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All'americana

Da Spielberg a Clooney, Hollywood trionfa anche a Cannes

Da Spielberg a Clooney, Hollywood trionfa anche a Cannes

Il Festival di Cannes è in pieno svolgimento e la mitragliata di film più che interessanti non accenna a demordere. Evviva. Nei giorni scorsi è stato presentato La pazza gioia del nostro Paolo Virzì, che sembrava un Thelma & Louise de’ noantri e invece fa supporre una personalità altrettanto valida e non imitativa: la pazzia citata nel titolo è quella vera dei disturbi mentali di Beatrice e Donatella, interpretate da Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti, che non sapremo mai dire se siano più brave o più belle, in fuga da una comunità terapeutica. Era dai tempi de Il grande cocomero e La parola amore esiste che l’Italia non riaffrontava al cinema il delicato tema delle fragilità mentali femminili, e infatti il post proiezione è stato una standing ovation.

Altro film di interesse è stato l’autobiografico Poesía Sin Fin di Alejandro Jodorowsky, personaggio intellettuale a metà tra Massimo Gramellini e Marina Abramovich, del quale non bisogna mai scartare gli effluvi artistici, essendoci di ben peggio al mondo. Svetta poi The BFG di Steven Spielberg, versione cinematografica del romanzo per bambini Il GGG di Roald Dhal. GGG è acronimo di Grande Gigante Gentile. È il gigante buono, archetipo fiabesco di un certo fascino - rispetto al gigante cattivo. Trasportato sullo schermo da un genio della materializzazione visiva, ciò che è Steven Spielberg quando realizza iconografie fantastiche e fantasy, il film emozionerà anche i più grandi (anche per aspetti squisitamente tecnico-specialistici). Insomma, ogni giorno dell’edizione di quest’anno del Festival, aperta da Café Society di Woody Allen, sta pesando come un sacchetto pieno di leccornie filmiche. Il cinema avrà anche perso spettatori (paganti, in realtà, perché a scrocco dalle reti di spaccio su Internet i film sono più visti dei video porno, per fortuna). Ma non ha diminuito la sua magia, anzi l’ha aumentata. Mai come in questi anni l’industria cinematografica, in primis quella hollywoodiana, ha prodotto infinite opere di livello altissimo.

Mentre in passato il capolavoro era come un sole su una montagna di film di routine, d’artigianato più che d’arte, oggi viviamo un’estate cinematografica, possibile proprio perché il cinema è innanzitutto industria. Cioè produzione che permette a un settore di esistere. Perché se il cinema fosse fatto solo dalle opere ideologiche (sempre sedicenti capolavori) girate con la cam del cellulare, sarebbe un’arte scomparsa da un pezzo. Stupiscono, dunque, alcune dichiarazioni rilasciate proprio da una delle protogoniste dell’ultimo film di Allen, Kristen Stewart: «Hollywood, come qualsiasi ambiente, è competitivo. Tutti spingono per arrivare in cima alla piramide. Questo succede quando la gente non realizza film perché non può farne a meno, spinta da un’esigenza irrefrenabile, ma lo fa per intrattenere e fare soldi. Non è una brutta cosa, ma è differente».

Amiamo la Stewart dai tempi di Twilight, sapevamo che fosse un’ottima attrice e lo ha dimostrato anche dopo con, per esempio, Camp X-Ray o Clouds of Sils Maria - che recensimmo su queste pagine. La amiamo anche come figura femminile, ripudiata ingiustamente come Sant’Elena, la madre dell’imperatore Costantino: per un errore il suo ex Robert Pattinson gliela fece pagare carissima abbandonandola senza appello, e lei non ha mai fatto mistero della devastazione emotiva che questo le procurò. Non comprendiamo, però, l’affermazione che il cinema d’intrattenimento sarebbe di serie B. Nel cinema d’intrattenimento rientrano certamente i film tratti dalla saga romanzesca Twilight, che la portarono alla fama mondiale insieme con lo stesso Robert Pattinson. Inoltre, i livelli tecnici sono così alti, soprattutto ad Hollywood, che anche un film di mero intrattenimento è ormai un’opera tecnicamente alta. Se no, da Hollywood non passa. Va poi detto che una delle accuse che si muovono spesso allo stesso Woody Allen è quella di esser diventato una specie di Sanremo in forma umana: deve andare in scena ogni anno, con accanto due bellone, le interpreti del suo nuovo film. Si è detto spesso, malignamente, che sia in atto una «autoblockbusterizzazione» di Woody, necessaria a far cassa per pagare gli alimenti alla ex Mia Farrow e lo shopping alla nuova moglie Soon Yi. Se è vero, lo sa Woody Allen e non noi. Ma, a prescindere dalle ragioni, è certo che il regista, ora ottantunenne, abbia la mano fatata: tutti i suoi film, gli ultimi come i primi, hanno qualcosa d’importante da dire. Anche Woody è Hollywood, così come a Cannes e al mondo c’è anche Hollywood. E meno male, Kristen.

di Gemma Gaetani

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