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La recensione

Dark Places, il film che svela i luoghi oscuri delle donne

Dark Places, il film che svela i luoghi oscuri delle donne

Arriva in sala Dark Places - Nei luoghi oscuri, dark thriller che Gilles Paquet-Brenner ha tratto dall’omonimo romanzo della scrittrice statunitense Gillian Flynn. Tre soli romanzi pubblicati, tre assoluti capolavori di un genere che l’ha eletta regina. È comprensibile: la Flynn è capace di costruire architetture di trama - fondamentale nel giallo - che non è eccessivo definire grandiose. In più, le monta su una considerazione abitualmente aborrita da scrittrici e scrittori, per via del noto eccesso di zelo che oggi si deve alle donne (altrimenti si è sessisti, maschilisti eccetera). In Dark Places una spettacolare Charlize Theron è Libby Day, unica a sopravvivere, venticinque anni prima, al massacro della sua famiglia. Del quale è stato incolpato, da lei, suo fratello Ben (Corey Stoll). Non a caso il film - come il romanzo - è intitolato ai dark places, i luoghi oscuri che anche James Ellroy citò nel titolo del maestoso tomo dedicato a ricostruire la vera vicenda dell’assassinio di sua madre. Rimasta senza lavoro né denaro, Libby accetta la proposta del «Kill», club di appassionati di cronaca nera che vogliono mettere in discussione l’accusa di Libby a Ben, ovviamente condannato all’ergastolo. Libby sarà dunque costretta ad «indagare» sulla sua stessa memoria e riportare alla luce la verità sulla strage.

La considerazione abitualmente aborrita (onde non rischiare l’epiteto di misoginia) con cui Gillian Flynn si misura consiste nell’ammettere che anche la donna può essere una criminale diabolica ed efferata. Affermarlo, oggi che pare esistere solo il femminicidio, denota coraggio pari a quello di pochi. Sin dal primo romanzo della scrittrice americana, Sharp Objects (Sulla pelle), si intuiva questa poetica volta a demistificare la visione a senso unico della donna vittima del maschio, della società, dei tempi. Protagonista di quel libro è una giovane giornalista. Per iniziativa del direttore, viene mandata nella sua cittadina natale (nel Sud degli Usa) per raccontare l’omicidio di una bambina. Lei è restia a partire, si è lasciata alle spalle quel piccolo mondo crudele tempo prima, ma poi accetta. Giunta sul posto, ritrova l’inquietante madre, ora moglie di un nuovo marito e madre di un’altra figlia. Sulla protagonista e sua madre grava la pesante ombra dell’amatissima sorellina morta tanti anni addietro, a cui lei era molto legata, e all’apparenza anche la madre.

Ma, investigando sulla morte della bambina per cui è tornata in quei luoghi, la giornalista scopre che fu la madre a uccidere la sua sorellina. Riesce a farla arrestare e a fuggire, portando con sé anche la sorellastra. Ma pure la sorellastra ha qualcosa che non va: ben presto emerge la sua propensione all’omicidio.

Altra trama-grattacielo è quella di L’amore bugiardo - Gone Girl. Anche qui la protagonista è una donna-strega. Moglie di un marito bello e buono, dopo un po’ di crisi, pùf, scompare. Rapita, o forse uccisa?, si chiede il marito che mobilita i media. Ma la verità è che è stata lei stessa a scomparire, architettando un piano per dare la colpa al marito, che vuol distruggere per vendicarsi di un banale tradimento. Anche un precedente fidanzato, sempre descritto da lei come uno stalker, è stato in realtà manipolato, perché lei ha inscenato violenza per accusarlo e distruggergli la vita. Il piano prevedeva che il marito finisse accusato di omicidio, mentre lei si sarebbe rifatta una vita tranquilla sotto falso nome. Però il marito lo intuisce e si mette sulle sue tracce.

Allora lei cambia tattica. Contatta un vecchio spasimante, lo irretisce, si fa ospitare in casa raccontandogli di essere stata maltrattata da suo marito, poi lo attira a letto, e lo uccide. Quindi si ferisce e simula una violenza sessuale. Poi si presenta alla polizia scarmigliata, e racconta di essere stata rapita e violentata dal vecchio spasimante. In favore di telecamera, si fa riaccogliere in casa dal marito. Il quale, però, sa la verità.

Ma non può dirla: perché la moglie ha manipolato i media, ha sfruttato la fobia del femminicidio e le militanti contro la violenza sulle donne per costruirsi l’immagine della vittima. Per assicurarsi che il marito non la denunci, finge anche di esserne incinta. Insomma, lo incastra definitivamente: lui vive con una donna che ha tentato di farlo condannare a morte, ma non può dirlo, perché per tutto il mondo lei è una vittima. Da questo libro, di estremo successo, è stato tratto un film, girato da David Fincher, il regista di Fight Club.

Si capisce che un discorso sulla figura femminile come quello che emerge dai lavori dell’autrice americana per le varie Concite De Gregorio del mondo intero è piuttosto duro da digerire. Anzi, la Flynn si è spesso attirata l’accusa di essere una che odia le donne e sputa sulla «sorellanza». Ma se si leggono bene i suoi libri (o si guardano i film che ne sono stati tratti) si scopre che non è così. La protagonista di Sulla pelle, per esempio, si taglia, soffre un grave disagio, ma ha il coraggio di affrontare la madre e farcela da sola, senza uomini a fianco (a parte avventure occasionali e il rapporto col direttore del suo giornale, una sorta di sostituto del padre). Tra la madre strega, la sorellastra malata e la giornalista problematica, ma forte, è quest’ultima la donna «normale», capace di coraggio e forza nonostante i problemi. E questa è la donna centrale nell’intera poetica della Flynn. Colei che combatte il male che, come può provenire dagli uomini, può provenire anche dalle donne. O dalla propria personale memoria, com’è nel caso di Libby in Dark Places.

di Gemma Gaetani

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