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L'intervista

Giorgio Cantarini: "Per 3 anni sono stato il figlio che Benigni non ha mai avuto"

Il bambino de "La vita è bella" racconta il film da Oscar e poi il ritorno alla normalità. Ora ha 21 anni e studia cinema: "Hoffman è il mio idolo, Giosuè un macigno"

Giorgio Cantarini: "Per 3 anni sono stato il figlio che Benigni non ha mai avuto"

Giorgio, va spesso al cinema?
«Sì, ma non abbastanza. Vorrei andarci di più».
Quindi ha visto La grande bellezza di Sorrentino?
«Meraviglioso, un capolavoro. Uno dei lavori più belli degli ultimi dieci anni».
È tra i nove film selezionati per la candidatura all’Oscar 2014 come miglior film in lingua non inglese.
«Merita di vincere. Io avrei candidato anche La migliore offerta di Tornatore. Sarebbe ora che un film italiano arrivasse all’Oscar».
L’ultimo è stato il vostro: La vita è bella, anno 1999.
«Appunto, è passato troppo tempo. Se sono geloso? No, tifo per l’Italia».
A proposito di cinema, lei  che fa? Che rapporto ha con la recitazione?
«Mi sono trasferito a Roma da due anni, sto frequentando il “Centro Sperimentale di Cinematografia”. Durante il Liceo classico sognavo di fare l’investigatore. Poi mi sono detto: perché non riprovare a diventare un attore vero?».
Drammatico o comico?
«Sono portato per la commedia, ma vorrei imparare a fare di tutto».
Da quando ha interpretato Giosuè ne La vita è bella sono passati 16 anni. La riconoscono ancora?
«Capita soprattutto ultimamente, che ho tagliato i capelli».
La gente che le dice?
«Ci sono due tipi di reazione. Chi resta basito rivedendomi grande, chi invece se ne frega e fa finta di niente».
Scusi, perché ride?
«Perché qualche anno fa è capitato con Totti».
Cioè?
«Io tifo Roma e come regalo per i 18 anni mi hanno portato a Trigoria, dove sono riuscito a farmi fare l’autografo da tutti i giallorossi».
E Totti, quando gli hanno detto che lei era il bambino de La vita è bella, cosa ha commentato?
«Nulla. O non ha capito bene, oppure non si ricordava del film!».
Restiamo al calcio. Lei gioca?
«Sono arrivato fino alla Seconda  Categoria con la squadra del mio paese, il Montefiascone».
Ruolo? 
«Regista alla Pirlo. Poi ho smesso per venire a Roma. Ormai a Montefiascone ci torno giusto per le feste».
Siamo sotto Natale, torniamoci insieme. E raccontiamo degli inizi.
«Nasco a Orvieto il 12 aprile 1992. Papà Giuseppe psichiatra, mamma Giovanna ostetrica, due fratelli più grandi e una sorella più piccola».
Che bambino è il piccolo Giorgio?
«Spigliato, vivace, scorbutico. Testardo. Cocciuto».
È per questo che a 5 anni la portano al provino del film?
«Più o meno. Una zia legge l’inserzione sul giornale e convince mamma, che nel frattempo si è separata, a portarmi a Terni. Arriviamo, ci sono moltissimi bambini, c’è da aspettare. Mi passa la voglia e chiedo di tornare a casa».
E sua madre che fa?
«Mi porta a vedere una mostra e così mi distraggo fino al provino, che consiste in una serie di fotografie».
Poi?
«Vengo richiamato per un incontro con Benigni. Roberto mi mette alla prova trattandomi come un adulto: “Giorgio, andiamo a prenderci un caffè?”. Mi fa ridere, studia le reazioni».
Poi?
«Conosco Nicoletta Braschi in altri provini finché restiamo in due bambini».
E scelgono lei. Benigni spiegherà in un’intervista: «L’ho scelto perché assomigliava a me e a Nicoletta, e poi rappresentava nel viso l’innocenza, la bellezza, la vispezza, la furbizia». Forse Roberto e Nicoletta, in lei, hanno rivisto il figlio che non hanno mai avuto.
«Può darsi. Anche dopo il film, per qualche anno, mi hanno portato in vacanza con loro in Toscana e ospitato a Roma per giorni trattandomi con affetto come se fossi stato loro figlio. Non lo dimenticherò mai, con loro mi sono sempre sentito a mio agio e amato».
Torniamo al film. 
«A inizio estate le prime riprese, ma i ricordi sono pochi. A quell’età i non si coglie tutto. Solo qualche flash».
Il più limpido?
«Il carro armato. Quando quel bambino, pur coraggioso, se lo trova di fronte, prende paura».
Giorgio, ma che fa? Parla in terza persona?
«Scusi, a volte mi capita. Anche quando rivedo il film faccio fatica a identificarmi in Giosuè».
