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Il Campo Dall' Orto non dà buoni frutti

Il Campo Dall' Orto non dà buoni frutti

Quando, quasi un anno fa - appena nominato direttore generale della Rai - Antonio Campo Dall' Orto detto «Cdo» passava dai tornelli di Viale Mazzini, pareva Franco Nicolazzi, l' ex segretario del Psdi.
Era invisibile, un sussurro istituzionale, di lui non si sapeva nulla. Era un' entità gassosa, vagava oltre lo spettro visivo dei propri dipendenti.
Narrano che, addirittura, il primo giorno di lavoro, Cdo - sguardo basso, scarpe da tennis, zainetto in spalla su un' andatura tesa al beccheggio - addirittura venne placcato dalle guardie allarmate, al settimo piano. Non l' avevano riconosciuto. Garantì per lui l' autista che ne aveva in mente la voce sottostaffata. Però, in quel momento, Antonio era considerato il messia della rivoluzione del servizio pubblico; e il suo silenzio era discrezione, e la sua inerzia una strategica fase di studio. Bene. Oggi, Antonio indossa la giacca e ha tolto gli occhiali; tutti ne conoscono faccia (tra il cantante folk anni 70 John Denver e il bravo ragazzo veneto, laureato con sacrifici in economia a Ca' Foscari, qual è) e curriculum, ma ne ignorano le opere. La sua testa si muove veloce su schemi siderali, come quando saettava da ala destra sui campetti di Conegliano. Dovendo riconquistarsi sul campo il diritto al rinnovo delle concessioni con lo Stato (con esclusiva riscossione del canone), Cdo ha annunciato la grande svolta digitale e un piano editoriale della Madonna, stile Bbc. Solo annunciato. E ha promesso l' interazione tra nuove tecnologie; ha acceso la speranza sul taglio dei costi delle produzioni esterne (il 70%) e degli agenti, e dei dipendenti stratificati in decenni di lottizzazioni geologiche. Ha promesso. La sua testa si muove veloce. Ma è il resto del corpo, purtroppo, ad essere rimasto prigioniero del carrozzone. Un piano industriale vero e proprio non c' è, mentre ci sono le estenuanti audizioni davanti alla Commissione Vigilanza. Dove, peraltro, i suoi peggiori nemici sono renzianissimi, come Michele Anzaldi, uno che non cessa d' attaccarlo specie in merito alla funzione finora ornamentale di Daria Bignardi; la quale finora s' è limitataa dettare il «dress code» per le scollature delle conduttrici, e a far slittare a favore di Fazio i programmi-cult di Milena Gabanelli e Simona Ercolani, quest' ultima renzianissima pure lei.
Per non dire dei casini quotidiani allo sport dove il neodirettore assoluto Gabriele Romagnoli sta annegando nelle gaffe. In più c' è la faccenda della pletora di assunzioni esterne: dai suoi ex collaboratori a Mtv e La7 al plenipotenziario ma digiuno di tv Carlo Verdelli fino al consulente Francesco Merlo, presenza lieve e aristocratica: tutte nomine ferocemente criticate dal sottosegretario alla Comunicazione Giacomelli, renziano, che, alla fine, è esploso: «Serve una trasformazione profonda non cosmetica dell' azienda».
In più, si ricorda anche il caso dei 14 dirigenti spediti in California per una convention dove Sky e Mediaset ne avevano inviati 4 e 3. E, sempre sulle altre assuzioni esterne, l' Anac, l' Anticorruzione di Cantone ha aperto un fascicolo. E non era un atto dovuto. Insomma, Campo Dall' Orto elabora strategie fantastiche di «tv convergente» evocando il sociologo dei media Jankins; ma, nella pratica, avanza con fatica. Molta fatica. Ha delle idee che sembra egli stesso non condividere; è blindato tra le poltrone in pelle del settimo piano; si fida solo di un piccolo drappello di collaboratori, di un cordone sanitario che lo isola sì dall' orda dei leccapiedi politicizzati, ma pure dal resto del mondo.
Luigi Bisignani, maliziosamente, sul Tempo, insuffla il dubbio che vi sia un disegno preciso per tutto ciò; o che sia deragliata la missione del dg e che Renzi possa togliergli i superpoteri assegnatagli forse prima dei tre anni previsti dal contratto. Questo non lo credo. Innanzitutto si aspettano le nomine dei direttori dei tg.
Qualcuno azzarda che la blindatura governativa dell' informazione sui referendum possa iniziare con l' avvicendamento al Tg - ultimo avamposto di una sinistra non renziana - tra Bianca Berlinguer e la corrispondente Giovanna Botteri da New York (o Maurizio Mannoni). Il ritorno della lottizzazione pura. Non credo neppure questo. Eppoi, oggi, un' epurazione di Campo Dall' Orto sarebbe controproducente, nonostante, per far attizzare il premier, non esista incubo peggiore dell' accusa di immobilismo. Conosco Campo Dall' Orto da quasi vent' anni.
Dieci anni fa mi e gli augurai di prendere in mano la macchina sfondata della Rai e di rifararne motore e carrozzeria.
Cdo, nel campo delle telecomunicazioni, possedeva il dono sciamanico della visione.
Nel settembre '97, s' insediò con tre amici e due telecamere a Milano e fondò Mtv Italia, Francia, Spagna e Portogallo.
Ci fu un - lungo - momento in cui in Inghilterra o in Arabia, o in posti dove lui s' era prodotto in innumerevoli start up televisive, Campo Dall' Orto veniva additato ad esempio. Era uno dei pochi manager ad essere chiamato da Rupert Murdoch in persona per discettare di sinergie e di tv del futuro. A La7 inventò molto, ma si fece distrarre sui conti. Recuperò a Viacom, un' altra multinazionale. Ma il suo problema è quello di non aver mai lavorato nel pubblico. Specie in Rai, la palude stigia di ogni rinnovamento. Antonio è un bravo ragazzo e un uomo d' onore, con due figli e una moglie attrice deliziosi. Però, ora, diamine dovrebbe cominciare a sguainare la katana. E non per fare harakiri...

Francesco Specchia

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