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La musica di Paolo Simoni: "Ho iniziato a 5 anni, ma niente talent show: sembrano dei karaoke"

La musica di Paolo Simoni: "Ho iniziato a 5 anni, ma niente talent show: sembrano dei karaoke"

Vive a Treviso con la sua campagna e un bassotto di nome Renoir. Anche se a lui sarebbe piaciuto chiamarlo Valentino (ma non c’entra Rossi). Lui è Paolo Simoni, ha appena pubblicato il suo quarto disco “Noi siamo la scelta” (Warner) e non ha mai partecipato ad un talent show. Nato e cresciuto nella provincia romagnola, comincia con la musica appena cinquenne. Poi il conservatorio, il pianoforte e pure il saxofono. Qualche incontro fortunato e tanta passione. Noi lo abbiamo raggiunto per fargli un po’ di domande. 

 Chi è Paolo Simoni?

“Arrivo dalla riviera romagnola, inizio prestissimo a fare musica. Ho passato anni a cercare di portare a casa la sufficienza a scuola, ma la mia passione era altrove. Alla fine i miei lo hanno capito. E a 22 anni è partita la mia avventura discografica”. 

 Il tuo è un po’ diverso dai soliti percorsi: non hai partecipato a talent. Come hai fatto?

“Non lo so nemmeno io. Tutti e 4 i miei dischi sono prodotti da major. Credo ci sia una predestinazione e noi dobbiamo essere bravi a raccogliere i segnali che ci arrivano. Io ho avuto la fortuna di incontrare Claudio Maioli, che è il manager di Ligabue, e si è appassionato alla mia scrittura”. 

 Ma cosa pensi dei talent?

“Non sono snob, li ho sempre seguiti. Ma ultimamente ho smesso”.

 Perché?

“Li trovo noiosi: sono diventati un karaoke continuo. E poi secondo me non stanno dando alla musica quello di cui ha bisogno”. 

 Ovvero?

“E’ abbastanza facile arrivare attraverso ai talent. Quindi uno si domanda perché doversi sbattere per locali, sconosciuto, e farsi conoscere, fare la gavetta. Sono nettare per la televisione, ma non si sta creando un nuovo gusto musicale”. 

 Musica appiattita?

“Un pochino…”. 

 Hai aperto i concerti di Ligabue da San Siro all’Olimpico e quelli di De Gregori l’anno scorso: cosa si prova?

“E’ molto bello. Sono state due cose diverse: a quello di Ligabue ho suonato al pomeriggio, non era pienissimo, anche se stiamo sempre parlando dell’Olimpico e San Siro. Mentre a quello di De Gregori sono proprio salito sul palco appena prima di lui, al Palalottomatica. Si sono spente le luci, è partito un boato della gente che pensava stesse entrando lui.

 E invece?

“Arrivo io. Terrorizzato. Mi sono messo al piano e ho fatto la mia canzone con tutto l’amore che potevo”.

 Alla fine com’è andata?

“Hanno applaudito: ho avuto la percezione che una canzone se fatta con cuore e onestà, arriva”. 

 I tuoi modelli cantautoriali?  

“Tra gli italiani ti direi che sono cresciuto a pane e Guccini. E poi De Gregori e Dalla”. 

 A proposito di Dalla: hai collaborato con lui. Che ricordo hai?

“Era un grande professionista: è stato un grande. Un po’ scorbutico di natura, come lo sono tutti i cantautori”. 

 A maggio è uscito “Noi siamo la scelta”, il tuo ultimo concept album, dedicato a chi ha deciso di restare in Italia per fare la differenza. Come la si fa la differenza? 

“Reagendo. Il problema della mia generazione è che siamo troppo individualisti, facciamo le nostre battaglie e ce ne freghiamo del resto. Bisognerebbe ricominciare a lottare, ma senza le bombe”. 

 Hai detto che questo disco è un grido,: quello di coloro che non si arrendono. Utopia o ce la si può fare?

“E’ un grido di speranza, a partire dal titolo: Noi siamo la scelta”.

Simona Voglino

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