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L'intervista

Paki Valente, l'ex marito di Anna Marchesini: "Ora rivoglio mia figlia"

Paki Valente e Anna Marchesini

Sei anni senza vedere sua figlia. Non si sopravvive, si muore lentamente.
«Non sarei qui a parlarne altrimenti».

Chi è Paki Valente?
«Sono soprattutto un uomo e un padre».

Ma tutti la conoscono come l’ex marito di Anna Marchesini.
«No basta. È una vita che mi chiamano il marito di Anna. Vorrei ribaltare le definizioni. È Anna Marchesini che ha sposato me».

Pomeriggio di pioggia e ricordi. E questa storia in cui bisogna entrare in punta di piedi perché violenta gli affetti e muta le prospettive, e anche la più piccola vibrazione può produrre una valanga di dolore. Una madre, Anna Marchesini, che sul palco era fuoco e iperbole, il pubblico si accomodava in platea e rideva a prescindere, e quando se ne è andata, sommessa, elegante, sfibrata dal male, ha pianto tutte le lacrime e si è sentito perso. Una figlia, Virginia, che adesso ha 24 anni, la laurea in psicologia e la voglia di prendere in mano la sua vita. E un papà, Paki Valente, attore da quando aveva 15 anni, ex marito di Anna, l’amore che travolge tutto e poi il precipizio del divorzio, bastardo e doloroso come solo certe fini possono essere. In mezzo, una sequela di ferite, porte in faccia e aule di tribunali. E alla fine non resta più nulla. Non c’è la grande protagonista. E neppure un papà accanto a sua figlia.

E che si prova?
«Non la senti, non la vedi, non chiacchieri con lei, non le dai consigli, come vuole che stia? C’è da impazzire».

Perché parlarne adesso?
«Perché voglio riaverla».

Ma sua figlia ha 24 anni, è libera di vederla se vuole.
«Mia figlia ha subito 22 anni di condizionamenti da parte della madre e adesso che mia moglie è morta si trova nella situazione di dover resettare tutto. Le sembra una cosa facile per una ragazza tanto giovane? Per nostra figlia io sono il male, lei non sa bene il perché ma è così e non ha alcun desiderio di incontrarmi».

Non è bello accusare una madre che non c’è più e non si può difendere.
«Non ho mai detto una parola contro mia moglie neppur in privato. E nessuno si può permettere di parlare di lei pubblicamente se non io e mia figlia Virginia. Le malignità le respingo al mittente. Io sto cercando di aggiustare le conseguenze delle azioni scriteriate di mia moglie. Io l’ho perdonata per quello che ha fatto, ma perdonare non significa condonare. Anzi le dico che il perdono è arrivato inaspettatamente rispetto a quello che ho patito. Oggi mi trovo nella difficile situazione di invertire in positivo un comportamento condannato e sanzionato dalla legge».

Si riferisce alla condanna penale inflitta a sua moglie?
«Quella con cui il giudice penale disse chiaramente che potevo e dovevo vedere mia figlia e condannò Anna per non aver seguito le direttive del giudice civile».

Ed è questo che intende con condizionamento?
«E lei come lo chiamerebbe altrimenti?».

Partiamo dall’inizio allora. 41 anni da attore…
«A 15 anni ho fatto il mio primo book da attore con l’agente Mauro Mariani, poi c’è stata la pubblicità dei baci Perugina, l’esperienza con Zeffirelli, il debutto nel film di Umberto Lenzi, Un ponte per l’inferno».

Aveva il phisique du rôle.
«Ero un atleta, avevo fatto l’Isef per accontentare mia madre che voleva la laurea».

E dove conobbe Anna?
«Una sera a casa di Massimo Lopez. E fu amore fulminante, un’affinità elettiva e spirituale grandissima, non ci siamo più separati».

Dicono tutti così.
«No noi lo facemmo per davvero. Prima fui io ad andare a casa di Anna poi, siccome la sua casa era grande ma non aveva neanche una sedia, fu lei a venire da me. Nel settembre ’91 ci sposavamo a Parigi e un anno dopo nasceva Virginia».

Un connubio professionale e umano.
«Connubio umano sì. Poi, è chiaro, eravamo entrambi attori ma di diverso genere. Anna era una comica immensa, una trasformista, io solo un attore».

E nel ’94 arriva la crisi. Perché?
«Ci sono cose che non posso dire per rispetto a mia moglie defunta».

Non può dire il motivo della separazione?
«Ci fu tra noi un accordo precedente la separazione consensuale in cui giurammo a vicenda di non svelare a nessuno il motivo della separazione a meno che circostanze esterne o la minaccia che fosse svelato da altri ci costringesse a farlo».

Così alimenta il mistero.
«Mia moglie non c’è più e sono rimasto l’unico custode di questo segreto. Abbia pazienza. Ci giurammo il silenzio fino alla morte».

Eravate d’accordo tutti e due sulla separazione?
«No, mia moglie non voleva. Si rendeva conto che c’era un problema tra noi ma non voleva che ci lasciassimo».

Immagino l’assedio dei giornalisti.
«Io stavo girando un film per Rai Uno dal titolo Donna e mi impegnava molto. Ero tornato nella casa che non avevamo mai venduto. E i giornalisti chiamavano me poi lei. Mi telefonò anche Signorini e dovetti mentire anche a lui».

E poi cosa accadde?
«Ci fu una separazione consensuale, eravamo d’accordo su tutto, soprattutto sui miei incontri con Virginia. Anna non voleva nessun contributo economico per mia figlia, io invece volevo darlo e il giudice fissò un minimo mensile».

