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L'intervista a Gennaro Nunziante

Parla l'uomo che ha scoperto Checco Zalone: "Vi spiego il posto fisso anti-comunista"

Gennaro Nunziante e Checco Zalone

Gennaro Nunziante, tu sei il regista, l’inventore dello zalonismo…

Sono un suo amico, un suo complice, semmai.

Tutti s’industriano per dare interpretazioni politiche del vostro film, tu sei l’unico che puoi fornire quella autentica.

In questi giorni sui giornali leggo di tutto, in televisione ascolto di tutto. Ieri pomeriggio ho chiamato Luca e gli ho detto, “Luca presto accendi la televisione su Rai 2 che NON stanno parlando di te”.

Si scrive sia che Quo Vado è un film iperliberista, a favore dei licenziamenti, sia il contrario.

Fra poco ti spiego tutto. Ma Quo Vado in primo luogo è una commedia. E poi è un film sulla riconciliazione necessaria.

Riconciliazione tra chi?

Fra tutti: l’Italia di oggi è il paese più diviso del mondo, lo hai notato? Eravamo divisi tra destra e sinistra, adesso lo siamo fra destra, sinistra e grillini. Ma siamo divisi anche tra nord e sud, fra ricchi e poveri, elite e popolo, sempre di più. E soprattutto fra giovani e vecchi, occupati e disoccupati, in maniera drammatica: ti basta?

Parliamo di stile: eravate cattivisti e sulfurei, politicamente scorretti. In Quo Vado lo zalonismo è diventato più buonista?

Assolutamente no: sono due momenti dello stesso racconto.

Cioè?

La cattiveria per noi è uno strumento che serve a disvelare. Mentre invece un film deve riconciliare, trovare un punto di unione fra le diverse tribù italiane. Io e Luca siamo convinti che in questo paese diviso la commedia possa essere un modo per trovare una unione, partire dall’autoironia.

Gennaro Nunziante è l’uomo che ha scoperto Luca Medici, alias Checco Zalone. Classe 1963, cresce in un quartiere popolare di Bari, in una famiglia operaia, e vive sulla sua pelle – da bambino – il trauma della perdita del leggendario “posto fisso” (del padre). Da ragazzo costituisce una culla del cabaret a partire da un locale, “La dolce vita”, aperto quasi per gioco con un gruppo di amici. Poi inizia a lavorare a Telebari, creando fiction satiriche di incredibile successo. Di lì il grande salto con TeleNorba, dove per la prima volta arrivano mezzi per lavorare (e dove Gennaro incontra la donna della sua vita). Un giorno, durante un provino in cui un giovane artista si propone come parodiatore di cantanti neomelodici, il grande incontro. Tra Nunziante e Zalone è una folgorazione, inizia il sodalizio professionale che dura fino ad oggi.

Nunziante, a proposito di cattiverie: Verdone dice che Checco vince facile con tutte quelle copie, che non lascia spazio ai piccoli film.

Spieghiamolo ancora. Nessuno prende le sale, sono gli esercenti che comprano il film. Con Cado dalle Nubi abbiamo incassato oltre 14 milioni con 400 copie che la settimana successiva erano ridotte a 200 copie.

Hanno scritto che sei il padre della comicità renziana.

Anche questo mi è toccato sentire! Ma non mi offende.

Uno che vi conosce, Nicola Lagioia, dice che sei “un radicale di sinistra cattolico”.

Questa definizione è tecnicamente vera. Sono nato nel Quartiere Libertà di Bari: famiglia numerosa, operaia e cattolica. Avevo sei anni quando mio padre Antonio viene licenziato per la chiusura di una azienda di autolinee.

Un dramma?

Ci ha messo due anni prima di trovare un nuovo impiego, alle ferrovie.

Due anni sono lunghi.

Abbiamo vissuto grazie al sussidio dei cosiddetti pacchi di solidarietà della Regione con generi di prima necessità: zucchero, farina…. Ma non mi sono mai sentito povero, mi aiutava l’autoironia, e poi perché nel mio mondo, in questo straordinario sud dove sono cresciuto, nessuno mi ha fatto sentire ultimo.

In che senso?

Ho scoperto cosa fosse la vera solidarietà, di una comunità che ti si stringe intorno: di chi si toglieva il pane di bocca per darlo a te. Ho conosciuto la solidarietà di amici e compagni di mio padre, quel mondo di valori di quella che io chiamo la Vera Sinistra, quella che oggi spesso si mostra elitaria e classista.

Ne sei certo?

Ho imparato molto presto a riconoscere e distinguere la vera sinistra da chi fa finta.

