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"Io non ti conosco", il nuovo thriller di S.J. Watson: storia di una passione (molto pericolosa) nata sul web

"Io non ti conosco", il nuovo thriller di S.J. Watson: storia di una passione (molto pericolosa) nata sul web

Un tempo esisteva lo zozzone coraggioso. Nudo sotto il classico impermeabile, si aggirava per i parchi in cerca di donne alle quali mostrare l’arnese spalancando il davanti del soprabito, e sfidava la probabilità del linciaggio mettendoci almeno faccia e corpo veri. Dunque, contundibili. Oggi lo zozzone è social e una povera molestata non può neanche concedersi di sedargli i bollori incontrollati con un’ombrellata in testa o simili. Proprio in questi giorni, Miriam Leone ha rivelato d’esser stata vittima di un molestatore che nei messaggi privati di Facebook le inviava foto del suo pene. Un indesiderato e orrido book fotografico: irsuto, poi depilato... Lei si è difesa denunciandolo e chiudendo il profilo.

Dall’altra parte, ci sono anche donne che si difendono da molestie che non paiono essere oggettivamente tali. Sono le paranoiche del sessismo che lo vedono in atto anche quando non c’è. Sono tante, ma la loro esponente più nota, oggidì, è Charlotte Proudman, avvocato alla Mansfield Chambers, master in corso sulle mutilazioni genitali femminili. La sua storia, recentissima, è emblematica, e in Gran Bretagna ha dato luogo ad una incredibile telenovela mediatica.

Il fatto: Charlotte chiede su Linkedin, il social professionale, il contatto ad Alexander Carter-Silk. Lui glielo accorda, poi le scrive: «Charlotte, non sarà politicamente corretto dirlo, ma la foto del suo profilo è favolosa. Mai vista un’altra così. A mani basse vincerebbe il primo premio». Un semplice complimento. Ma per lei non è così: «Alex, il suo messaggio è offensivo. Sono collegata per lavoro, non per essere trattata come un oggetto da uomini sessisti», gli risponde. Poi scrive ai vertici dello studio Brown Rudik, associato di Silky, per raccontare l’accaduto, fa la stessa cosa su Twitter e nelle interviste che seguono dichiara di star meditando sulla possibilità di denunciarlo in sede tribunalizia e rilascia allarmi sul «sessismo rampante» di chi «continua a pensare al corpo delle donne e non alle loro capacità. Si punta al loro aspetto per esercitare potere su di loro»...

Non osiamo pensare cosa gli avrebbe fatto se le avesse inviato scatti del suo batacchio. Che è senz’ombra di dubbio, né di esagerazione alcuna, un comportamento indicativo della riduzione di una donna (tuttavia solo verbale, non fisica come avviene nello stupro) a mero oggetto.

La morale di questi episodi - ma ce ne sono da riempire una Treccani - è che sui social corre la molestia. Anche togliendo dal setaccio quelle più percepite e millantate che effettivamente subite, come nel caso di Charlotte, è assodato che il social network consenta la proliferazione di un certo squallore, proprio perché si tratta di uno strumento di contatto dotato di molti meno filtri, rispetto alla conoscenza nella vita reale. Come dire, per molti il Super Es, che regolamenta e castra le pulsioni più bestiali, nei social non esiste. È proprio questo il tema affrontato dal secondo romanzo di Steve «S. J.» Watson, Io non ti conosco, appena arrivato nelle librerie italiane. Il titolo originale è Second Life, allusione al mondo virtuale elettronico creato nel 2003 nel quale chiunque poteva replicarsi, anche modificandosi, come avatar.
La trama di Io non ti conosco (Piemme, pp. 456, euro 19,90) da un lato denuncia i pericoli in cui incorre la donna che s’inoltra nella selva oscura in cui possono trasformarsi i social, se dall’altro lato c’è il Lupo Cattivo. Dall’altro, tenta di spiegare perché questo accade.

Kate, personalità tra il fragile e lo sbandato, viene aggredita e uccisa a Parigi, dove vive. Incontrandone la coinquilina Anna, la sorella Julia scopre che Kate conduceva una seconda vita: «“Tu la conoscevi, Anna. Cosa ci faceva in quel bar da sola?”. “Forse doveva vedere qualcuno”. “Il suo ragazzo?”. “Una specie”. “Cosa vuol dire? Chi doveva incontrare? La polizia lo sa?”. “Non è così semplice. Aveva... Aveva diversi ragazzi. Ragazzi, plurale”. Faccio un respiro profondo e appoggio la forchetta. “Intendi piu? di uno alla volta?”. Annuisce. “E pensi che uno di loro abbia saputo degli altri? L’hai detto alla polizia?”. “A Kate piaceva divertirsi, conoscere ragazzi e... Lo facevamo tutte e due, di tanto in tanto”. “Nei locali?”. “No. Su internet”. “Okay... Per cui usciva con persone conosciute su internet?”. “Non ci usciva soltanto”. “Ci faceva sesso?”. Anna si mette sulla difensiva. “Guarda che lo fanno in tanti! Andavamo su internet insieme. Questo prima che conoscessi il mio ragazzo, ovviamente. Chiacchieravamo un po’, confrontavamo i profili, a volte incontravamo qualcuno. Cose così”». Cose così che a Kate sono costate la vita. In un thriller ottimamente scritto e ricco di colpi di scena, Watson ci racconta come poi Julia, nel tentativo di indagare per conto suo sulla morte di Kate, inizierà a chattare con i suoi ultimi flirt virtuali, rintracciati accedendo al suo profilo. A quel punto, cominceranno grossi guai anche per lei.

Insomma, forse conviene ringraziare il cielo se su Facebook si viene aggiunti a gruppi assurdi o bombardati di richieste di firmare petizioni on line per salvare la foca monaca... dal convento. Potrebbe accadere di ben peggio.

di Gemma Gaetani

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