Cerca

Dopo gli Oscar

Con le quote etniche a Hollywood nasce il Nuovo Cinema Ghetto

Con le quote etniche a Hollywood nasce il Nuovo Cinema Ghetto

Le assurde applicazioni del politicamente corretto stanno vincendo su tutta la linea. Il piagnisteo degli attori e registi neri andato in scena prima della cerimonia di premiazione degli Academy Awards ha dato i suoi frutti. La vicenda è nota: poiché nelle ultime due edizioni della kermesse cinematografica mancavano candidati di colore alla statuetta, alcuni vip hanno lanciato un boicottaggio per protestare contro gli Oscar «troppo bianchi».

Ha cominciato Spike Lee, che non ha voluto ritirare il Premio alla Carriera: noi ci domandiamo dove sarebbe il razzismo nell’Academy che voleva celebrare uno dei più rappresentativi registi black, ma forse possediamo una logica diversa da quella di Spike... Poi si è accodata Jada Pinkett Smith, moglie di Will Smith, e poi altri. E quindi, come sempre, il web: su Twitter gli impegnati da tastiera hanno cominciato a ticchettare l’hashtag #oscarssowhite, prestando numeri alla distorta idea di un «razzismo imperante nel cinema americano». Forse dimentichi del fatto che il film Indovina chi viene a cena già nel 1967 ribadiva che essere neri è come essere bianchi, per il cinema.

Ma le battaglie pretestuose ormai vincono sempre, e quindi alla fine l’Academy ha fatto sapere che, entro il 2020, raddoppierà il numero di donne presenti in giuria e concederà spazio crescente alle minoranze etniche. Piccolo particolare: l’istituzione americana sarà anche composta da bianchi per il 94%, come sosteneva riottoso Spike Lee. Ma la presiede Cheryl Boone Isaacs, donna e nera. Esattamente come la mammasantissima del talk show Oprah Winfrey o la Regina Mida delle tv series Shonda Rhimes. Discriminazione? Dopo la decisione dell’Academy, J.J. Abrams, il produttore di Lost nonché il regista dell’ultimo film di Star Wars (Il risveglio della forza), ha annunciato che la sua casa di produzione Bad Robot è all’opera, con l’agenzia Caa, Warner Bros. e Paramount, per far sì che sceneggiatori, attori e registi dei film rappresentino matematicamente la composizione della società americana.

«Si tratta di un approccio sistematico», ha detto. «In ogni lista dobbiamo avere il 50% di donne, il 12% di persone di colore, il 18% di ispanici e il 6% di asiatici». E quando la società cambia? Che facciamo? I numericamente superflui nella «rappresentazione» li licenziamo per «cessata rappresentatività»?

Qualche giorno fa, durante una conferenza stampa, Abrams ha aggiunto: «Quando parlo di inclusione non escludo personaggi gay. Si tratta di inclusività».

Ma i gay avranno una propria categoria o saranno sottocategoria delle donne, dei colored, dei latinos, degli asiatici? E gli Indiani d’America, l’unica maggioranza statunitense ridotta a minoranza (e pure muta), perché non avranno quote? E i portatori di handicap? Non ne hanno forse diritto pure loro?

Insomma, la rivendicazione sociale - invece di eliminare la presunta discriminazione - conduce a risultati che producono più retorica e vera discriminazione che altro. Sarà felice Spike Lee. E pure Eva Longoria, che qualche mese fa gridò alla discriminazione per la mancanza di ispanici fra gli addetti ai lavori dello showbusiness.

Ma il punto vero, e non retorico, è: tutto ciò conduce davvero all’uguaglianza assoluta sul territorio reale? Davvero un premio Oscar a, mettiamo, Will Smith migliora la vita degli afroamericani? Non ci risulta che quando l’Academy lo diede all’attore nero Jamie Foxx (nel 2005, per il biopic su Ray Charles) il Bronx si sia trasformato nella Fifth Avenue e i non vedenti abbiano ripreso a vedere. Essere «rappresentati» matematicamente - per altro solo se si appartiene a minoranze chiassose, perché quelle silenti non lo saranno - è la soluzione? No.

Mentre questi «correttivi di rappresentazione» paiono garantire solo il «diritto» di alcune star ad ulteriori pubblicità e incassi, a livello popolare l’effetto è controproducente. Il sistema delle quote «rafforza» la separazione tra bianchi, neri, asiatici, latinos eccetera, creando nuovi ghetti in cui ognuno è dichiarato diseguale dall’altro.

Chris Rock, comico di colore che si è esibito durante la cerimonia di consegna degli Oscar, ha detto sulla questione: «Se volete i neri, create delle categorie per i neri». Ci sono già. Sono i Black Movie Awards, riservati ai soli neri, ai quali nessun bianco va a chiedere quote bianche in nome della parità di rappresentanza. Infine: merito e bravura di un attore o di un regista che fine fanno? Non contano più, soppiantati dalla quantità di discriminazione (vera o presunta) in virtù dell’appartenenza a una minoranza e soprattutto dell’apparenza estetica. Benvenuti nel Nuovo Cinema Ghetto.

Gemma Gaetani

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Libero Quotidiano

Caratteri rimanenti: 400

blog