Fammi un esempio.

Antonio: un amico - disoccupato come mio padre! – ma che al contrario di noi aveva il cosiddetto “pezzo di terra”, un orto con cui sopravvivere. Un pomeriggio venne a casa nostra con il suo pacco e disse: “Ne avete più bisogno di me!”. Ce lo regalò.

Per due anni povero, senza sentirsi povero.

Con l’eccezione di alcuni momenti, non mi sentivo disperato, ma pieno di dignità e orgoglio.

Cosa intendi per “alcuni momenti”?

La cosa più brutta che ricordo di quel tempo, era la processione a scuola in cui ti regalavano scarpe, quaderni, maglioncini. Immagina la scena: sfilavi davanti a tutti i compagni con questi doni in mano. Ogni passo un’umiliazione.

Terribile.

(Ride): “No, non ti preoccupare. Dice Ivano Fossati, in una bellissima canzone: “A ogni acuto dolore/ segue una più acuta fantasia”. Ne sono convinto, la mia vita è stata questo.

Padre operaio, sindacalista, nasci nel cuore della sinistra più classica.

La mia strada faceva angolo con via Principe Amedeo, dove c’era la sezione del Pci e l’oratorio. Sono cresciuto tra quei due mondi: la più classica e generosa militanza, si andava a diffondere il giornale, si discuteva, si andava a Messa, si faceva solidarietà. Quel mondo è finito, scomparso dalla mattina alla sera, con la scissione, quando sono nati Pds e Rifondazione.

Da ragazzo hai avuto anche simpatie extraparlamentari…

Avevo un gruppo di amici carissimi nell’area più ribelle degli anni settanta. Il mio primo voto per altro l’ho dato a Toni Negri.

Il leader di Autonomia Operaia?

Proprio lui: era in carcere per il processo 7 aprile, alle politiche del 1983 venne candidato dai radicali. Marco Panella diede vita alla più riuscita delle sue campagne, “vota per liberare il prigioniero”.

E ti convinse.

Anche con il mio voto, Negri uscì dal carcere da deputato, e fuggì in Francia. Sai chi aiutò Scalzone a fuggire in Francia? Gian Maria Volontè con la sua barca. E sai cosa c’era scritto sulla vela della barca? “Dobbiamo provarci a vivere”, un verso del poema Il cimitero Marino di Valery. Hai capito chi era Volontè? Non faceva il maestrino come questi attori finto impegnati di oggi, era un testimone di valori libertari.

L’ultimo voto?

Al Pd di Bersani, che considero un uomo giusto. Lo apprezzavo molto, un altro che a suo modo voleva unire, e non dividere. Ti devo dire che consideravo folle anche chi, per combattere Berlusconi, sputtanava l’Italia all’estero.

Checco Zalone ha fatto una battuta sulla bassezza di Brunetta e lui ha detto che è razzismo.

Se noi l’abbiamo sopportato come ministro, lui potrà sopportare una battuta.

Il primo passo nella tua vita professionale quasi per gioco: un giornale satirico.

Nella Bari in cui i socialisti governavano tutto, iniziamo a prenderli in giro: parodiando l’Avanti ci inventiamo “il Davanti”.

Un Samiszadt.

Il primo numero duecento fotocopie diffuse a mano. L’ultimo: migliaia di copie vendute.

Come nasce “La dolce Vita”?

Il padre di un ragazzo, Lele Sampietro, che sente dal figlio questa frase: “Ho tre amici cretini che si divertono come matti e fanno ridere tutti”.

E lui che fa?

Tirò fuori molti soldi e ci aprì il locale. Gli sarò grato a vita.

Diventa tappa obbligata per tutti i talenti che passano al sud.

Il primo esempio? Daniele Luttazzi: non lo conosceva quasi nessuno, aveva vinto un piccolo premio, la Zanzara d’oro: lo mettemmo in cartellone.

Il secondo?

Gene Gnocchi: me lo segnalò un altro grande amico di allora, Roberto Freak Antoni, il cantante degli Skiantos.

Cosa ti dice di Gnocchi Roberto?

“Guarda, c’è questo avvocato: un tipo molto serio, ma quando sale sul palco fa delle cose forti”.

E voi lo chiamate?

Con un dialogo di ingaggio esilarante: Noi chiediamo: “Quanto costi?”. E lui: “Quattrocentomila lire”. E noi: “A sera?”. E lui: “No, tutto il week end”. E noi: “Ma scusa, ti devi pure pagare il vaiggio, così non ci rientri”. La prima trattativa al contrario della mia, vita: dare a Gene più di quel che chiedeva!

