dovresti accontentarti di risultati modesti. E questi portano pochi soldi. E' un cane che si morde la coda...". 
Deejay Tv è passata a Discovery: cosa non ha funzionato? 
"La partenza coincise con l'arrivo di una crisi economica che ha coinvolto tutti i settori. Il nostro gruppo era impegnato su fronti più strategici, come quello della carta stampata. Il canale ha vivacchiato per alcuni anni con delle risorse che evidentemente non hanno reso possibile il grande salto". 
L'errore lavorativo che non ti perdoni?  
"Nessuno. Rifarei tutto. Anzi, con gli anni sono migliorato. La cosa mi rende particolarmente fiero".  
Un'altra tua passione è la scrittura: hai pubblicato 4 libri e il tuo blog è uno dei più letti.  
"Mi piacerebbe scrivere un altro romanzo. Di sicuro non parlerei del mio lavoro: sarebbe facile, forse anche banale. Sono cose che ho detto mille volte, ripeterle sarebbe noioso".  
Linus, la vita è una maratona alla Deejay Ten? 
"La mia assolutamente sì. Mi sento al sesto o settimo chilometro. Che poi sono i più belli della maratona. Perché hai finalmente sciolto le gambe e cominci ad andare forte".

di Leonardo Filomeno
@l_filomeno

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Commenti all'articolo

  • Bolinastretta

    30 Aprile 2015 - 11:11

    e che hai fatto le scarpe a cecchetto? e che l'ha creata e fatta divenare lui quello che è?? non se ne parla Linus??? aaaabbbèèèèè!!!1

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