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In uscita al cinema

Gabriele Muccino ci racconta i segreti del suo capolavoro "Padri e Figlie" con Russell Crowe e Amanda Seyfied

Gabriele Muccino ci racconta i segreti del suo capolavoro

Misurarsi coi sentimenti e con gli episodi drammatici che possono capitare in una vita. Se c’è, oggi, un regista italiano che lo sa fare magistralmente e senza ammantare tutto di ideologia come tanti nostri connazionali, è Gabriele Muccino. Neanche cinquant’anni, David di Donatello, per i risultati ottenuti negli Stati Uniti, potrebbe starsene in panciolle sotto il sole americano con la splendida moglie Angelica Russo e godersi i fasti di quanto ha realizzato finora. Invece, ha ingaggiato il gladiatore Russell Crowe per il delicato e difficile ruolo di Jake, vedovo e padre della piccola Katie (è Kylie Rogers, protagonista anche della serie tv cult The Whispers, mentre da grande è interpretata da una perfetta Amanda Seyfried) e tira fuori dal cappello Padri e figlie. I temi sono molti: la traumatica perdita anzitempo, per una bimba, delle figure genitoriali; la conseguente paura d’amare da adulta; la tendenza ad un’anaffettività difensiva che può volgere verso l’autodistruttività. Poi il diritto e il dovere di continuare a vivere, per sé e per sua figlia, di un uomo che ha perduto la moglie in un incidente d’auto (guidata da lui). E ancora il diritto alla felicità di chi ha conosciuto grandi dolori; la professione della scrittura (perché Jake è uno scrittore); quella dell’assistenza sociale (perché Katie, come molti «feriti dall’infanzia» svilupperà un’empatia verso le fragilità altrui).

Abbiamo intervistato il regista, in Italia per promuovere un film (nelle sale dal primo ottobre) che si può considerare il suo capolavoro. «Questo mi fa molto piacere, perché lo penso anche io», ride Muccino. «Penso che sia il film più completo e stratificato che abbia fatto».

Il personaggio di Jake soffre di crolli psicotici dovuti al trauma cerebrale dell’incidente, ma lotta per tenersi sua figlia. Sembri voler dire che la ricerca della felicità è qualcosa che deve fare soprattutto chi ha conosciuto più dolore. 
«Del cervello umano si sa molto poco. Delle convulsioni, di cui soffre Jake, ancora meno dell’epilessia. L’incidente avviene negli anni Ottanta, quando queste patologie si curavano ancora con l’elettroshock. Questo ingigantisce il desiderio di proteggere sua figlia da quello che sarà. Jake è sensibile, come lo sono gli scrittori. È un padre eccezionale, ma ha un danno, e ne porta le conseguenze nell'animo. Così la figlia. Katie ha avuto un’infanzia difficile e venticinque anni dopo vive alla ricerca di un padre che non tornerà più. Il suo tentativo di autodistruggersi fallisce quando sente in un juke box la canzone che ascoltava da piccola col padre. È un momento che c’è in quasi tutti i miei film: la consapevolezza che segue ad uno stato di caos e fragilità e fa diventare padroni del proprio destino. Katie non vorrà più essere in balia dei demoni della sua infanzia. Vivere la vita appieno implica una dose di rischio più alta che chiudersi in solitudine. Amare mette in gioco la propria vita. Puoi perdere le persone che ami. Lei, per non soffrire, non amava. Non ne era consapevole, era governata dal suo subconscio. Solo il 5% di quello che facciamo è governato dalla consapevolezza, siamo in balia di come siamo stati “programmati” da piccoli, di ciò che abbiamo vissuto».

Jake scrive e scrive, anche per avere il denaro necessario a difendersi dai ricchi cognati che vogliono togliergli la custodia di Katie. È un pensiero rivolto a quei padri separati che faticano a mantenere una dignità economica?
«Sì. Sono cose che ho visto da molto vicino. Vivono il dolore del distacco dei figli (non tutti, ce ne sono anche che lo vivono con serenità). È un problema molto forte. Il divorzio non era possibile fino a cinquant’anni fa, la sua grande accelerazione contemporanea ha aperto le porte a battaglie infernali, rabbiose. È una sottotrama del film che io sento molto forte».
«Non dobbiamo mollare mai, né smettere di guardare avanti anche se le esperienze che abbiamo vissuto sono state difficili», dice Katie a Lucy, la bimba, anche lei orfana, di cui si occupa come assistente sociale. Sembra un messaggio rivolto a quei padri. E a chiunque voglia superare un dramma che si porta dentro: «Assolutamente sì. È la chiave del film. Katie, con un colpo di reni, riesce ad uscire dalla voragine nella quale si trovava fin dall’infanzia. È una nota di forte speranza».

Tu non sembri un regista, ma un direttore d’orchestra delle emozioni. Riesci a rendere tutte quelle che provano i personaggi. Quando Katie bambina chiede al padre: «Morirai anche tu?», con tre parole sintetizzi la tipica paura della perdita di chi ha subito un lutto precoce.
«È incomprensibile che ci sia una fine, in qualche modo... Quella scena non c’era nella sceneggiatura, l’ho scritta io ispirandomi a una domanda che un giorno mi ha fatto davvero mia figlia Penelope: “Ma tu morirai?”. “Sì, ma fra... cento, duecento, trecento anni”. Lei si è messa a piangere: “Ma trecento è un numero!”».

Anche che Jake tenga la fede per tutto il film, nonostante sia vedovo, è stata un’idea tua o era in sceneggiatura?
«Era in sceneggiatura, ma che poi Katie adulta porti quella fede al pollice è un’idea di Amanda (Seyfried, nda)».

In Italia si eleggono grandi registi senza badare molto agli incassi. Molti italiani acclamati negli Usa, magari per un Oscar, stanno in sala due giorni o incassano duemila dollari.
«Bisogna vedere il budget di un film e quanto ha incassato nel mondo. Questo è il bilancio definitivo che dice se un film è un successo o un flop».

Perché racconti con tanta accuratezza le emozioni e le lotte di chi è costretto, citando un tuo titolo passato, a ricercare la felicità?
«Fondamentalmente, perché la vita non fa sconti. Il mestiere dell’artista, e del cinema, è raccontare la vita e non fare sconti nemmeno agli spettatori. La felicità ha una continua volubilità. Non possiamo controllare malattie, delusioni, tradimenti, ma allo stesso tempo inseguiamo la meraviglia che riconosciamo nell’essere vivi. È un dilemma esistenziale con cui l’uomo si confronta da sempre e che mi attrae. I miei personaggi sono alla ricerca della loro compiutezza, di risposte ai loro tormenti, complessi, sensi di inferiorità, struggimenti che li inseguono».

Gemma Gaetani

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