Cerca

Su Foxcrime

Il caso O.J. Simpson, la serie crime che fa esplodere le polemiche sul razzismo

Il caso O.J. Simpson, la serie crime che fa esplodere le polemiche sul razzismo

Arriva in prima visione esclusiva su FoxCrime (canale 116 di Sky) la serie tv Il caso O.J. Simpson: American Crime Story. Essendo American Crime Story prodotta da Ryan Murphy, già padre di American Horror Story, anche in questo caso abbiamo una struttura antologica: ogni stagione di dieci episodi affronterà un caso di cronaca nera, selezionato tra i più popolari della storia a stelle e strisce.

Non a caso la prima stagione è stata dedicata al processo ad O.J.Simpson, che fu il processo del secolo. In madrepatria la first season ha avuto enorme seguito e ci crediamo. Col processo per duplice omicidio di cui venne accusato il nero che aveva realizzato l’american dream come campione di football, diventando l’esempio di milioni di afroamericani, si sono confrontati gli sceneggiatori Scott Alexander e Larry Karaszewski (Ed Wood, Man On The Moon).

Per noi non fu così, ma l’America restò incollata ai teleschermi per ben 24 ore di diretta quando O.J. Simpson si diede alla macchia guidando la Ford Bronco bianca dell’ex compagno di squadra Al Cowling, in fuga con lui. L’ex moglie Nicole Brown Simpson e il cameriere Ronald Lyle Goldman erano stati ammazzati a truci coltellate fuori da un ristorante il 12 giugno del 1994. I sospetti erano presto calati su O.J., che la maltrattava prima del divorzio e iniziò ad esser considerato l’Otello della California, che assassina l’ex amata perché non accetta di esser stato ripudiato. Quando, il 17 giugno, venne invitato a consegnarsi, una conferenza stampa dei suoi legali Robert Kardashian (era il marito di Kris Kardashian) e Robert Shapiro annunciò che era fortemente depresso. E, soprattutto, appena scappato, minacciando di suicidarsi con la pistola che aveva con sé. Fu roba che oggi manderebbe in solluchero chi, per un punto di share in più, venderebbe la propria madre. Una vera e propria telenovela in diretta, gialla e reale. La caccia automobilistica all’uomo, già garanzia di seguito telespettatoriale, venne seguita da decine di milioni di telespettatori, anche perché era un uomo tanto noto quanto nero e tanto nero quanto ricco.

Alla fine O.J. si arrese. Ma col processo cominciò la seconda parte della tragica telenovela. Se con la fuga era principiata la reality television, il processo galvanizzò quel fenomeno dei processi mediatici ormai noto anche qui. Elemento fondamentale fu il black color di O.J.

L’accusa lo dipingeva come un maschio violento, la difesa come un povero nero discriminato da inquirenti bianchi (nonostante in giuria ci fossero sette afroamericani contro quattro bianchi e un ispanico). Si fece venir fuori che l’investigatore Mark Fuhrman non amava i neri e che aveva detto che quando c’è la certezza della colpevolezza «in qualche modo le prove saltano fuori». I guanti insanguinati, elemento d’accusa importante, cominciarono a venir considerati la prova che Fuhrman poteva, appunto, aver fatto saltar fuori dal cappello del razzismo. Insomma, fu un bailamme giudiziario, e una guerra. La prima battaglia la vinse O.J.
Nero, sì, ma fama, ricchezza e political correctness giocarono a suo favore: col suo dream team di superlegali e l’eco mediatica, l’impianto accusatorio fu smontato. In seguito, citato in sede civile dagli eredi degli uccisi, risarcì milioni di dollari. Poi, si accusò dell’omicidio un serial killer. Lo abbiamo detto, un bailamme.

Il detective Mark Furham ha dichiarato di non aver visto la serie e ha aggiunto: «Negli ultimi 20 anni ho osservato media, giornalisti e pubblico mistificare i fatti semplicemente perché non corrispondevano alla narrazione politicamente corretta. La serie non mette in evidenza il dato storico dell’assassinio di due persone, ma il desiderio quasi patologico di elevare un uomo narcisista e violento allo status di vittima solo perché era un atleta nero. È immensamente triste. Sono arrabbiato e amareggiato». Meno male che non l’ha vista: interpretato da Steven Pasquale, in una puntata viene perfino ritratto mentre guarda una medaglia nazista che tiene in casa, come a sottolinearne un razzismo pure di ascendenza filonazista. Che il razzismo esista negli Usa è vero, ma a volte esiste in forma di mera allucinazione vittimistica (si pensi alle recenti polemiche sugli Oscar troppo bianchi, quando esiste perfino una kermesse cinematografica riservata solo ai neri, i Black Movie Awards). O.J. sfruttò di fatto le tensioni razziali, facendosi passare come l’atleta nero vittima di un sistema pregiudizievole.

Nel cast ci sono il premio Oscar Cuba Gooding Jr. (è O.J. Simpson), Sarah Paulson (è Marcia Clark, la rappresentante dell’accusa), che ha dichiarato: «Il mio personaggio è la voce della ragione nel circo mediatico del processo Simpson. Marcia non cade in nessun inganno perpetrato dalla difesa». Poi John Travolta, in tv dopo 40 anni d’assenza, nei panni di Robert Shapiro, e David Schwimmer, il Ross della mitica sitcom Friends, che interpreta Robert Kardashian e ha detto: «Una cosa che mi ha particolarmente colpito è quanto del materiale di Fuhram non fu autorizzato ad essere ascoltato, quanto ce n’era», ha dichiarato.

Gemma Gaetani

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Libero Quotidiano

Caratteri rimanenti: 400

blog