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Money Monster a Cannes racconta la rabbia dei risparmiatori traditi

Money Monster a Cannes racconta la rabbia dei risparmiatori traditi

È stato proiettato fuori concorso al Festival del Cinema di Cannes Money Monster - L’altra faccia del denaro, il nuovo film di Jodie Foster, tornata alla regia dopo l’indimenticabile Mr. Beaver del 2011 con Mel Gibson e un paio di episodi delle serie tv House of Cards e Orange Is The New Black. Il film, diciamolo subito, è un filmone. Un filmone nella storia della Foster regista, un filmone nella storia dei film interpretati da Clooney e anche da Julia Roberts, e un filmone punto. Se ne parlerà anche dopo Cannes ed è uno di quelli che, nella storia del cinema, resterà. Nelle sale italiane da ieri, ne consigliamo, infatti, e caldamente, la visione.
Anche perché poco c’è di più attuale - in questi giorni in cui le tristi vicende di Banca Etruria dominano l’informazione - di un film che afferra per i testicoli la questione «manipolare illegalmente la finanza fregandosene di derubare gli investitori» e la inchioda al muro esaminandola come meglio non si potrebbe. George Clooney interpreta (magnificamente) Lee Gates, conduttore di Money Monster, un programma tv di approfondimento finanziario nel quale un bel venerdì, durante la diretta, irrompe Kyle Budwell (Jack O’Connell). Con Kyle ci sono una «bella» pistola carica e un ancora più «figo» gilet pieno di esplosivo, che Kyle costringe Lee ad indossare, tenendo in una mano il telecomando per farlo esplodere - oltre alla pistola nell’altra mano.

Kyle ha perso i suoi unici risparmi, sessantamila dollari impegnati ad acquistare azioni che potessero migliorare la sua situazione economica di spurio operaio del Queens con una compagna e un bimbo in arrivo. Ha effettuato l’investimento consigliato dallo stesso Lee nel programma poco tempo prima, ha perduto tutto e ora vuole sapere perché. Proprio pochi secondi prima di ritrovarsi ostaggio di Kyle, Lee aveva riferito del crollo dei titoli della Ibis Clear Capital, acquistati anche da Kyle. Un crollo in Borsa che aveva polverizzato ottocento milioni di dollari nelle tasche degli investitori.

In linea con una saggezza finanziaria che avrebbe senso se nella finanza non ci fossero anche luridissime manovre manipolatorie, Lee aveva appena detto del crollo, attribuito dalla società a un malfunzionamento imprevedibile di un algoritmo: «Ma è un’opportunità, perché questi titoli si rialzeranno». Sicuramente: ma intanto, per quegli ottocento milioni bruciati, Kyle vuole una spiegazione. Per sé e per tutti gli altri investitori. Sono davvero supremi i dialoghi - ascoltateli bene - tra Kyle e Lee. In ogni frase in cui Lee, seppure armato (quindi «da delinquente»), chiede comprensibilmente una ragione reale per il danno subìto, sembra risuonare la voce di chiunque in vita sua abbia subito una truffa, un’ingiustizia oggettive.

Kyle non vuole vendette. Vuole un motivo, vuole la verità, e vuole anche spiegare a Lee di essere lo strumento di un sistema che in nome del guadagno disonesto falcia le persone come fossero semplici fili di paglia, mentre non lo sono. Ad ogni affermazione di Kyle sembra di ascoltare la versione aggiornata e finanziaria del monologo di Gwynplaine ne L’Uomo che ride di Victor Hugo: «Milord, voi siete in alto. Sta bene. Voi avete il potere, l’opulenza, la gioia, il Sole immobile al vostro zenit, l’autorità illimitata, il godimento esclusivo, l’immenso oblìo degli altri. E sia. Ma sotto di voi c’è qualcosa. E anche sopra, forse. Milord, vengo a portarvi una notizia. Il genere umano esiste». E ancora: «Chi è il padrone del privilegio? Il caso. E chi è il suo figlio? L’abuso. Né il caso né l’abuso sono solidi. Hanno entrambi un pessimo domani. Io vengo ad avvertirvi. Vengo a denunciarvi la vostra stessa felicità. È fatta dell’infelicità altrui. Voi avete tutto, ma il vostro tutto è fatto del nulla degli altri».

«Ci stanno fregando il Paese da sotto il culo, non i musulmani, non i cinesi. Loro», grida Kyle a proposito dei banchieri che, a suo dire, hanno anche il controllo dell’informazione. Quando Lee si renderà conto che Kyle ha ragione, e che seppur non volendo ha fatto il gioco sporco dell’amministratore delegato della Ibis Clear Capital, vorrà scoprire anche lui la verità e da ostaggio diventerà alleato del suo stesso rapitore. Non possiamo rivelare ulteriormente, purtroppo, per non fare spoiler. Ma ricordatevi di guardare bene il finale.

In particolare, il momento in cui Kyle insiste perché si ammetta che quanto fatto «è sbagliato» e poi il pugno che poco dopo Clooney sferra. Guardateli bene, perché quella difesa, anzi pretesa di un’onestà su cui ritarare la finanza è qualcosa per cui dovremmo cominciare tutti a combattere. «Arrivata a questo punto della mia vita e della carriera, ho sentito il bisogno di raccontare le storie di personaggi accomunati dall’insuccesso», ha dichiarato Jodie Foster. E la meraviglia del film sta anche nel modo in cui esplica mirabilmente la fondamentale differenza tra un insuccesso inevitabile (caso in cui c’è zero da lagnarsi) e un insuccesso indotto. Indotto da un sistema che trucca le carte perché i disonesti vincano tutto e gli onesti perdano anch’essi tutto: tutto quello che avevano sudato onestamente.

Gemma Gaetani

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