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Dal matrimonio alla storia con Corona: confessioni di Lele Mora

L'agente dei vip si racconta tutto d'un fiato: la sua storia, le serate 'champagnino', la bancarotta e i sogni ancora nel cassetto

Dal matrimonio alla storia con Corona: confessioni di Lele Mora
"La aspetto a casa mia, ma mi faccia un favore. Mi porti due brioche di Sissi? Sono le mie preferite". Domenica, una di pomeriggio, fuori piove. Lele Mora si è appena svegliato dopo una serata massacrante in una discoteca di Torino da dove è rientrato alle sei di mattina. Se ieri era il burattinaio che stava dietro le quinte, oggi il personaggio è lui. E' richiestissimo dai club anche perché, per un motivo o l'altro, finisce sempre sui giornali. Dalla presunta relazione con Fabrizio Corona a Ruby Rubacuori fino al giallo di Avetrana (che qui smentisce). "Dopo il crack vivo anche di serate in discoteca", spiega.

 E' sul divano, in pigiama di cachemere grigio, scalzo, con una maglietta scollo a V, attillatissima. Guarda il TgLa7 di Enrico Mentana. Mangia le brioche e beve il latte e caffè (leggero) preparato da Norma, la sua colf. L'appartamento in Viale Monza è insolitamente vuoto. Le sedie sgombre, i tronisti che latitano, la cucina ferma. Prima dei conti sgonfi e della “scuderia” disadorna sono i silenzi in casa, gli oggetti superstiti a dargli il senso del fatto che sì, le luci si sono spente. E sì, è proprio vero: la riconoscenza è il sentimento della vigilia. Lele Mora oggi assomiglia alle spiagge d’inverno, ai luoghi da cui se ne sono andati tutti dopo averli usati per i bagordi. C'è solo un ragazzo di 21 anni. "E' mio nipote Nico Mora, il figlio di mio fratello. Viene da Verona per fare un po' di shopping a Milano". Il ragazzo esce e Lele inizia a raccontare la sua vita proprio da qui: dalla sua famiglia.

Quanti siete?

Sono il terzo di cinque figli. Tre femmine e due maschi. Ho passato la mia infanzia in un posto citato anche da Dante: “tra l’Adige e il Po giace sepolta Rovigo, città incolta”. I miei genitori, Arno e Almerina, oggi novantenni, sono nati contadini. Persone umili che ci hanno sfamato con il lavoro nella terra. Una famiglia patriarcale. Mio padre è il più vecchio di undici fratelli.

Lei si è definito mussoliniano. Perché?

La cultura mussoliniana mi è stata trasmessa dai miei. I valori sono la terra, la campagna, la religione.

Parentesi. Ci racconta una volta per tutte la storia dei diari del Duce?
Io ne ho due. A casa ci riuniamo come in un refettorio dei frati cappuccini. Il “priore” è il senatore Marcello Dell’Utri. I “confratelli” preferisco tenerli segreti. Dell’Utri legge i diari, noi mangiamo in silenzio. Ci sembra di rivivere i tempi di Mussolini.

Quanta passione!
Ho sempre amato la storia mussoliniana che magari non rispecchia effettivamente il fascismo o la politica finiana. Mussolini quando una famiglia metteva al mondo un figlio la premiava con somme in denaro. Se non andavi a messa la domenica non mangiavi e non ti davano la mancia.

Lei oggi va a messa ogni domenica?
No, ma vado in chiesa spesso e accendo una candela per i miei cari. Sono cattolico e devoto alla Madonna. Ho anche conosciuto parecchi papi.

Parecchi?
Grazie a un amico molto influente del Vaticano, un monsignore, ho potuto fare questi incontri. Nel ‘72, quando ero ragazzino, ho conosciuto Giovanni XXIIV, nel ‘75 Papa Luciani, Bendetto XVI nel 2008. Ma l’unico incontro che mi ha emozionato davvero è stato quello con Wojityla, dodici anni fa, durante la beatificazione di tre religiosi spagnoli. Un cardinale si era sentito male e il Papa alla fine della celebrazione si è informato del suo stato di salute. Pensi che io volevo farmi frate.

Addirittura?
Ho fatto la quinta elementare e due anni delle medie in un convento di cappuccini a Rovigo. Sentivo la vocazione. Lo dissi anche ai miei. Ma dopo un po’ ho capito che la vocazione non era poi così forte. Troppi sacrifici. E ho continuato gli studi. Ad Andria mi sono iscritto alla scuola alberghiera al collegio delle suore Albertine. Mi sono diplomato il massimo dei voti. Non ero mica un “giandon”, un asino. Poi mi sono trasferito a Verona dove ho fatto il cuoco al ristorante Pedavena, che oggi non c’è più. Lì ho conosciuto mia moglie.

Com’era?
Un grande amore. In sei mesi io e Maria Giovanna ci siamo innamorati e siamo rimasti sposati otto anni. Sono nati due figli meravigliosi. Diana, che mi ha fatto diventare nonno, e Mirko. Mia moglie lavorava nel ristorante dei suoi. Origini napoletante, gente perbene. Ci siamo sposati in chiesa. Io ero vestito in rosso, anzi in bordeaux. Ero già eccentrico.

