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Dopo i David ecco cosa serve al nostro cinema per tornare grande

Dopo i David ecco cosa serve al nostro cinema per tornare grande

La cerimonia di premiazione dei David di Donatello per la prima volta è stata trasmessa in diretta su Sky. I nominati della manifestazione (che compie sessant’anni quest’anno) erano stati annunciati in mattinata anche al Quirinale, dove il presidente Mattarella ha auspicato che la legge sul cinema - ora al Senato - «porti beneficio a un mondo che esprime arte ma, al tempo stesso, costituisce una filiera produttiva».

Insomma, i David tentano di trasformarsi negli «Oscar italiani», però lo stato complessivo del cinema italiano è piuttosto lontano da quello statunitense. Ci domandiamo: l’aumento dei finanziamenti previsto dalla nuova legge compirà il miracolo di una reale rinascita cinematografica o il problema è a monte, cioè nell’«arte» citata da Mattarella? Lì - dove noi crediamo che sia la vera penuria - nessun finanziamento può nulla, a parte uno volto al trapianto di massa dei cervelli dei cineasti.

Ricorre quest’anno il ventennale della scomparsa di Marcello Mastroianni. In molti si sono chiesti se ci sia oggi un suo erede italiano capace di diventare altrettanto iconico e amato nel mondo. La risposta è negativa. Questa prima riflessione si può approfondire se consideriamo il «messaggio» che ci ha mandato il festival di Cannes. Qualche giorno fa è stato presentato il programma della kermesse francese: nessun film italiano corre per la Palma d’Oro (e anche agli ultimi Oscar l’Italia non ha superato le selezioni del Miglior film straniero). Insomma, le nostre stelle non brillano abbastanza per eguagliare lo splendore di quelle del passato. Perché? Perché manca l’arte. Si dirà: la Grande Bellezza di Paolo Sorrentino ha vinto un Oscar poco tempo fa; Fuocoammare di Gianfranco Rosi ha vinto il Festival di Berlino. Ma pensateci: che cosa raccontano i nostri ormai rarissimi
film premiati oltreconfine? Possiamo davvero paragonarli ai livelli narrativi - quindi artistici - dell’epoca di Mastroianni? La Grande
Bellezza - che non è la peggiore fra le recenti opere italiane - racconta una sorta di decadenza romana e italiana. È il tipico film che piace ai critici internazionali. Loro ci vogliono così, bisognosi e un po’ Sciuscià. Con la differenza che Sciuscià emergeva da artisti e da un Paese che traboccavano di storie emblematiche da raccontare in ogni genere (e il valore complessivo del nostro cinema era dato da quella summa, non da un singolo successo). Mentre i cliché della Grande Bellezza li ritroviamo ogni giorno su Dagospia...

Quanto a Fuocoammare, è l’ennesimo film di «impegno sociale» pro migranti, infatti è stato accompagnato dagli appelli del regista
affinché sia dato il Nobel per la pace agli accoglienti cittadini di Lampedusa. Non abbiamo capito se uno per cittadino o uno frullato col Bimby perché ne vada una scheggia a ciascuno... In sostanza, che cosa narriamo oggi? Un’ideologia progressista e il nostro provincialismo. Diamine, perfino i cinesi (una dittatura) hanno capito che il cinema è mercato, e si aprono ai livelli statunitensi di una filiera cinematografica dalla professionalità talmente alta che anche la più scema commedia è arte. Noi no. Restiamo prigionieri di un ideologismo e di un «ombelicalismo» che soffocano il nostro cinema sotto una cappa di banalità. Altro che il nuovo Mastroianni. Se la struttura mentale è questa, dove potrebbe mai stare il nuovo Marcello? A furia di concentrarci sulle storielline, sulla «periferia», sulla «bborgata» che tanto piace agli intellettuali perché fa Pasolini, non c’è traccia di un attore che, per esempio, sia in grado di parlare italiano senza un fortissimo accento dialettale. Recitare sarebbe inscenare un’identità che non è la propria, anche linguistica. Invece, Stefano Accorsi e Claudio Santamaria, per dirne due, recitano con una dizione dialettale
da caricatura comica dell’attore. L’arte è innanzitutto tecnica, per questo gli attori di Hollywood affrontano la selezione darwiniana
dell’Actors Studio. Non stupiamoci, poi, se al massimo riusciamo a creare l’imitazione dialettale di Marcello...

L’ideologia porta spesso a raccontare storie minime, mosse da un afflato politico che dovrebbe rappresentare l’intera qualità dell’opera. È sbagliato, ed è l’ideologia di sinistra secondo cui l’argomento sociale può e deve prevalere su tutti gli aspetti tecnici dell’opera, perché ciò che conta è il messaggio. Da qui, la trascuratezza tecnica. Il nostro cinema resta cristallizzato sulla legge «morale» di raccontare episodi minuscoli che piacciano al pubblico «impegnato». Perché è successo? Perché viviamo in una sorta di dittatura culturale che ha sempre adeguatamente foraggiato con soldi pubblici queste storiucole. Esito? La distruzione del nostro cinema. Soluzione? Dare altri soldi pubblici... Una rifondazione vera richiede altro. Manzoni risciacquò i panni della lingua in Arno. Noi dovremmo risciacquarli da quell’Arno mortifero costituito da tutto ciò che il cinema italiano è stato negli ultimi decenni. Storie generazionali, film-verità e film-denuncia (non se ne può più dello stereotipo culturale dell’opera di denuncia: per le denunce ci sono i Tribunali). Schifezzoni mezzo comici mezzo sociologici che non fanno né ridere né emergere la società. Attori, registi e
sceneggiatori fieri del propria approssimazione professionale. Basta...  Abbiamo raccontato nelle scorse settimane la rinascita dei film «di genere». Grazie al genere, hanno trionfato all’estero serie tv come Gomorra. Direte: è una storia «socialmente impegnata». Mica tanto: la bravura del regista Stefano Sollima è stata proprio quella di levare spazio all’ideologia e spingere sull’acceleratore del thriller, dell’action. Della tecnica. Occorre acquisire tecnica, e aspirare a raccontare storie universali, questa è l’unica strada. 

di Gemma Gaetani

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