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Still Life

Still Life, la bellezza dell'altro Pasolini

Un film da vedere che parla di morti ma ha molte arme segrete e un gran colpo di scena ...

Eddie Marsan in una scena di Still Life

C’è questo film, «Still Life», che è in sala da un po’ e resiste, resiste, resiste. Non è facile per lui, povero caro, costretto a sgomitare tra le pernacchie, i peti e le battute da Bagaglino dei cine-mappazzoni natalizi. Eppure resiste, resiste, resiste. E li mette via tutti. Perché è bello, anzi bellissimo. Anche se parla di cadaveri dalla prima all’ultima scena. Anche se in tutto il film le parole sono centellinate come gocce di Xanax da dare al tremebondo. E nonostante i morti, il senso di solitudine, i silenzi agghiaccianti e il «freddo» di certe scene, questo è un prodotto da togliere il fiato. E ve ne accorgete da soli, perché seduti sulla vostra poltroncina in velluto consunto, sentite i pugni che arrivano allo stomaco uno dietro l’altro. E non potete fare a meno di immedesimarvi in John May (magistralmente interpretato da Eddie Marsan), tristissimo prodotto della società moderna. 

Lavora da parecchi anni per il comune di un sobborgo inglese qualunque, John, e in tutto questo tempo ha imparato un mestiere unico. Né bello né brutto: unico. E lo fa con passione, maniacale precisione, con l’abnegazione che manca alla gran parte dei dipendenti comunali del mondo intiero. 

Mr May interviene quando qualcuno ritrova un cadavere «solo»: l’uomo ridotto a carne putrefatta scovato dal vicino di casa; il barbone abbandonato sulla panchina; la vecchia marcita sul sofa dopo aver vissuto in simbiosi con il suo micio e nessun altro. Ebbene, in tutti questi casi John arriva e prova a capire se esiste un parente, un amico, un qualche povero disgraziato disposto ad assistere al funerale del malcapitato («tanto paga il Comune»). E puntualmente si ritrova abbandonato e senza speranze alla funzione del reietto. Poi torna a casa e il lavoro si mischia alla vita privata, perché John è più solo dei suoi stessi morti. E mangia scatolette di tonno. E apparecchia inesorabilmente per uno. E passa le serate a riempire gli album con le foto dei morti. E a cinquant’anni suonati sa che quella è la sua miserabile vita. E ben capisce che quella al  collo non è una cravatta, ma un cappio che stringe ogni giorno di più. E capisce perfettamente che il percorso casa-ufficio-chiesa-cimitero ritratto magistralmente dal regista Uberto Pasolini è un circuito simile a quello cui sono costretti certi topi da laboratorio.

La vita scorre uguale e pesa nelle viscere come spremuta d’arancia prima di andare a letto: un po’ ci vengono in mente i fratelli Coen, un po’ l’altro Pasolini, quello famoso. Ma non pensate a un film lento e da far venire sonno, perché «Still Life» ha armi segrete e un gran colpo di scena: anche nelle periferie inglesi arriva la «crisi», ed è crisi benedetta. John viene licenziato e prima di lasciare l’ufficio chiede di poter risolvere l’ultimo caso. Pretende da se stesso l’impossibile: portare alla funzione del cadavere di turno almeno un parente, un’ex moglie, qualcuno che dica una buona parola, insomma. E succedono cose che noi vivi non possiamo nemmeno immaginare, perché la realtà si mescola all’illusione e tutto scorre veloce verso un finale che mette i brividi. E allora tu, sfiancato dai film a episodi, freddato da commedie e commediole senza capo ne coda, capisci che il grande schermo è ancora capace di regalare soddisfazioni. E ti ritrovi a piangere. Come un pupo senza caramelle. E non sai perché, ma attorno a te piangono tutti. E ti vien voglia di uscire dalla minuscola sala del moderno multisala. E vorresti correre nella sala a fianco, là dove le masse hanno pagato per ascoltare peti e schiamazzi. E faccia a faccia con i malcapitati ti lasceresti andare: «Maledetti, avete sbagliato tutto».

Fabrizio Biasin 

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