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Cremonini: "La musica? E' mia moglie. Il cinema? L'amante"

Intervista al 'grande Cesare' che canterà all'Heineken con Vasco e i Coldplay. "Cerco di far diventare buona musica miei insuccessi"

Cremonini: "La musica? E' mia moglie. Il cinema? L'amante"
«Attore? Non esageriamo, ho lavorato per Pupi Avati, sono stato onorato di recitare in suo film, ma mi sento prima di tutto un cantante! La musica è la mia vita, lo è sempre stata. Diciamo che è mia moglie. Il cinema, tuttalpiù, un’amante occasionale…». Cesare Cremonini, 30 anni, trova il giusto equilibrio e ci scherza sopra, mentre sta provando lo show che scalderà, stasera, il palco dell’Heineken Jammin’ Fest. «Partirò con Mondo, poi farò anche pezzi più melodici come Hellò o più articolati come Figlio di un re». Per il 31enne cantautore bolognese, ragazzo discreto e gentile, numero uno tra gli artisti della sua generazione per talento già espresso e genialità ancora tutta da srotolare nei prossimi anni - quelli decisivi per diventare da grande a grandissimo - Venezia è un bel giro di boa: «Significativo che l’Heineken cada a 12 anni esatti da 50 Special, la canzone con cui tutto ebbe inizio…». Stasera sarà sullo stesso palco sul palco sul quale, prima e dopo di lui, saliranno i Coldplay, Echo and the Bunnyman, Erica Mou, Beady Eye, The Last Fight e We are the Scientist.

Cremonini, questo festival rappresenta un esame di laurea?


«No, piuttosto una festa. Un sogno raggiunto. Da ragazzino ero spettatore agli Heineken, ora sono un protagonista… Amo i festival rock e pop perché è l’unico posto in cui il pubblico è molto preparato. E mischiato. Chi viene per i Coldplay vedrà anche Cremonini. Così come chi ha pagato per vedersi i Negramaro, conoscerà altri artisti».

Il suo tour parte proprio qui, a Venezia. Un segno premonitore sul suo modo di vivere la musica?


«Sì. Nel 1985 ero ragazzino e vidi in televisione il mitico Live Aid. Allo stadio di Wembley si esibirono Freddy Mercury e i Queen. Erano il mio gruppo preferito. Ora quel ragazzetto sognatore farà parte di un festival internazionale: è un cerchio che si chiude».

E il cinema?

«Avevo già fatto una particina, nel ’98, in un film di Valerio Andrei: “Un amore perfetto”. Poi è arrivato Pupi. Io ero pronto per partire in tour e un bel giorno Avati mi telefona: senta, io non la conosco ma l’ho vista durante un’intervista in tv. Venga a trovarmi… Ci andai elettrizzato. Lui è da sempre uno dei registi preferiti, i suoi racconti della mia Bologna sono pezzi di vita. Pensavo a un cammeo».

Le fece un provino?

«No. Mi offrì la parte di protagonista del nuovo film, che uscirà nelle sale a novembre. Il titolo è: “Il cuore delle ragazze” e recito con Micaela Ramazzotti. Ho detto di sì a Pupi senza neppure leggere il copione».

Lei chi interpreta?

«Il nonno di Avati. È il racconto della storia, vera, di questo uomo povero e analfabeta che vive nella campagna di Bologna, si innamora di una ragazza e fa di tutto per conquistarla. Atmosfere che ho vissuto nei racconti di famiglia, attimi che sono un’alimentazione dell’anima».

Avati cosa le ha chiesto?


«Di essere naturale sul set, di non enfatizzare mai. Di rimanere Cesare. Cioè la cosa che mi riesce meglio».

In effetti lei è un musicista molto tra le righe, un artista che non ama svendersi né apparire sui giornali di gossip. Una scelta di vita, oltre che professionale?

«Cerco di essere soltanto me stesso. E di tenere soltanto per me la vita privata. La mia è una musica che amo definire Pop and’Roll. Aperta a generi con i quali sono nato e cresciuto, come il pop anni ’60 o il rock alternativo inglese».

Musica e cinema sono il Dna della sua vita attuale, però.


«Infatti sto facendo un bel cocktail. Mi è stato chiesto di comporre la colonna sonora di un film che verrà girato ad agosto. Il regista è Gabriellini, gli attori sono Elio Germano, Valerio Mastandrea e Gianni Morandi. Le pare poco?».

E il nuovo disco?


«Ci lavorerò da settembre».

Alcuni suoi colleghi incidono dischi per compiacere il pubblico, lei dà sempre l’impressione di scrivere canzoni come fossero frammenti di un’autoanalisi.

«In effetti è così. Spero sempre di riuscire a infilare nelle mie note tutte le più recenti esperienze di vita. Cerco di raccontare nelle canzoni i miei limiti, le sofferenze e le cose che sono rimaste irrisolte. In pratica, far diventare buona musica i miei insuccessi personali».

intervista di Leonardo Iannacci

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