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The Missing, la serie che racconta il peggior incubo dei genitori

The Missing, la serie che racconta il peggior incubo dei genitori

Tony (James Nesbitt) ed Emily Hughes (Frances O’Connor) sono i genitori del piccolo Oliver. Durante un viaggio verso la Francia, poco dopo aver passato la frontiera, l’auto si rompe. Emily va in albergo, Tony in un locale con Oliver. Ma ne uscirà senza il figlio, misteriosamente sparito in mezzo al caos della folla intenta a guardare la partita e tifare (è l’estate del 2006, quella dei mondiali di calcio). Dopo otto anni, Oliver non è stato ritrovato e il matrimonio di Tony ed Emily non ha saputo reggere il colpo. Mentre Emily si è fatta un’altra famiglia, Tony continua a cercare il figlio. Da solo, perché anche la polizia ha ormai smesso le ricerche.

L’emergere di una nuova traccia, grazie alla testarda fede investigativa di un padre strappato dal figlio, condurrà alla riapertura del caso. È questa la trama di The Missing, la serie tv di coproduzione britannica che ha riportato enorme successo, in onda lo scorso anno sul canale BBC One. Da ieri è visibile anche in Italia su Giallo, canale 38 del digitale terrestre visibile anche su Sky. 

Il tema dei bambini scomparsi e, più ampiamente, dei delitti che riguardano bambini, è al centro di numerosi programmi che hanno un seguito importante di pubblico. Non si tratta soltanto di fiction. Basti pensare a quelle trasmissioni nostrane che vanno da Chi l’ha visto a Quarto Grado. Fanno ottimi ascolti, e li fanno perché diventano fucina di approfondimento, memoria e aggiornamento continuo di casi per cui anche gli inquirenti, negli anni, hanno deposto le armi. Tra i vari meriti di The Missing, c’è quello di aver centrato molti aspetti che caratterizzano la scomparsa di un bambino. Se è vivo, cresce altrove, derubato della normale e felice evoluzione verso l’età adulta protetto dalle spalle della sua famiglia. C’è poi lo sdoppiamento delle reazioni genitoriali, da una parte il non farsene una ragione e continuare a cercare sperare, anche contro ogni evidenza.

Dall’altra, optare per una vita nuova. Questi aspetti molto intimi, attinenti al drammatico riverbero della scomparsa infantile sulle vite di chi resta, sono di solito esclusi dalle trasmissioni televisive che si occupano di cronaca nera. Nessuno di noi, per esempio, sa cos’abbia nel cuore la mamma di Denise Pipitone, celebre caso di scomparsa infantile italiana che non è esitato nel ritrovamento del corpo ucciso, com’è purtroppo avvenuto in altri casi, e che tuttavia resta un mistero irrisolto.

Nell’arte, il tema dei bambini spariti esiste da molto tempo. È del 1931 il film M - Il mostro di Düsseldorf, storia di un adescatore e assassino di bambine, ispirata da due veri efferati criminali che terrorizzarono bimbi e genitori nei tedeschi anni Venti. Risale al 1869 la pubblicazione de L’uomo che ride, il meraviglioso romanzo di Victor Hugo che racconta la storia del piccolo Gwynplayne, venduto ad una banda di comprachicos, sfregiatori professionali di bambini da sfruttare mostrandoli nelle fiere o utilizzandoli come elemosinanti. Di questi anni è il film Gone Baby Gone di Ben Affleck, o lo straziante Changeling di Clint Eastwood con Angelina Jolie. Anche il grande giallista Don Winslow ha scritto un romanzo sul tema, il suo ultimo pubblicato in Italia e intitolato Missing: New York.

La scomparsa di un bambino come in un buco nero spazio-temporale è difficile da accettare anche per la società: maggiori sono i casi, maggiormente inefficiente è la società, poiché non riesce ad evitare il male nei confronti dei suoi esponenti più piccoli e indifesi. Forse per questa ragione siamo attratti dall’approfondimento giornalistico e dalle varie elaborazioni artistiche di tale tema, spesso ottime, potenti, com’è nel caso di The Missing. Sono necessari. Come fossero favole nere, mostrano i pericoli reali di una società forata come un colabrodo anche a chi, per sua fortuna, non le ha sperimentate sulla propria pelle.

Gemma Gaetani

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