Cerca

Un mondo fragile

"Un MondoFragile", il film che racconta gli sfruttati che non fanno notizia

"Un MondoFragile", il film che  racconta gli sfruttati che non fanno notizia

In Italia il termometro del dibattito alimentare è rappresentato da quelli che vorrebbero riempire di bombe i supermercati luxury e danno degli sporchi capitalisti ai foodie (i maniaci del cibo gourmet) disposti a spendere alte cifre per mangiare.

La cifra del dibattito sui lavoratori agricoli, invece, è data da un Landini apparso in tv per dichiarare che l’estate appena terminata è stata quella della del caporalato che sfrutta i migranti. In realtà, il caporalato esiste da sempre, ma quando assoggetta solo italiani purtroppo non importa nulla a nessuno. Altrove, nel mondo, la situazione produttiva agricola e quella esistenziale stanziano in condizioni davvero terrificanti.

Ma siccome anche delle notizie al riguardo, che raramente arrivano sui nostri media, non frega di nuovo nulla a nessuno, il giovane regista colombiano César Augusto Acevedo ha pensato di girarci un film. Per una volta la traduzione italiana dei titoli è perfetta: si intitola Un mondo fragile e racconta la triste vita reale e professionale dei corteros, i tagliatori di canne da zucchero colombiani (ma la pratica è diffusa in tutto il Sud America). Tagliare a mano distese e distese di canne da zucchero è qualcosa che ricorda la schiavitù nera con le schiene chine sul cotone, ma è peggio. Le foglie delle canne possono ferire le mani, dunque si deve prima incendiare il settore su cui operare: la canna resta, la foglia diventa cenere. L’enorme quantità di cenere dà luogo a piogge e venti neri che sono l’unica altra cosa diffusa a macchia d’olio in quelle distese coltivate intensivamente a canna da zucchero.

Utilizzare mano d’opera, anziché macchine che non avrebbero il problema di confrontarsi con le foglie delle canne, consente di risparmiare perché si utilizza una massa umana di agricoltori-schiavi inquadrati in un sistema lavorativo disumano. Costretti a far parte di cooperative di lavoro associato, sono ridotti a robot senza alcun diritto, a parte la misera paga giornaliera. La messa a coltura di canna da zucchero di appezzamenti immensi di terra, inoltre, non serve nemmeno a sfamare direttamente. Nella Valle del Cauca, nel 2007, dai 21,1 milioni di canne lavorate vennero tratti 275 milioni di etanolo e soltanto 2,28 milioni di tonnellate metriche di zucchero.

La produzione di agrocombustibili come l’etanolo, al posto di colture alimentari, è una pratica che umilia e snatura la terra. E anche i contadini, che un tempo si sostenevano con le loro piccole fattorie, mentre ora sono costretti a vivere come mere pedine in latifondi di canne da zucchero che spazzano via i panorami precedenti e la dignità umana e lavorativa. Il dilemma è doppio. Continuare a lavorare in quelle condizioni? Continuare a restare lì mentre il capitalismo vero (non quello millantato qui da noi) divora e oscura tutto quello che costituiva la loro identità? Riguardo al primo, i lavoratori agricoli hanno cominciato a farsi sentire organizzando scioperi spesso puniti con estrema violenza. Riguardo al secondo, la decisione è la stessa che devono prendere i migranti. Ma nei panni dei migranti si mettono tutti, in quelli dei corteros de caña nessuno, perché nessuno sa nemmeno che esistono.

Si comprende bene perché questo film, vincitore della Caméra d’Or per il miglior esordio al Festival di Cannes, in Italia ha ottenuto il patrocinio di Slow Food. La trama è piccola, ma il film grande. Alfonso, che se n’era andato anni prima da quei luoghi violentati, torna perché il figlio Gerardo ha una patologia polmonare causata dalle nubi di cenere e non può più lavorare. Al suo posto, salgono ogni mattina sul pullman dei caporali che le porta tra le canne la madre Alicia e la moglie Esperanza.

C’è quindi bisogno di qualcuno che badi a Gerardo e a suo figlio Manuel. La riunione della famiglia farà tornar fuori il dilemma se restare o andarsene. Esperanza vorrebbe, per salvare la salute del marito, distrutta in modo sempre più cronico. Ma Gerardo non vuole lasciar lì da sola la madre Alicia, che non intende abbandonare la terra nella quale è nata. Deciderà, per loro, il destino. Dovrebbe vedere questo film - poesia e povertà pura - chi dà dei capitalisti ai foodie che pagano cinque euro un barattolino da dieci grammi di origano di Pantelleria nei luxury supermarket. Se non altro, in quel prezzo c’è tutto il valore del non sfruttare chi coltiva la terra. A origano, oltretutto, non a canne da zucchero per far camminare auto al posto della benzina (è un uso dell’etanolo diffusissimo in Brasile).

GEMMA GAETANI

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Libero Quotidiano

Caratteri rimanenti: 400

blog