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American Crime, la serie Tv per riflettere su razzismo e integrazione

American Crime, la serie Tv per riflettere su razzismo e integrazione

È finalmente possibile vedere American Crime. Dove? In prima tv italiana esclusiva su TIMvision, la tv on demand di Tim. La serie, un perfetto crime drama dall’alto tasso di interesse anche sociologico, ha appena portato a casa un Emmy: miglior attrice non protagonista a Regina King.

Confermata anche per la seconda stagione, Regina interpreta Aliyah Shadeed, una convertita islamica sorella di un sospettato. Timothy Hutton e Felicity Huffmann vestono invece i panni di Russ e Barb Skokie, un’ex coppia il cui figlio veterano Matt viene assassinato, e sua moglie gravemente ferita, durante una rapina in casa. Sospettati, ovviamente, non sono i bianchi. Felicity regge il non facile ruolo della madre che vuole vendicare la morte del sangue del suo sangue bianco e ricorda non poco quel razzismo post traumatico di cui soffriva Derek (Edward Norton) per gran parte del film American History X. Derek diventava naziskin dopo l’uccisione del padre da parte di un disastrato nero.

A seguito dell’omicidio di Matt, le indagini si concentrano su un ventaglio di sospettati: Tony Guetiérrez, figlio adolescente di una coppia di immigrati messicani, i tossici Carter Nix e Aubry Taylor, lui afroamericano, lei bianca, e Hector Tonz, un uomo che vive ai margini della società. American Crime, in onda su ABC da marzo di quest’anno, ruota intorno all’omicidio come il 99 per cento dei telefilm di tale genere. Ma aggiunge alla trucidazione di qualcuno, che è il normale pretesto narrativo del giallo, riflessioni su razza e razzismo. Riflessioni nemmeno forzate, poiché è automatico pensare al crimine reale, recente e localizzato nella nostra geografia, dei due coniugi di Palagonia barbaramente finiti da mani di migrante. La serie, insomma, tenta di dipanare una matassa che anche noi conosciamo già bene, seppure ci riguardi da poco tempo: la difficile integrazione tra chi appartiene ad un territorio e chi vi arriva dopo.

Ideata da John Ridley, che già sceneggiò 12 anni schiavo e vinse un Oscar, American Crime affronta questi temi potenti e molto delicati. La sindrome da stress post traumatico dei militari, le armi acquistabili come noccioline allo zoo, il conflitto razziale che caratterizza i bassifondi (è ambientata a Modesto, una provincia californiana), la condizione degli immigrati, le reazioni da «giustizieri della notte» da parte di ambedue le «fazioni», americana e straniera. Il messaggio che si evince dalla sceneggiatura propende per una certa colpevolizzazione degli statunitensi e getta un po’ di benzina sul fuoco, alimentando una serie di stereotipi sui bianchi razzisti e gli afroamericani e i latinos perseguitati. Fuori dalla trama, appaiono generalizzazioni, perché le etnie non statunitensi negli Usa vantano primati economici e di potere che non hanno nulla da invidiare a quelli dei bianchi. Sono successi raggiunti da pochi, si dirà. Ma se il razzismo fosse veramente tale, nemmeno uno ne passerebbe il muro.

Sono, questo invece è vero, temi davvero attuali. Un po’ per i continui casi di cronaca, un po’ perché la disputa tra «ricchi bianchi» e «poveri afrolatinos» è un dibattito ancora più cocente negli Usa da quando Donald Trump ha avuto l’idea di candidarsi alle primarie per le presidenziali del 2016, si capisce perché la serie abbia appassionato l’America ottenendo un enorme successo di pubblico. Al di là della tesi veicolata, questo crime show rappresenta un’ottima occasione per riflettere su pregiudizi e luoghi comuni. Come, anche, quello che vuole tutti gli immigrati odiati dai bianchi e perciò odiatori dei bianchi. Donald Trump, per esempio, ce l’ha su con gli irregolari e ha anche sostenitori latinos. Poco valutato dalla stampa nostrana e anche da quella statunitense, circola il video di un’immigrata messicana che sostiene proprio Donald Trump. È un’immigrata regolare, che ha impiegato undici anni ad arrivare negli States con regolare permesso di soggiorno per lavoro, vuole vivere nell’ordine, il noto muro che Trump ha dichiarato di voler costruire al confine col Messico la trova d’accordo e non è fiction. Insomma, riflettiamo. Ma su tutto.

Gemma Gaetani

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