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Giovanni Minoli: "Daria Bignardi? Ne avrei trovati almeno cinque migliori di lei"

Giovanni Minoli

Abbiamo incontrato Giovanni Minoli in una giornata autunnale da fine estate romana. Nella sua casa luminosa alle spalle di Corso Vittorio su una mensola una grande fotografia ritrae molte persone tra cui Milena Gabanelli, Massimo Giletti, Myrta Merlino dietro ad un enorme striscione: “La tua storia siamo anche noi”. È il regalo che i collaboratori storici gli hanno fatto per i suoi 60 anni. Poco distante, un ritaglio di giornale sbiadito con i nomi dei neo eletti direttori di rete della Rai, fra i quali il suo. Che, al contrario degli altri, non ha il sottopancia con l’indicazione d’appartenenza al partito politico di riferimento.

A breve la vedremo su La7: può dirci qualcosa di più?
«Ci saranno dei faccia a faccia ma non solo…».

Sulla falsariga di Mixer?
«Qualcosa in stile Mixer, sì: sarà una piccola cosa di 45 minuti, uno spazio che attualmente ha uno share basso».

È stato Minoli ad andare da Urbano Cairo o Cairo da Minoli?
«Abbiamo parlato anni fa, ci siamo rivisti: penso che a lui piaccia ciò che faccio. Abbiamo trovato un accordo».

La7 è un canale d’informazione, con poco intrattenimento. È una scelta, secondo lei?
«Sì, strategica ed economica. L’opera di costruzione di palinsesto di La7 è in evoluzione. Forse la direzione è quella di voler partecipare con progetti di servizio pubblico a una quota di canone messa in gara fra pubblico e privato nell’interesse del cittadino».

Ovvero?
«Una quota del canone potrebbe essere messa a gara su progetti di servizio pubblico, anche per i privati: chi ha belle idee le propone e una giuria decide. Forse così si alza il livello dell’offerta complessiva della tv. Penso che la tv di servizio pubblico debba inventare molto più che rincorrere i prodotti standard del mercato globalizzato: quelli sono format della tv commerciale».

Aveva parlato anche con Mediaset...
«Mi hanno cercato ma avevamo esigenze diverse».

Uno sguardo alla sua carriera lunga 40 anni...
«Sognavo di fare la televisione, erano gli anni ‘60, la tv era nata da poco, c’era tantissimo da fare».

Ora non c’è più niente da fare?
«No, è che prima c’erano le eccellenze: comandavano gli uomini del prodotto. Ora quelli dell’apparato».

Campo Dall’Orto non è uomo di prodotto, scusi?
«Sì, però Mtv è una tv musicale americana che viene fornita a scatola chiusa. Anche il trascorso a La7 non è stato molto felice. L’esperienza di prodotto per lui è stata talmente piccola che forse non costruisce l’abilità professionale che ti consente di essere l’amministratore delegato unico della Rai. Che è il Paese».

Glielo ha detto al dg?
«Quando l’ho intervistato mi ha detto che la Rai il canone deve meritarselo e che Renzi gli ha dato mandato di creare un servizio pubblico educativo, culturale e meritocratico. Mi ha dato l’impressione di essere una persona per bene, umile, ma ho avuto la sensazione che non sapesse dov’era. Non sono riuscito a farmi spiegare da lui perché debba essere considerato servizio pubblico il Tg1 e non quello di La7, le interviste dell’Annunziata e non quelle della Gruber, Conti e non Crozza».

Cos’è il servizio pubblico per lei?
«Deve combattere le derive del mercato e riorientarlo perché ha i mezzi per farlo, avere delle idee e sapere che cosa ne legittima l’esistenza in un’era multimediale, multi-piattaforma. Senza questa consapevolezza, tutto è sbagliato. O è giusto per caso».

Pensa che Campo Dall’Orto sia stato sopravvalutato?
«Lui ha detto due cose: il canone bisogna meritarlo, quindi la tv deve essere educativa, culturale e meritocratica. Il punto numero uno è la meritocrazia: ho l’impressione che per quanto riguarda le nomine sia stata limitata. Renzi gli ha dato il potere assoluto, lui avrebbe dovuto interpretare il Paese e dare segnale della sua visione pluralista».

E lo ha fatto?
«Dal punto di vista delle nomine, poco».

Parla dei direttori di rete o dei tg?
«Penso che Campo Dall’Orto abbia trovato una situazione drammatica, da questo punto di vista ho molta comprensione per la sua mission impossible. Tuttavia, ha avuto il potere di prendere chi voleva e - seguendo le professionalità scelte - non si è orientato verso l’eccellenza».

Nello specifico?
«Non c’era un nome migliore di quello che è stato trovato per la terza rete?».

Lo chiediamo a lei…
«Io ne avrei fatti almeno cinque. Nulla di personale, ma in tutti i mestieri ci vuole la professionalità, che una volta si chiamava cursus honorum. Puoi mettere a dirigere la terza rete una persona che ha chiuso un programma per mancanza di ascolti? Per me sbagli e fai del male anche a lei».

