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A Pietrasanta

"Storie del Signor G"
Gaber torna alla Versiliana

Proiezione nello stesso teatro che le vide recitare dal vivo. E quei monologhi del ’91, inediti in tv, su fede, libertà e democrazia risultano di spiazzante attualità

Giorgio Gaber

Giorgio Gaber

Non doveva andare così. Il destino è stato adunco, come il naso del Maestro.

Invece di scrivere un pezzo su Gaber (che è come citare Montanelli: ti dà la sensazione di muoverti affondando nell’aria verso la pericolosa frontiera del banale) avrei voluto imbucarmi ieri al Teatro Comunale di Pietrasanta, tra quei trecento fortunati che assistevano alla proiezione inedita di Storie del Signor G, in una notte in cui gli applausi s’arrampicavano verso la luna, e la luna era « immobile bianca come ai tempi in cui c’erano ancora le notti d’amore...», direbbe il Maestro. Il Festival Gaber a Camaiore è un grande esprit artistico affollato di mostri dello spettacolo, ma questa non è una novità. La novità è, invece, la riproposta del teatro-canzone di Giorgio Gaber incastonato in un continuum di 4 ore di spettacolo che risale al ’91, mai rivisto in teatro e passato in tv solo su Stream -praticamente un inedito-. Se ne ricavò solo, più di dieci anni fa, un dvd che raccoglieva 40 canzoni dipanate tra episodi comici e cantautorali e monologhi intrisi di osservazioni che fotografavano tic, esotismi, grandi vizi e piccole virtù dell’italiano medio. Che Gaber riusciva a mettere a fuoco come la telecamera segreta di Nanni Loy, i film di Monicelli, o la penna, appunto di Indro Montanelli. Non ho evocato a sproposito il vecchio Cilindro. A riascoltare oggi, dalla viva voce di Gaber, attraverso la sua mimica facciale, i gesti e la loro prossemica dalle parole, noto che Gaber cesella ogni frase, la disossa, con la stessa terribile cura con cui Montanelli recitava i suoi pezzi ad alta voce, come a farli danzare su un pentagramma. Riguardo gli episodi  da Lo shampoo, Far finta di essere sani, Madonnina dei dolori, Un'idea, L'odore, L'America, Pressione bassa, Quello che perde i pezzi, Le elezioni, Al bar Casablanca e constasto che nulla - diomio - è cambiato. 

Confida la figlia Dalia Gaberscik: «Nel ’91 mio papà fece una maratona di spettacoli qui, solo per la Versiliana. Fortunatamente, colto da folgorazione decise di registrare tutto. Ne è uscito l’unico documento organico di tutto il suo teatro- canzone. oggi restaurato in digitale.  Non mi dispiacerebbe vederlo come Maratona Gaber, magari in notturna, su La7...». E poi ha aggiunto, Dalia, «io e Sandro Luporini (l’alter ego di Gaber, ndr) ovviamente lo conosciamo a memoria. Eppure l’altra sera è stato un massacro emotivo: la gente in piedi, che ritmava le canzoni, le lacrime...». Sì, la zaffata nostalgica produce quest’effetto. Sento Dalia e rivedo la gag dei due Signor G, quello ricco e quello povero: «Il mio papà guadagna un miliardo al giorno»; «Il mio papà guadagna diecimila lire al giorno. Il primo giorno, poi basta»; «il mio papa cambia ogni anno auto, villa e motoscafo», «il mio papà non cambia nemmeno idea»; «Il mio papà un giorno mi ha portato sulla collina e mi ha detto: guarda, un giorno tutto quel che vedi sarà tuo»; «il mio papà mi ha portato sulla collina e mi ha detto: guarda ...e basta». Poi riscopro Gaber parlante di sicurezza ne La pistola («se uno scappa deve avere una buona regione per essere seguito, altrimenti che scappa a fare» , «non si è mai abbastanza coraggiosi da diventare vigliacchi definitivamente»); e mi sembra una straordinaria presa per i fondelli della Lega, quando alla Lega erano in due. 

Riascolto a occhi chiusi La libertà dal Dialogo tra un impegnato e un non so («La libertà non è star sopra un albero/ non è neanche il volo di un moscone/ la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione»); li riapro, sul tg che mi dà i partiti vincolati a ricatti reciproci, e sospiro, cerco di inalare un profumo di non so che. Gaber intreccia di tutto, con l’ironia dei poeti e dei matti. I sabato postlavorativi nell’astinenza sessuale; gli appartamenti rumorosi di sciacquoni da cesso; i radical chic che discutono di politica e noia al Bar Casablanca di Milano «con birra gelata/ si guarda la gente che va in passeggiata». E la fede, quando afferma: «Non sono cattolico. Ma il mistero c’è, eccome, e io sono un uomo di fede». Il discorso di Gaber sulla democrazia è il più cliccato tra i grillini, anche se l’anarcoide Gaber i grillini oggi probabilmente  li avrebbe sfanculati: «Democrazia rappresentativa vuol dire che un partito delega a rappresentarti uno che non sai chi, e che se lo incontri ti dice appunto: lei non sa chi sono io...». Bello.

Una frase di quel Gaber mi continua da ieri a martellare dentro: «Non ci è mai venuto in mente che è nella fedeltà si potrebbe trovare una risposta diversa. Non la fedeltà alle istituzioni, neanche alle regole del buon senso antico, ma la fedeltà a noi stessi». Grazie, Maestro... 

di Francesco Specchia

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