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Truman, il capolavoro spagnolo che racconta con grazia amicizia e malattia

Truman, il capolavoro spagnolo che racconta con grazia amicizia e malattia

Recensendo il film spagnolo Desconocido, avevamo scritto che al protagonista Luis Tosar il premio Goya per il Miglior attore protagonista lo aveva «fregato» Ricardo Darín, il protagonista di Truman – Un vero amico è per sempre, nelle sale italiane da ieri. Dopo aver visto Truman, comprendiamo perché, alla fine, lo abbia vinto lui. E anche perché Truman abbia vinto pure i Goya per Miglior film, Miglior regista, Miglior attore non protagonista e Miglior sceneggiatura originale.

Il Truman del titolo è un cagnone, che per Julián (Ricardo Darín, appunto), è come un figlio. Julián è separato(interpreta l’ex moglie Elvira Mínguez, già in Desconicido) e un figlio vero ce l’ha. Ma studia ad Amsterdam, dunque il compagno di vita quotidiana di Julián è proprio Truman. Il sottotitolo italiano potrebbe ingannare: il vero amico chiamato in causa non è Truman, ma Tomás (Javier Cámara). Amico di Julian da vent’anni, viene a sapere dalla cugina che Julian, reduce da un tumore che ha battuto, ne ha sviluppato un altro incurabile. La chemioterapia servirebbe a farlo vivere poco più a lungo,ma con che qualità di vita?
Dunque Julián decide di evitarla, nonostante Tomás sia partito per la Spagna dal Canada, dove ora vive, per tentare di convincerlo a non farlo.

L’amicizia è forse la forma più pura d’amore verso un altro essere umano e amare qualcuno vuol dire restare al suo fianco anche quando prende per sé decisioni che noi, al suo posto, non prenderemmo. I quattro giorni del film non sono gli ultimi quattro giorni di vita di Julián, ma gli ultimi quattro che in vita sua passerà con Tomás. Fedele come un amico vero, e come può esserlo, nel mondo animale, solo un cane, Tomás condivide con Julián lo spettacolo agrodolce dei preparativi per la morte.

Uno, generalmente, non organizza la propria morte. Di solito arriva inaspettata, a tradimento, alle spalle. Le penose incombenze del dopo spettano a chi permane in vita. Invece Julián ha preso la decisione di un’autoeutanasia molto rock, com’è lui, volitivo testone: quando la malattia lo avrà ridotto in condizioni indegne, se ne andrà con un cocktail di farmaci che già si è procurato. Lo stesso raziocinio vuole esercitare su tutti gli altri aspetti del suo post mortem.

Pensateci: avere in mano un tema così serio, potenzialmente pesantissimo, ma farne sceneggiatura agrodolce, leggera. Non era facile. Ci riuscì Quasi amici, che Truman ricorda trasversalmente per la complicità amicale maschile, che al cinema non si vede spesso, se non nei film in cui si combatte. E anche un altro film, ingiustamente bollato come «hollywoodianata». Ovvero Il mio angolo di Paradiso, con Kate Hudson – bravissima nei panni di Marley Korbett, pubblicitaria d’assalto alle prese con un cancro incurabile - e Gael García Bernal in quelli del medico innamorato di lei che non può salvarla, ma renderà vitali e indimenticabili, insieme alla famiglia e agli amici, i suoi ultimi mesi.

Ci sono casi in cui il cinema non è fantasia: mette in scena tappe della vita di molti. Gli ospedali traboccano di tumori inguaribili, la morte è tema - brutto, certo- in ogni vita. Il merito di Truman è aver saputo trasportare sullo schermo una linda veridicità senza mai pigiare il facile pedale del dramma strappacuore. Julián si aggira nei pressi della sua vicina morte con l’atteggiamento che avrebbero molti di noi. Lasciare tutto in ordine, innanzitutto. Salutare le persone amate. Sistemare chi persona non è, ma è come se lo fosse, cioè il cagnone Truman. Sono indimenticabili le espressioni di Ricardo Darín quando organizza il funerale e deve decidere tra tipologie di servizi così celebrativi che ricordano quelli dei matrimoni: dvd fotografici, gadget, party. Ci manca solo l’addio al «vitaliato»! Ancora di più lo sono quelle che assume di fronte alla coppia lesbica che ha appena adottato un bambino e ha risposto al suo annuncio per l’affido del cane. Prima le due mamme gli strappano Truman per due giorni di prova, perché lo psicologo ha consigliato loro di adottare un cane con cui il piccolo possa identificarsi e considerare l’adozione normalità, cosa bella. Poi, però, non lo vogliono più perché lo psicologo – saputo che Truman non è un cucciolo - teme che morendo prima di quindici anni possa creare un nuovo trauma al bimbo. Fantastica la faccia di Darín anche quando incontra per caso uno di cui si era fatto la moglie. Si nasconde, temendo le botte. Invece quello vuol dirgli che ha saputo della sua malattia e gli dispiace. Alla fine Truman troverà il giusto nuovo padrone, così come il regista e cosceneggiatore Cesc Gay ha trovato la taratura perfetta per questo film.

di Gemma Gaetani

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