Poi approfondiamo meglio. Continui a parlare del carro armato.
«Ho paura, ma non mi perdo d’animo e penso: se non riesco a scappare in tempo mi butto per terra che sono piccolo e resto sotto senza essere schiacciato».
Urca, bimbo sveglio.
«E attratto dalle armi. Fucili, bombe. Appena posso me li faccio dare per giocarci, anche se tra me e me non mi spiego perché vengano usati quelli finti e non quelli veri».
Rapporto con Benigni?
«Fantastico. Nelle pause mi fa giocare e quando mi vede triste dice: “Giorgio, c’è qualcuno che ti sta antipatico? Lo mandiamo via!”. E finge di allontanare il malcapitato della troupe».
C’è una scena del film che ricorda in modo particolare?
«Quella  in cui, dopo la cena degli ufficiali, mi dirigo tra la nebbia verso la montagna di cadaveri. Intensa. Ma nessuna paura, avevo già visto che i cadaveri erano un grosso cartone disegnato...».
Giorgio, come mai quello sguardo furbo?
«Nella scena degli ufficiali con i bambini tedeschi, invece, devo mangiare voracemente uno strudel. Che però mi fa schifo. Allora sono tutti preoccupati: “Giorgio, tu metti tutto in bocca e poi, quando senti stop, sputa pure. Ma non prima!”».
Altre raccomandazioni?
«Nella scena finale Nicoletta mi prende e mi bacia. Io, come tutti bambini, odio essere baciato. E mi ripetono ogni volta: «Giorgio, prima di pulirti le guance aspetta lo stop!».
Buona questa. Dopo tre mesi di riprese il film è pronto.
«Mi portano alla prima a Roma e...».
Perché ride?
«Nella scena in cui Nicoletta e Roberto si baciano sotto il tavolo io quasi mi vergogno. E per non guardare mi copro gli occhi e giro la testa».
La vita è bella fa il boom. E, nel 1999, la notte degli Oscar.
«Mi invitano a Hollywood, ma poche ore prima delle premiazioni mi viene sonno e mamma mi tiene in albergo. Però in tv vedo Benigni salire sulle poltrone e capisco».
Da quel momento come cambia la sua vita?
«Pochissimo. Parenti e amici mi fanno vivere tutto con normalità e i miei mi proteggono».
Non fa più niente nel mondo dello spettacolo.
«Ricevo moltissime offerte, ma sarebbe un tornare indietro dopo l’Oscar. Fin quando, nel 2000, arriva una proposta di Ridley Scott per una parte ne Il gladiatore».
E accetta. Diventando il figlio di Maximus.
«Giriamo in Toscana e mi diverto perché mi fanno stare con i cavalli, tra la natura, nei campi. Ma il momento più toccante è quando incontro il produttore del film, Branko Lustig, che da bambino è stato imprigionato per due anni ad Auschwitz».
Racconti. 
«Si avvicina e sussurra: “Ho visto La vita è bella e mi hai fatto piangere». E gli occhi si fanno lucidi. Lì ho capito  la grandezza del film fatto con Benigni».
Con Il gladiatore altro successo e altri Oscar. Ma Giorgio Cantarini sparisce ancora.
«Torno alla vita normale, allo studio, al calcio, al motorino, agli amici del paese. Poi, due anni fa, la voglia di ricominciare e l’iscrizione al “Centro Sperimentale di Cinematografia».
La difficoltà più grande nello studiare recitazione?
«Vivere con il macigno di Giosuè sulle spalle. Tutti si aspettano qualcosa in più da me e io ho paura di deludere le aspettative. Giosuè è un macigno che non mi sono ancora rimosso: sto lavorando per diventare l’attore Giorgio Cantarini. E basta. Ma non è facile».
Giorgio, ultime domande veloci. 
1) Ha guadagnato molto con La vita è bella?
«Non sono diventato ricco».
2) Da quanto tempo non sente Benigni?
«Due o tre anni. Nicoletta invece mi ha chiamato qualche mese fa».
3) Musica preferita?
«Queen e Pink Floyd».
4) Film preferito?
«Il Laureato».
5) Attore preferito?
«Dustin Hoffman. Mi rivedo in lui, fisicamente e come caratteristiche».
6) È fidanzato?
«Ora no».
7) Rapporto con la religione?
«Sono ateo da quando avevo 9 anni».
8) Paura della morte?
«No».
9) Come si vede tra 10 anni?
«Attore all’estero. Finita la scuola voglio fare un’esperienza in Inghilterra o negli Usa».
10) Un sogno nel cassetto?
«Scrivere, dirigere e  interpretare un film. Proprio come Benigni».
A proposito: le piacerebbe tornare a lavorare con lui?
«Molto, ma quando sarò un attore vero e più maturo. Chissà, magari per fare un altro grande successo insieme. Un film da Oscar».

di Alessandro Dell'Orto

 

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