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Lui ha l'X-Factor

La (social) tv del futuro
Parla l’uomo che ha portato X Factor a Sky

Parla il vicepresidente Sky, Andrea Scrosati: ecco la sua (social) tv del futuro

Andrea Scrosati

Andrea Scrosati

I numeri in teoria parlano da soli, ma qualche volte è bene anche spiegarli. Perché quelli della nuova edizione di X Factor in onda ogni giovedì su Sky Uno sono qualcosa che colpisce. Parlandone con  Andrea Scrosati, vice president Sky responsabile di Cinema, Intrattenimento e News, che ha scoperto e portato al successo su Sky alcuni dei programmi più innovativi degli ultimi anni, capiamo che gli ascolti sono la punta dell’iceberg. La social tv, di cui è uno dei pionieri più appassionati e visionari, è la vera chiava per capire la televisione di oggi e immaginare quella del futuro.   

Giovedì scorso l’esordio del telefilm The Newsroom su Raitre in prima serata ha fatto 634.000 spettatori con il  2,36% di share.  X Factor su SkyUno, che ha una distribuzione pari a un quinto di quella delle generaliste, ha totalizzato ha fatto 870.000 con il 3.04% di share. Non era mai accaduto. È la tv generalista che ha dei problemi o Sky che sta particolarmente bene?
«La parcellizzazione della tv è un dato oggettivo. Sembrano ere geologiche fa, invece sono passati solo sei anni, da quando Auditel ha iniziato a pubblicare i dati di Sky. Li chiamavano Nano Share. Evidentemente si sbagliavano, non solo riguardo a Sky ma sull’impatto della tv tematica. E Auditel, ricordiamolo, esclude la visione via web e on demand, Sky Go e altri mezzi che invece sono esattamente i modi in cui il pubblico più giovane guarda la tv. Oggi, se vuole investire sul futuro, la tv deve pensare soprattutto a loro».

Torniamo a X Factor. Di quanto sono cresciuti gli ascolti?
«Del 40%. L’incremento più rilevante rispetto a tutte le edizioni internazionali».

 Quali sono i motivi?
«Il primo è che nonostante il successo delle passate edizioni, abbiamo rischiato. Abbiamo cambiato. Il pubblico si aspetta sempre qualcosa di più, di diverso, da una trasmissione. E bisogna darglielo. Abbiamo quindi rivoluzionato la giuria. Un azzardo. Abbiamo chiamato Mika quando tutti  tutti dicevano: “Ma no, un giudice straniero che non parla italiano non funzionerà mai”.  Un po’ come quando partì MasterChef:  l’opinione comune era che in tv bisogna cucinare solo piatti che la casalinga di Voghera saprebbe preparare».

 La televisione, invece, tende sempre a replicare se stessa: la cucina funziona, tanta cucina. O no?
 «Il cambiamento nei sistemi televisivi tradizionali è difficile. Quando un programma va bene e qualcuno lo cambia, è chiaro che si espone a un rischio, ma la tv deve essere innovativa. Conservare è un errore. Ma le caratteristiche di X Factor sono anche altre».

Quali?
«I concorrenti sono “vergini”:  dato che è in palio un contratto di esclusiva per tre anni con la Sony, si presenta solo chi un manager non ce l’ha. Quindi gli artisti che emergono sono vere novità. Possono avere un grande potenziale. Alle audizioni spesso sono ancora “grezzi” ma il percorso li trasforma in vere star. Poi c’è il tema dell’interazione con i social media».  

Ma quasi tutti i programmi si definiscono «social». Tra Twitter e Facebook chi non è interattivo? Cosa ha Sky di diverso?
«Per essere social non basta mettere hashtag, un «#» on air. Noi non usiamo il linguaggio della tv nei social media. In ogni mezzo devi usare il linguaggio giusto. In questo modo permetti a chi guarda la tv di incidere nel racconto. Perché è possibile televotare in tanti modi, ma soprattutto perchè, seguendo le  discussioni che nascono sui social media, a livello autoriale il programma viene modificato. La gente che segue se ne rende conto. E prossima settimana, con la prima puntata live,  la tv non sarà più unidirezionale. Il telespettatore può decidere di seguire un particolare giudice (per esempio sapere cosa dice la Ventura a mezza voce  di un determinato concorrente), oppure concentrarsi sul percorso di questo o quell’altro ragazzo in gara».

 È consapevole però che l’equazione Twitter-Auditel è un grosso equivoco? Ci sono programmi commentatissimi ma flop.
«Sì. Twitter non dà indicazioni quantitative bensì qualitative C’è un dibattito su questo. Però è vero che la discussione online è cruciale per la rilevanza di un programma».

Ecco, a questo proposito cosa pensa di Radio Belva? Programma di ascolti modesti, chiuso in 24 ore ma gettonatissimo sui social network. Dopo una settimana se ne parla ancora.
«Il programma aveva un’idea. Trasferire la radio in tv. La Zanzara è una delle trasmissioni più intriganti della radio italiana. L’unica considerazione che faccio è che  trasferire il linguaggio radiofonico in tv è molto difficile.  Alla radio si può controllare l’audio, si può buttare giù il telefono. In tv no. Quello che alla radio può essere divertente, in tv rischia di essere eccessivo, perchè accanto alla voce c’è un volto. Detto questo, mi piace chi prende i rischi».

 Dove porteranno in futuro i social? Possono intervenire nei talk show politici?
«Sì. Ci stiamo ragionando per il canale all news SkyTg24. Il telespettatore non sarà più obbligato ad assistere impotente ai dibattiti.  Interattività non è leggere in diretta quattro tweet,  questo è irrilevante. Bisogna invece saper prendere l’aggregato del dibattiti online e indirizzare la discussione in studio. Nei talk, nell’approfondimento. Stiamo pensando come possa essere fatto nel modo giusto».

 Ma tra 10 anni la tv esisterà ancora?
«Eccome, sarà viva e vegeta. La tecnologia farà sembrare preistoria quella di oggi. Sarà sempre di più il pubblico a decidere, il tempo libero sarà ancora più prezioso e nessuno si farà imporre cosa vedere e quando vederlo». 

intervista di Alessandra Menzani

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