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I docufilm di Chelsea Handler su Netflix: comizi d'amore pieni di ironia

I docufilm di Chelsea Handler su Netflix: comizi d'amore pieni di ironia

È disponibile su Netflix - la piattaforma Internet statunitense di serie tv e film on demand infine sbarcata anche in Italia - Chelsea Does. La visione è altamente raccomandata. Ricordate quella meritevole opera cinematografica di indagine sociologica tramite interviste realizzata da Pier Paolo Pasolini nel 1965? Il docu-film si intitolava Comizi d’amore e indagava sul pensiero degli italiani riguardo a sessualità, amore e quel concetto, ormai inesistente, ma allora vivo e detto «buon costume».

Pasolini faceva domande con la provocatorietà che lo caratterizzava. Quella di chi ha già un’opinione pregiudizievole malleabile come il marmo e che, sintetizzando, era: la morale di questa nazione fa schifo. Pasolini aveva un atteggiamento ambivalente verso l’essere umano incolto e grezzo che fece parlare in Comizi d’amore. Da una parte era feticcio del suo disprezzo, dall’altra avrebbe voluto educarlo. Da quel confronto con la vox populi (sì pregiudizievole, ma comunque avvenuto e questo fu meritorio), è passato mezzo secolo. E quel tipo di inchiesta ormai non interessa più nessuno. Oggi dei temi da analisi sociologica si dibatte in tv, la persona qualunque viene - al massimo - intervistata il tempo necessario a pompare lo share coi suoi quattro strilli o la sua «storia vera», che ficcata nel carnaio televisivo diventa un nulla vero.

La vox populi si può esprimere ampiamente, senza freni e filtri come in un’inchiesta, soltanto sui social. Dove parla di ciò che pensa e quindi descrive ciò che è (cosa che sociologia, antropologia e giornalismo non fanno più). Sui social il popolo parla, sì, ma da solo e senza alcun invito a farlo da parte di chicchessia - quando i talk show invitano a farlo è solo per fidelizzare il pubblico illudendolo di avere interesse per i suoi tweet, sapevatelo.

Pasolini andò a New York nel 1966. E scrisse: «In America, sia pure nel mio brevissimo soggiorno, ho vissuto molte ore nel clima clandestino, di lotta, di urgenza rivoluzionaria, di speranza, che appartengono all’Europa del ’44 del ’45». Uno che mistificò la complessità dell’essenza dell’America già trasformando la sola Manhattan in una brigata partigiana, oggi considererebbe Chelsea Handler una povera cretina straripante quel dna a stelle e strisce che lui non vide zompettando per New York. Quel dna a stel-le e strisce che - ora ancora più di allora - è fatto anche di categorie che anziché vittimizzarsi in una «urgenza rivoluzionaria» ironizzano perfino su se stesse, in quel registro e quel genere totalmente sconosciuti a Pasolini: la comicità. Chelsea Handler è, tra le donne comiche, una delle migliori. Nel 2006 ha pubblicato Le mie storie da una botta e via (Mondadori), senza costruirci su nessuna mistica come faceva Pier Paolo con le sue «botte e via» omosessuali, ma realizzando un best seller che prende in giro perfino gli ebrei, e Chelsea è ebrea. Regina del politicamente scorretto, nel tomo raccontava il sesso senza edulcorazione da bomboniera mainstream, né aura da eroina della decadenza contemporanea, anzi facendo molto molto ridere. D’altronde, era diventata nota con lo show tv via cavo Girls behaving badly, «Ragazze che si comportano male»: con la candid camera zompettava pure lei per gli States ponendo imbarazzantissime domande ai suoi connazionali. Un po’ come Pasolini nei Comizi d’amore, ma con attitudine assai diversa. Non voleva educare nessuno, solo far parlare la gente e farne show, infatti poi Jay Leno la chiamò a fare la «corrispondente speciale» al Tonight show. Con Chelsea Does, la docu-serie tv in quattro puntate che insistiamo vediate, Chelsea torna a parlare con la gente di grandi temi. Matrimonio, droghe, Silicon Valley, razzismo. Quattro puntate da una settantina di minuti ciascuna nelle quali Chelsea indaga a modo suo. In quella sul matrimonio intervista un mucchio di coppie, ma anche il fondatore del sito per tradimenti Ashley Madison. In quella sulla Silicon Valley, si reca lì, cercando di vendere un’app. In quella sul razzismo va in un’ex piantagione. In quella sulle droghe fuma spinelli, prova un allucinogeno e intervista tossico-dipendenti dalle storie terrificanti. Pasolini chi?

Gemma Gaetani

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