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Bud Spencer era una star all'estero: ecco come il mondo lo piange

Bud Spencer era una star all'estero: ecco come il mondo lo piange

"Come with me for fun in my buggy/Come along let' s go/ for the hell of it... ". Ieri da ogni dove, nei bar, nelle case, nel crepuscolo delle redazioni, dagli iPad dei millenials che mai avresti detto, su su fino ad arrampicarsi alla camera ardente allestita per lui in Campidoglio (giustamente, come dovuto agli statisti, ai poeti e agli eroi); ecco, da ogni angolo della patria e della memoria, si levava il motivetto di Dune Buggy, il mantra di Altrimenti ci arrabbiamo.

Era l'ultimo omaggio che quattro generazioni di italiani tributavano al dottor Carlo Pedersoli, in arte Bud Spencer. Bud, l' Italia dal cuore frollo e dal pugno tonante, un mix infantile tra Muhammad Ali e i fratelli Grimm. Il dio burbero dei nostri piccoli affetti. A parlare oggi di Bud Spencer sale il groppo in gola.

Lascio stare il dolore del mondo intero, col Giappone, gli States e la Germania su tutti che ne omaggiano la figura titanica d' icona pop: «Ein barenstarker Typ», lo definisce il quotidiano Die Zeit Online, «Un tipo forte come un orso», mentre il ministro della Giustizia tedesco Heiko Maas ha listato il Parlamento a lutto via tweet.

Lascio perdere la sua vita romanzesca che un giorno mi snocciolò nell' intervista più euforica della mia vita: olimpionico di nuoto («Se non avessi fumato sarei stato tra i primi tre al mondo»), inventore, bibliotecario in Venezuela, asfaltatore nel Rio delle Amazzoni dove prendeva a sganassoni gli indios, attore per caso, mito per attitudine.
Roba che raccontava a tutti, ovviamente, infilata nella sua biografia che a Stoccarda raggiunse la popolarità della Bibbia. E quel che non raccontava lui, l' aggiungeva il suo compagno d' infanzia Luciano De Crescenzo vestito da Mandrake nelle estati di Posillipo mentre Bud si fingeva Lothar.

E non m' addentro neanche nella sterminata cinematografia di Bud, che la critica togata - che pure rivalutò Mario Bava, Umberto Lenzi e Nando De Leo - aveva sempre ritenuto «roba da ragazzini»; ma vivaddio che c' erano Lo chiamavano Trinità, Più forte ragazzi, Piedone lo sbirro, Uno sceriffo extraterrestre, Banana Joe, Io sto con gli ippopotami che ci hanno marchiato l' infanzia.

E non mi dilungo su quello strano fenomeno chiamato «evergreen» che porta la tv italiana a programmarne i film per sostenere i fisiologici cali d' ascolti. Ci sono cumuli di spiegazioni sociologiche, sul caso Bud Spencer.
Negli anni '70, in una nazione strapazzata dagli anni di piombo, dalla Dc e dal minimalismo cinefilo che iniziò col blandire Antonioni e Belllocchio e finì per sedimentare Nanni Moretti, i film di Hill e di Spencer furono l' insufflata d' ossigeno d' una nazione che aveva un bisogno disperato di divertirsi. Risate grasse, battute dirette («L' ho picchiato quando ha detto che nostra madre era una vecchia bagascia»; «Ma è la verità»; «Sì, ma non era vecchia») e cazzotti buoni che sapevano di whisky e fagioli bolliti. Trinità e Bambino, Ben e Kid, i superpiedi quasi piatti: erano rito, sogno a basso costo, come i film di Totò, i gol di Rivera e le copertine disegnate della Domenica del Corriere.
E Bud era l' italiano che tutti noi avremmo voluto essere e che non siamo diventati. Non buono ma giusto, egoista ma permeato da un omerico senso dell' onore, materialista ma generoso. Il passo del rugbysta e il cuore d' un riottoso frate francescano. Bud aveva, come il fratellastro Terence Hill, un intimo senso della religione, ma adorava i laici. Sapeva stupire. Anni fa ad Assisi chez la leggendaria segretaria Nelly, la associazione veronese di fan presiduta dal commercialista ultraquarantenne Mattia Corradi decise di premiarlo «per tutto quello che hai fatto per noi».
Decine di tributaristi che recitavano a memoria le battute dei suoi film, mentre a Bud scappava una lacrima come sul volto del Corsaro Nero. Una scena impressionante, ma emblematica di quel che il dottor Pedersoli continua a rappresentare per il nostro stupore infantile.
«Quando il Padreterno mi chiamerà, voglio andare a vedere che cosa succede. Perché se non succede niente, m' incazzo. M' hai fatto alzare ogni mattina per ottantasette anni per non andare, alla fine, da nessuna parte?», diceva. Ora saprà. L' altro giorno mio figlio di cinque anni, mi ha posto un quesito fondamentale: «Papà, chi è più forte Hulk o Bud Spencer?». Il senso dell' immortalità viaggia su una Dune Buggy, rossa con cappottina gialla...

di Francesco Specchia

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Commenti all'articolo

  • kufu

    29 Giugno 2016 - 15:03

    Mi rimane difficile comprendere perchè lamentava di non essere invitato nei festival, di non ricevere premi come attore. Con Terence Hill hanno fatto film commerciali per i successo di cassetta che riscuotevano. Ci sono attori che per guadaguarsi credibilità e chiamarsi tali, si sono cimentati anche in teatro, evitando di divenire degli stereotipi

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    • Anna 17

      Anna 17

      30 Giugno 2016 - 09:09

      kufu: rimane difficile credere che sia l'unica cosa che non capisci. Auguri caro.

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    • jinping

      29 Giugno 2016 - 18:06

      kufu... sei scemo... l'immaginario collettivo non stereotipo

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