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Grimbsy

Nel nuovo film di Sacha Baron Cohen, la genialità dell’essere idioti

Nel nuovo film di Sacha Baron Cohen, la genialità dell’essere idioti

Si è dibattuto per giorni, e ne abbiamo dato conto in queste pagine, sulla salute della satira italiana e la sua capacità di prendere di mira Renzi. E mentre il fior fiore dell’intellighenzia di sinistra continua a decidere che cosa sia vera satira e che cosa no, ecco che, dopo Checco Zalone con Quo vado? e Ben Stiller con Zoolander 2, arriva anche Sacha Baron Cohen - talento gemello degli altri due - a ricordarlo.

In uscita oltremanica il 4 marzo, il suo nuovo film sarà nelle nostre sale il 7 aprile. Dopo gli indimenticabili Ali G (2002), Borat (2006), Brüno (2009) e Il dittatore (2012), il comico britannico interpreta un altro idiotone che si preannuncia altrettanto memorabile. In Grimbsy - Attenti a quell’altro, Sacha è Nobby, un truce hooligan panzuto, nullafacente e sbevazzone. La sua vita è piena, pure troppo: ha l’amore di una fidanzata (Rebel Wilson), larga come un frigorifero, e la prole che da esso è derivata: ben undici figli. Ma gli manca il fratello Sebastian, dal quale è stato separato da bambino. Così si mette a cercarlo.

Immaginate il tripudio comico quando Nobby ritroverà Sebastian (Mark Strong) e apprenderà che è il migliore agente del MI6. E, soprattutto, che ha appena scoperto il progetto di un attentato terroristico mondiale, per sventare il quale - incredibile ma vero - alla fine gli sarà fondamentale l’aiuto del suo testé ricongiunto fratello «de-de», derelitto e deficiente.

I veri abitanti di Grimsby - forse sono parenti di Luttazzi o Scanzi - si sono arrabbiati perché lo stereotipo dell’inglese periferico che si nutre di calcio, alcol e sussidi è stato localizzato lì. Diremo anche a loro: ehi, è comicità, è satira. Infatti, fa già ridere la sola locandina del film. Sullo sfondo di un Big Ben circondato da fuochi che bruciano, Sacha-Nobby e Sebastian si elevano in aria, nella tipica piroetta da action movie. Ma Nobby, oltre a una pistola fumante in una mano, ha una birrozza nell’altra, ai piedi ciabatte e calzettoni, capelli con frangetta e basette grossa ognuna come una mezza barba, a mo’ di Mod ibernato trent’anni fa e scongelato oggi.

L’attore si è presentato così anche all’anteprima londinese del film. Dolcevita strizzapanza, fondina da spalla e, sotto, solo degli slip celesti, in perfetto stile 007 dei cretini.

Anche Baron Cohen è uno che con la comicità assoggettata al politically correct non ha niente a che vedere, pur confrontandosi con temi seri o attuali. Londra subì davvero un attentato nel 2005 e, dopo la tragica doppietta terroristica parigina del 2014 e del 2015, ogni capitale europea è a rischio. Riderne, ovviamente, non estirpa il problema, ma è importante non permettere al problema di imporre tabù alla comicità, nemmeno se si appartiene, come lui, all’universo della sinistra anglofona liberal.
Sacha Baron Cohen ride più o meno di qualsiasi cosa. E non è certo nazionalpopolare. Per quanto abbia gran successo, resta un fenomeno di élite. È molto amato dagli intellettuali e, ciò nonostante, ride di argomenti che la sinistra italiana politica, e quella comica, avrebbero paura anche solo di nominare. Fa battute sulle minoranze etniche, ha preso in giro i neri del ghetto (interpretando Ali G), gli autocrati islamici (ne Il dittatore), il modello gay (in Brüno), l’antisemita in Borat (lui che è ebreo).
Presentando i Bafta, ha dichiarato che non crede esista «un razzismo hollywoodiano» (immaginatevi cosa avrebbero detto, invece, uno Scanzi o una Guzzanti al suo posto).

Poi, ha fatto sagace ironia sulla presunta discriminazione dei neri nel cinema, di cui si dibatte da quando Spike Lee ha lanciato l’accusa: «Non desidero vincere nulla con Grimsby», ha spiegato Sacha. «Ecco perché ho nel cast due afro-americani». Sullo stesso palco, nel 2013, si esibì in uno sketch al vetriolo. Apparve assieme a una signora molto anziana in carrozzina. La presentò come Grace Cullington, l’ultima persona ancora in vita ad aver lavorato, da bambina, con Charlie Chaplin. Dopo qualche parola seria e commossa, si fece sfuggire la carrozzina di mano e la signora precipitò giù dalla scena fra le grida del pubblico.

Ovviamente era una trovata comica. L’avesse fatto in Italia, le penne del Fatto e tutti i progressisti lo avrebbero accusato di sbertucciare i disabili (è capitato davvero, a Checco Zalone). Cohen, diversamente dai tanti satirici «impegnati» italiani, sa che esiste lo spazio comico, che è separato da quello della realtà e nel quale tutto è concesso, oltre le ideologie.

È un liberal, ma è prima di tutto al servizio della battuta. E anche quando fa politica o prende una posizione non dimentica mai il suo obiettivo principale: far ridere. Cosa che i satirici nostrani politicizzati hanno disimparato da un po’.

Gemma Gaetani

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