Perché?
«Perché soddisfi un’ambizione immediata, ma bruci lei e la tua forza di innovazione».

Se le avessero chiesto di fare il dg?
«Non me lo hanno chiesto».

Lei è conduttore, ma è stato anche produttore visionario con Format…
«L’obiettivo era sperimentare in video nuovi formati, con strategia e ricercare la qualità. Ho inventato e fatto molto: da Report fino a Mixer e Un posto al sole».

Perché non produciamo più?
«Perché compriamo dall’estero».

Quindi c’è più concorrenza?
«La concorrenza è positiva, la Rai è un servizio pubblico finanziato anche dal canone e dalla pubblicità e dovrebbe risponderne anche in termini di qualità di prodotto. A maggior ragione adesso che ha inserito il canone in bolletta, dovrebbe farlo in modo esemplare e visibile».

Come?
«Quando uno accende la tv dovrebbe poter dire: questa è la Rai. Non nella forma, nei contenuti. La Rai è un’azienda con 15mila dipendenti, 1780 giornalisti, più o meno, 3 mila collaboratori e produce con società esterne il 70, 80% di quello che trasmette in prime time. Che cosa fanno quindi questi 15mila + 1780»?

Che cosa fanno?
«Poco. Così viene impedito ai pochi che lì dentro sanno far qualcosa di farlo. Quelli che sanno fare ci sono, ma sono sommersi dalla macchina burocratica».

Dal punto di vista dei palinsesti, cosa è cambiato?
«Il palinsesto è quello di una tv commerciale media. Il canone in bolletta è la prima riforma fiscale fatta dopo la riforma Vanoni: che senso ha per avere questo palinsesto? Le cose che funzionano sono le stesse da più di 10 anni. Non vedo novità, e se devo considerare novità Politics, non ci siamo».

Il problema non era Giannini...
«Parto dal presupposto che un direttore fa quello che vuole. Giannini ha perso perché ha ereditato un programma al 15% e l’ha portato al 7%. Semprini ha fatto molto meno. Giannini è un ottimo giornalista di carta stampata».

A proposito di ascolti: alla presentazione dei palinsesti Rai è stato detto che non sono così importanti…
«Il problema della Rai è: cos’è il servizio pubblico? È capace la dirigenza della Rai di rispondere questa domanda? Se non sai rispondere, ovvio che non sai cosa fare».

Ma il servizio pubblico può comunque essere competitivo sul mercato?
«Sono sul mercato al 50% visto che ora hanno il canone in bolletta».

Quindi hanno ragione nel dire che la qualità può venire prima degli ascolti?
«Certo. E possono anche permettersi di progettare a medio e lungo termine perché non hanno bisogno di incassare subito il risultato. Se uno crede in una cosa, come ad esempio Politics, se ne frega degli ascolti».

Che però sono importanti…
«Sì, ma loro potrebbero e dovrebbero andare oltre».

E invece?
«Le strade sono due: o la Rai diventa il volano dello showbusiness italiano, fatto di tante aziende esterne che valorizza e fa crescere, oppure ha 15 mila dipendenti. Sennò una delle due non regge: noi stiamo mantenendo una sacca di welfare insostenibile in un mondo multimediale e multi piattaforma».

E i talk piacciono ancora?
«Il talk show nasce in America ed è fatto di interviste tra le quali c’è lo show, con della musica. In Italia, Costanzo lo ha allargato a una chiacchiera molto ben costruita. Il più vicino al modello americano era il Fazio prima maniera. Poi il talk ha perso lo show, sono rimaste solo le sparate fatte di persone che dovevano interpretare una parte sennò non venivano più invitate, le parole si sono trasformate in proiettili, sganciate dal loro significato, tanto è vero che tutti stanno tornando indietro».

Con Funari non faceva A Bocca Aperta, antesignano del talk-rissa?
«Funari fu un genio del popolare, sapeva gestire, trattava temi di vita vissuta molto comuni».

E Fazio le piace?
«Fazio è bravo. Anche molto a nutrirsi delle sue spalle: Littizzetto, Saviano o Frassica che si porta dietro il successo di Don Matteo».

Cosa guarda in tv?
«Serie e fiction. Americane. Mi è piaciuto Narcos».

Quanto sono importanti i social?
«Ogni tecnologia ha un linguaggio. Hanno fatto da megafono agli scemi? Anche. Me ne rendo conto ogni giorno facendo il mio programma su Radio 24 di quanta stupidità ci sia e quante osservazioni intelligenti escano. Rare. I social illudono ognuno di essere il centro del mondo, ma da lì ad avere qualcosa da dire ci sta in mezzo ciò che sai. E ciò che sei».

Dopo aver portato la radio in tv con Mixer, ha riportato la tv in radio con Mix 24. Soddisfatto?
«Sì, la radio è sexy. E Roberto Napoletano ci ha creduto quando non era scontato».

L’ospite che vorrebbe nella sua nuova trasmissione?
«Il Papa».

di Simona Voglion Levy

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