E sua figlia?
«Purtroppo anni dopo iniziarono le migliaia di scuse per non farmela vedere e si arrivò a un ostracismo inaccettabile».

E finiste in tribunale.
«Arrivammo alla condanna del Tribunale penale di Roma. Ma vede, in materia di famiglia la legge è inconcludente perché il principio su cui si fonda è giusto – “è criminoso”, dice la legge, non permettere a un padre di vedere il figlio - ma poi la sanzione che si applica è solo mille euro. Ci fosse una multa di 50mila euro e la garanzia che se reiteri vai in galera, tanti bimbi verrebbero salvati da situazioni assurde. Quello che sto subendo io si chiama alienazione parentale e non lo auguro a nessuno».

Però le cronache di allora raccontano anche la versione di sua moglie. Che accusava lei di non essere un padre presente.
«Io e mia moglie non eravamo perfetti. Avrò fatto gli errori che tutti i genitori fanno. Ma sono stati commessi nel periodo in cui eravamo separati perché essere genitori fuori di casa e venire osteggiati non è facile. Per esempio, una volta Anna non mi aveva avvisato che erano andate a Sabaudia. Mi precipito lì ma non le trovo perché erano scese in spiaggia. Ricordo ancora quei maledetti 100 gradini per raggiungere il mare. Ovvio che facessi ritardo».

La chiamavano il principe consorte.
«Vede, Anna era ancora più geniale perché fece in modo che mi dipingessero come un uomo sbiadito e di poco conto… chi era il più famoso tra noi? Lei. Dunque la gente stava naturalmente dalla sua parte. Infatti da quel momento non ho più lavorato».

Non starà esagerando?
«L’opinione pubblica era con lei. Ma fu un articolo scritto da una giornalista che al tempo collaborava con Repubblica a distruggermi. Era il ’99 e mi dipingeva come un uomo senza dignità, come un meriodonalotto venuto da Taranto a Roma per cercare fortuna. Non scorderò mai il titolo: “La Marchesini divorzia e lui chiede 10 milioni al mese”. Nell’articolo addirittura si riferivano parole di mia moglie, rilasciate in un documento del procedimento legale, secondo cui sarei stato “capriccioso e infantile, un uomo che da vent’anni si ostina a voler perseguire la carriera di attore rifiutando qualunque altro lavoro”. Parole che poi Anna, in privato, mi disse di non aver mai pronunciato. Ci misero a pagina 5 di Repubblica, neanche fossi un uomo di stato anziché due saltimbanco. Da quel momento ho trovato tutte le porte sbarrate».

Dalla separazione consensuale andaste in giudiziale.
«Perché Anna non mi faceva vedere Virginia».

Non è vero che chiese soldi ad Anna?
«È vero. Ma fu un espediente per farla ragionare sui miei sacrosanti incontri con nostra figlia. E comunque se li avessi chiesti al solo scopo di avere un mantenimento avrei soltanto seguito una legge del parlamento non mia. I miei avvocati dissero: “devi toccarle le tasche perché gli uomini non hanno strumenti”. E così feci ma fu solo uno stratagemma dell’avvocato per negoziare. Io non volevo quei soldi».

Che ricordi ha di Virginia?
«Bellissimi, anche nel periodo della separazione. Avevamo una linea telefonica tutta per noi. Una sera lei piangeva disperata e mi chiedeva quando sarei tornato a casa, allora le dissi di sedersi di fronte alla finestra che sarei arrivato volando e l’avrei presa sulle spalle per portarla con me in piazza Navona e in tutti quei posti che lei amava visitare».

Da quanto non la vede?
«Da quando aveva 18 anni».

E nel frattempo si è trasferito in Asia?
«Mi sono trasferito quando ho capito che la legge non riusciva a fermare mia moglie e come nella leggenda di re Salomone ho voluto fare un passo indietro. Virginia non era un pacco e qualcuno di noi due doveva smettere di tirarla per la giacchetta. Era una decisione giusta, anche se soffertissima. E mi sono anche rifatto una carriera là».

Ma perché non si è fatto sentire prima?
«Io non ho mai smesso di farmi sentire o di seguire Virginia. Non ero rassegnato. Ero solo più tranquillo perché nonostante mi avesse eliminato come padre, mia moglie sapeva occuparsi di nostro figlia».

Adesso invece?
«Mia figlia ora ha bisogno di amore e protezione che solo la madre e io possiamo darle. Per questo sono tornato in Italia. E poi sa una cosa?. Se avessi voluto danneggiare mia moglie l’avrei fatto prima pubblicando la sentenza di condanna. Se non ho fatto e detto nulla è stato per salvaguardarle entrambe. On line leggo che mia figlia Virginia Valente è figlia di Anna Marchesini e io, che sono il padre, non esisto. Leggo che da anni percepisco 10 mila euro da mia moglie e non è vero. E’ ora di finirla».

Se sua figlia fosse qui cosa le direbbe?
«Le direi amore, il passato è passato. Adesso c’è il presente e non possiamo stare lontani. Sei arrabbiata, lo capisco perché ho avuto anch’io 24 anni e sono stato confuso. Ma ora basta, onoriamo i morti amando i vivi e amandoci. Ti voglio tanto bene e ci sarò sempre per te».

di Simona Bertuzzi

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Commenti all'articolo

  • Skyler

    26 Ottobre 2016 - 09:09

    Mi sa che tua figlia ti manda affanculo........

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