Per la Dolce vita passa il meglio di una generazione.

Antonio Albanese, Aldo e Giovanni, ricordo una serata commovente di Felice Andreasi, e poi il passò il più grande di tutti, Leo Bassi, l’artista che ho amato alla follia.

Cosa ricordi di quel primo provino in cui selezioni Luca Medici?

Si era preparato due canzoni da finto-neomelodico: una era “la globalizzazione”, l’altra “La ginnastica”. Bastava sentirle per intuire l’enorme lavoro di preparazione che c’era dietro.

C’erano già le radici di Checco?

Assolutamente sì. Il tempo darà ragione a Luca. Lui prende le lancette della comicità contemporanea e le sposta nel futuro.

A Telebari le prime telenovelas.

Si fermava la città, davvero.

E a Telenorba il grande salto, con Teledurazzo.

L’idea era semplice: spiegavamo l’Italia agli italiani di Puglia, fingendo di essere una tv che spiegava l’Italia agli albanesi.

La fortuna della tua vita.

Non per il successo di Teledurazzo. Perché incontro la mia futura moglie, Margherita.

Con l’imitazione di Vendola, che parla aulicamente e poi dice: “Ehi bimbo! Ma tu da me che caszo vuoi?” Checco arriva alla fama nazionale.

Sì, ma quanto studio c’era in Luca dietro quella gag? Allora come oggi la nostra comicità era disvelamento. Raccontare per spiegare. Un comico se non svela qualcosa non serve a nulla.

Allora parliamo adesso di Quovado e dei “Posti-fissi”.

“Sole a catinelle” era, sotto l’apparenza giocosa, un film sulla crisi. Quovado è un film sulla terribile condizione di questo tempo, vivere con la precarietà.

Cioè?

Guardare il futuro provando paura. Una condizione che ti paralizza e che scatena i lati peggiori degli umani. L’imprenditore vede come minaccia il suo dipendente invece che considerarlo una risorsa, il dipendente che non prova attaccamento per la sua azienda, l’imprenditore che cerca di speculare il più possibile, il lavoratore che non s’impegna nel lavoro perché avverte l’imprenditore come uno speculatore.

E cosa può accadere con questo scenario?

Può accadere qualcosa di straordinario se parte una stagione riconciliante. In questo senso la politica deve mostrarsi illuminante, dialogando con le parti, tutte le parti, altrimenti non si va da nessuna parte. Quante volte hai sentito parlare di stagione costituente?

Anche con i cinquestelle?

Certo. Sono ragazzi che portano valori importanti, escano fuori dall’antica contrapposizione politica da ottantenni, e mostrino con mitezza la forza delle loro idee, vedrai che saranno apprezzati e premiati.

Il vostro cinema è anche il più grande atto di satira e insieme di amore per il sud.

Perché lo amiamo. Lo vediamo in tutti i suoi difetti. Ma sappiamo cosa può offrire all’Italia.

Ad esempio?

Un’idea del senso di solidarietà della vita, la tutela di alcuni valori comunitari. Dagli albanesi ai profughi siamo la terra che accoglie tutti. In Basilica di San Nicola a Bari pregano ortodossi, islamici e cattolici. Ti pare poco?

Un po’ conservatori lo siete: tra i due personaggi-chiave il politicone prima repubblica Banfi è cento volte più simpatico del ministro Bruschetta.

E’ il nostro modo per dire che se non fai la rivoluzione onesta, rimetti al centro della nostra vita comunitaria valori veri, il passato torna come bene-rifugio. Infatti Banfi viene rieletto trionfalmente sindaco.

Il posto fisso è l’ultimo baluardo della sinistra?

Veramente negli anni settanta dall’ideologia del posto-fisso è l’arma che ha fermato l’avanzata del comunismo.

Dici?

Certo! Il concorsone era un sacramento dell’Italia democristiana, mica di quella rivoluzionaria. Chi non capisce questo non capisce nulla. Non solo di Quo vado, ma dell’Italia.

intervista di Luca Telese

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Commenti all'articolo

  • rocc

    12 Gennaio 2016 - 14:02

    ho visto e apprezzato Che Cozzalone (Checco Zalone) in tutti i suoi film, specie l'ultimo Quo Vado, però mi disturba che questo regista Nunziante molto intervistato dal sinistrorso Luca Telese dica che lui è di estrema sinistra (ha votato Toni Negri, poi Bersani, apprezza Daniele Luttazzi, offende Brunetta, ecc.); ho l'impressione che come dice Massimo Casali se non sei di sinistra non esisti

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