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Il coraggio di Joy, donna geniale sola contro tutti

Il coraggio di Joy, donna geniale sola contro tutti

«Ispirato a storie vere di donne coraggiose. Una in particolare», recita l’epigrafe di Joy. Quell’«una in particolare» è Joy Mangano, sessant’anni quest’anno, nata negli Usa da italo-americani, inventrice e, da un trentennio, businesswoman. Il film ne racconta la travagliata emancipazione. Da loser (divorziata con figli, badante della madre la cui vita consiste nel guardare soap opera) a donna che afferma il proprio diritto a realizzare non sogni di vacua gloria vip, ma quanto è nata per fare: inventare e vendere le sue geniali invenzioni.

Per molte, sacrificare se stesse per gli altri (dai figli, ai genitori, ai mariti) è un comportamento indotto e millenario difficile da estirpare dal dna collettivo femminile. Se la passività femminile, di comodo o dolorosa che sia, non esistesse, non esisterebbero scaffali interi di libri di psicologia il cui padre fu Le brave ragazze vanno in Paradiso, le cattive dappertutto. Che - a dispetto del titolo involontariamente stimolante visioni di virago armate di frusta che accendono sigari con banconote da 500 euro - semplicemente insegnava alle donne perché e come lottare per il proprio diritto e dovere di esistere, a prescindere dagli uomini. Adolescente, Joy idea e realizza per il suo cane un collare antistrozzamento, poi l’abbandona lì (il collare, non il cane), poi lo vede commercializzato dall’azienda Hartz Mountain. È ovvio: se bisogna combattere come lupi per affermare se stessi, non provarci nemmeno non conduce ad alcun successo.

«Ci sono persone che amano costruire cose. Hanno la pazienza e la concentrazione per creare con le loro mani. Joy era una di quelle persone che gioiscono nel costruire cose», spiega la nonna Mimi, interpretata da Rose Diane Ladner (nome d’arte Diane Ladd, ottant’anni, madre di Laura Dern, insieme con lei musa di David Lynch, che in Joy è anche voce narrante).

Joy è una predestinata, un po’ come Maria Montessori, Madonna, Donald Trump e compagnia bella. Ma deve imparare a lottare. E incontrare sulla sua strada le persone giuste. E quelle sbagliate, per opporvisi e imparare a lottare ancora - sì, ci sono casi di persone di zero valore che diventano qualcuno solo perché incontrano la persona giusta che le miracola, ma non è questo il caso di Joy. La famiglia di Joy adulta è più disfunzionale di quando era bambina. La madre Terri, con cui vive, è sempre più fuori dal mondo. Con lei abitano anche la nonna Mimi, il suo ex marito, i suoi due figli, e a un certo punto arriva pure il padre Rudy (Robert De Niro). Come non capirla quando, fagocitata dai doveri verso tutti costoro, che la nullificano, sospira: «Mi sembra di essere in prigione»? Altro che «joy», cioè gioia.

La presa di coscienza di questa stagnazione autolesiva le darà la forza di combattere per la realizzazione di una nuova invenzione, il mocio autostrizzante. Potrebbe sembrare il solito film statunitense d’apologia sul self made man declinato in chiave femminile. Ma è molto di più, perché sceneggiatore e regista è David O. Russell e i protagonisti di questo biopic drammatico, ma anche comico, sono Jennifer Lawrence (splendida, perfetta nei panni di Joy), De Niro e Bradley Cooper (è Neil, che introdurrà Joy alla televendita). Per la quarta volta sono tutti insieme dopo Il lato positivo, Silver Linings Playbook e American Hustle. Come in Joy, anche negli altri tre film questo regista e questi attori - in più in American Hustle c’erano il grandissimo Christian Bale e la brava Amy Adams - hanno saputo arricchire temi ormai tipici del cinema americano di una mistica e di uno swing che i registi mainstream non possiedono. Infatti, la Lawrence per Joy ha già vinto il Golden Globe come Miglior attrice protagonista e concorre per lo stesso titolo agli Oscar.

Gustosa Isabella Rossellini nei panni di Trudy, mezza nuova fidanzata di Rudy e arcigna finanziatrice del mocio di Joy. La quale, sulla strada per il successo, incontrerà infiniti ostacoli dovuti anche all’incompetenza e all’invidia delle persone a lei più vicine, che la convinceranno di essere solo una loser che ha sognato di essere una winner.

«Il mondo non ti regala opportunità. Il mondo distrugge le tue opportunità. E ti spezza il cuore. Avrei dovuto ascoltare mia madre quando avevo dieci anni. Avrei dovuto passare la vita a guardare la tv e a nascondermi dal mondo, come mia madre», dirà in un intenso momento di tristezza. Già il mondo è una giungla feroce, figurarsi cosa può essere quello degli affari. Tuttavia, tra un up e un down Joy trionferà, completamente sola in un mondo di squali e idioti (i familiari, che tuttavia non abbandonerà). «Aveva sopportato praticamente qualsiasi cosa, finché non dovette andarci giù pesante. E ci andò pesante». Difatti, dopo il mocio autostrizzante, la vera Joy Mangano ha inventato le stampelle ultrasottili amate, pare anche da Oprah Winfrey, gli occhiali da lettura in set, ha aperto un ristorante... Cercatene il nome sul Web, la sua vera storia vi stupirà pure più del film.

Gemma Gaetani

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