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DiCaprio merita l'Oscar: capolavoro di recitazione in "The Revenant"

DiCaprio merita l'Oscar: capolavoro di recitazione in "The Revenant"

Arriva nelle sale italiane, è l'ultimo film di Alejandro Inárritu e l'ultima interpretazione capolavoro di Leonardo Di Caprio: Revenant - Redivivo. Sarebbe bello se si scatenasse un dibattito come quello che è toccato al povero Checco Zalone, che voleva solo far ridere. Diversamente da Quo vado?, Revenant non fa ridere; si pone nella storia della regia cinematografica per la non facile scelta di girare col solo ausilio della luce naturale, col risultato che, come fu per Barry Lindon, ogni fotogramma sembra una tela fiamminga e l’intero film una mostra di tele fiamminghe sul tema dei temi: il confronto fra uomo e Natura.

Il redivivo del titolo è Hugh Glass, sì, lo spettacolare (ad ogni nuovo film di più) Leonardo Di Caprio. Ma c’è un altro redivivo: il tempo che non conosciamo perché non lo abbiamo vissuto. Nel quale per mangiare, si cacciava. Per spostarsi si usavano battelli (o cavalli, carrozze), ma soprattutto i semplici piedi sul terreno. I «prodotti» da vendere erano pelli, non le si comprava su ebay o kijiji, ma si scuoiavano dal corpo dell’animale ammazzato con le proprie mani e i propri fucili. Magari nella foresta che costeggia il fiume Missouri, dove sono accampati Hugh Glass e la sua spedizione di cacciatori di pelli. Quasi a fine missione, stanno sistemando le pelli in balle da trenta ciascuna (pensate a che peso, altro che le balle dei ciarlatani contemporanei).

Li attaccano i Pawnee, indiani che da un lato difendono quelle terre dai bianchi che ci vanno a far razzìa, dall’altro, coinvolti loro malgrado in un sistema di compromessi coi nemici simile alla politica contemporanea, rivogliono quelle pelli per darle ai francesi in cambio di cavalli. La scena della battaglia è lenta e cruenta, ossimori possibili solo a Inárritu. Frecce indiane si conficcano in scatole craniche di bianchi, calci di fucili di bianchi maciullano, colpo su colpo, facce indiane, alberi prendono fuoco, i morti, pieni di sangue, si affiancano a carcasse di animali scuoiati. Dopo l’attacco, la spedizione decide di tornare al forte a piedi, mollando il battello (il Missouri è territorio ben noto ai Ree, pericolosi come i Pawnee). E le pelli: occorre muoversi con le mani libere in caso di nuovi attacchi e all'epoca non c'erano i corrieri espressi. Mentre gira in ricognizione, Hugh viene attaccato da un’orsa.

Altra scena lentissima e superlativa. L’orsa lo massacra e se ne va. Hugh raccatta il fucile per spararle, ma la colpisce di striscio. Lei si accanisce ancora su di lui. Hugh raccatta il pugnale, e in un corpo a corpo devastante riesce a ucciderla. Ma le ferite sono innumerevoli. Le strazianti urla di Leonardo mentre i compagni tentano di medicarlo sono da Oscar. Lo hanno trovato, ma alla fine, convinti che non possa riprendersi, lo lasciano alle cure del suo giovane figlio (mezzosangue indiano) e di altri due membri della spedizione: trasportarlo, mentre nevica, è troppo rallentante. Le espressioni di Leo, cianotico, afono, legato in barella, mentre dà testate di rinculo quando la barella viene «poggiata» a terra perché sui terreni ripidi, resi scivolosi dal ghiaccio, non si riesce a portare come se pesasse un grammo, sono da Oscar anch’esse.

La rabbia, resa solo con grugniti incomprensibili, gli occhi di fuori e una faccia bordeaux quando Fitzgerald, l’infame dei due uomini che dovevano badare a lui, gli accoltella il figlio perché lo ha beccato che stava tentando di soffocare Hugh, è da sentirsi male per immedesimazione, tanto è da Oscar Leo. Le urla di quando Fitzgerlad lo seppellisce sotto terra ancora vivo, prima di andarsene? Ancora, da Oscar.

Abbiamo già raccontato troppo di un film che va visto (e rivisto) come un viaggio nel tempo, e forse anche trasfigurato, perché quell’Hugh moribondo e vessato da chi era stato incaricato di accudirlo raffigura ogni vittima di stronzo di epoche precedenti e successive. Hugh non morirà, anzi. «Tutto il resto è noia», cantava Califano, ma da qui in poi tutto il resto del film è la conquista della forza per la vendetta e poi la vendetta. Questioni senza epoca, senza tempo, per altro ispirate a una storia vera, qui interpretate da un attore che per questo ruolo ha già vinto il Golden Globe come Miglior Attore Protagonista di Film Drammatico e non è che meriti anche il premio Oscar. Lo stramerita. Glielo daranno? (Anche Tom Hardy nei panni di Fitzgerald lo stronzo è di bravura non ordinaria, si noti il primo conflitto con Leo dal minuto diciassette al diciannove. Ma si osservi anche come Leo lo surclassa).

di Gemma Gaetani

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