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Esce "We are your friends": il mondo della dance spiegato da Zac Efron

Esce "We are your friends": il mondo della dance spiegato da Zac Efron

Il problema dei principali problemi d’oggi è che spesso viene chiamato ad analizzarli chi non ne sa nulla. L’estate appena trascorsa è stata spacciata come quella nella quale sono morti più ragazzi in discoteca.

In realtà, è stata quella nella quale si è parlato di più dei ragazzi che in discoteca assumono sostanze e accade che ne muoiano.
È appena arrivato in sala un film che chiunque voglia formulare un pensiero di una certa attinenza con la realtà sulla questione dovrebbe andare a vedere. Si intitola "We Are Your Friends" e sta alla club culture come Quadrophenia stava alla cultura mod degli anni Settanta. Il film, sceneggiato e diretto da Max Joseph, ha in più il pregio di non gettarla su un realismo alla Amore tossico, che sarebbe respingente per la più parte del pubblico. Questa delicatezza narrativa non ne depotenzia affatto il messaggio. Anzi permette a chi è lontano per età o per personalità dal mondo dance, con tutte le sue sfaccettature, di scoprirne di più senza l’impressione di essere finito nell’orribile parco «Dismaland» di Bansky.

Zac Efron è Cole, un ragazzo la cui famiglia sono i suoi tre amici. È il più sofisticato del gruppo e ha l’ossessione di diventare dj. Occhio: dj non è solo colui che mette i dischi sui piatti e mixa. Può essere anche colui che compone la musica da ballare contenuta in quei dischi.

Citeremo Giorgio Moroder e Mark Ronson per far intendere. Cole fa entrambe le cose, ma con la prima ha più successo che con la seconda, nella quale è ancora un diamante grezzo. Una sera conosce James Reed, dj musicista (altra distinzione: ci sono dj compositori che non suonano anche gli strumenti e altri che lo fanno). James vive di rendita sui fasti del passato, mentre interiormente è liso dalla ricchezza acquisita, dall’alcool e da una vita inesistente, a parte la giovane assistente personale/fidanzata, ma ancora gira per club alla ricerca di stimoli.

Folgorato da Cole, James se lo porta a casa (il classico villone con piscina per pool parties) e il mattino dopo gli chiede di fargli ascoltare qualche suo brano. Abbiamo già detto che Cole è ancora grezzo, infatti James ricaccia dentro il suo entusiasmo quando sente che il talento percepito non nascondeva capolavori. Ma come in ogni rapporto tra pigmalione e discente colti da colpo di fulmine che si rispetti, James gli spiega cosa gli manca per sgrezzare il suo «stupendo senso dell’assemblage musicale»: usare suoni veri, non quelli che qualsiasi aspirante dj compositore oggi rintraccia in internet, perché «i suoni hanno un’anima».

Anima è una parola chiave del film. È per sentire di espandere la propria anima che Cole e la sua famiglia di amici ai parties o ai rave si drogano. Per avere l’impressione di raggiungere il cielo (trasportati da una musica elettronica ipnotica ed evocativa, la dance, che ovviamente si presta più che la salsa, il merengue o i canti alpini) come se fossero loro la famosa anima dei suoni. In una connessione (seconda parola chiave) con la massa d’altre persone e i cumuli di decibel che battono dentro i loro petti ben più forte di quanto faccia, da solo, il cuore. Espandersi oltre i propri limiti, affacciarsi sull’abisso privi di controllo e poi risvegliarsi, salvi, vivi, il mattino dopo. È discutibile come catarsi, ma è una forma di catarsi.

Siccome abbiamo detto che il film sa bene di cosa parla, Squirrell, uno degli amici-famiglia di Cole, il mattino dopo un party, è morto. Bruce Springsteen cantava che non si può accendere un fuoco senza una scintilla (in Dancing in the dark): la morte di Squirrell sarà la scintilla che farà accendere definitivamente il fuoco di Cole, portandolo a comporre il suo primo brano. Nel quale la voce di Squirrell, che aveva registrato una sera in cerca di «suoni con l’anima», domanda: «Saremo mai migliori di così?». Il brano, molto bello, è opera dei Pyramid e si intitola Cole’s Memories. Non possiamo dire dove Cole lo suonerà e chi ce lo avrà portato. Ma quella scena finale apoteotica del sogno sognato e poi realizzato di far ballare migliaia di persone con la sua musica racchiude tutto il senso della dance, a prescindere da pasticche e sostanze.

Ottimo Wes Bentley nei panni di James e la storia d’amore tra Cole e Sophie (Emily Ratajkowski, modella che come attrice si rivela più brava di Cara Delenvigne) non stona, ma è marginale. Cantava Elio delle Storie Tese, con intento ironico, in Discomusic, «Io sto capendo la dance». Beh, se esiste un film che davvero aiuta a capirla, insieme con tutta la sua galassia di chiaroscuri, è questo.

di Gemma Gaetani

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