Oggi che rapporto ha con sua moglie?
Civile. Ci salutiamo. Ma non siamo amici. Viene a Milano a trovare i figli. Non si è più risposata.

Lei non ha mai detto di essere gay, però ha confessato di aver provato un amore platonico per Corona.

Ognuno va a letto con chi vuole e in casa sua fa quello che preferisce. Le tendenze personali devono restare tali, l’importante è fare tutto con discrezione.

Ma Mussolini non era tanto tenero con i gay...
Mmh...Io vivo e lascio vivere. Non mi piace proibire ad altri quello che non vorrei fosse proibito a me.

Torniamo a Verona, cosa ha fatto dopo il cuoco?

Ho insegnato alla scuola alberghiera e poi ho conosciuto Pasquale Sciscenti, un parrucchiere. Ho investito i miei soldi in tre negozi di coiffeur che hanno avuto molto successo. Preciso: io non ho mai tagliato i capelli. Siamo stati i primi a mettere dentro un po’ tutto: palestra, centro estetico. Erano gli anni dello scudetto del Verona. Arrivavano i personaggi che portavo da Milano perché nel frattempo, siamo intorno al ‘78, avevo iniziato a fare il manager.

Come?

Ho cominciato come fan. Amavo il mondo dello spettacolo, era il mio mondo. Conosco Giampiero Malena (storico impresario, agente ad esempio di Pippo Baudo, ndr) e inizio a collaborare con lui. Facevo il road manager, colui che accompagna e va a prendere i vip: la Nannini, Patty Pravo, la Bertè, i calciatori. C'erano Pamela Prati, Sandy Marton, Nilla Pizzi. Ero un tuttofare.

E poi?
Scoppia la voglia di calcio in tv dopo i Mondiali dell’82. Nascono le prime reti commerciali. Porto in televisione nomi come Paolo Rossi, Gullit, Van Basten. La vera professione di manager la inizio tra l'86 e l'88. Cominciano i guai. Vengo accusato di aver fornito la cocaina ai vip. Un momento brutto. C'è  un’istruttoria di 20 giorni dopodichè mi faccio tre mesi di carcere a Verona. Secondo i magistrati conoscevo molti segreti che non ho rivelato preferendo fare il carcere.

Era vero?
Sì.

Anche di politici?

(Sorride) Un po’ di tutti. Nessuno ti obbliga ad avere certe frequentazioni che danno sia benefici che danni. Sono andato in galera non per cose che ho commesso, ma per cose che ho visto ed ascoltato.

Com’era il carcere?
Terribile. Mi piaceva fare il cuoco quindi facevo da mangiare per i miei dodici compagni di cella. Aspettavo con angoscia lo squillo del telefono sperando che le guardie mi liberassero. Mi veniva a trovare mia madre tutte le settimane. Mi padre solo una volta perché era stato male. Ma il marchio del galeotto me lo sono tolto di dosso.

Quando colloca l'apice del suo successo?
Dal 1990 al 2005. Gli anni più belli. Sembrava che tutto dovesse passare da Lele Mora. Sembravo potentissimo, non era vero. Ho solo lavorato tanto, facevo soldi per me e per chi stava con me. Ho inventato le serate in discoteca. Si chiamavano “champagnino” o più volgarmente “marchette”. Portavo vip nei locali: bevevano un drink, non facevano assolutamente nulla ed erano pagati. La più precisa era Simona Ventura: andavamo anche in cinque club in un giorno. Poi c’è stato Costantino, la Sardegna...

E' vero che nel momento d’oro anche Michele Santoro frequentava la sua “corte”?
Santoro è venuto tre volte a casa mia. Lo conobbi a Zoate con il povero Mario Brugola, ex dirigente tv che è mancato. La nostra amicizia nacque dopo che il giornalista Riccardo Iacona passò due mesi in Sardegna per fare quel fantastico servizio “Tutti ricchi” che fece il 32% di share a Sciuscià. Ma mia più grande libidine è stata, anni dopo, invitare Santoro a casa mia e farlo sedere tra Costantino e Daniele Interrante. Era a suo agio, devo dire. Era venuto perchè cercava persone per il nuovo progetto di Raidue e lo dovevo presentare a Beatrice Borromeo.

I guai per lei sono arrivati con l’addio della Ventura prima e con Vallettopoli dopo. E’ stato totalmente prosciolto, ma oggi può dire se e dove ha sbagliato?
Non mi sono accorto in tempo che la frequentazione con Corona ha distrutto quello che ho costruito. La sua malattia dei soldi veloci l’hanno spinto ad inserirsi nei miei contatti e hanno rovinato tutto. Rapporti con grandi imprenditori, con direttori di giornale. Dovevo allontanarlo prima.

Oggi lei si definisce “rovinato”?

Rovinato no. Dopo il fallimento, anche se non ho capito questi 19 milioni dove siano usciti, i miei legali tentano di trovare un accordo. Vediamo dove si può sistemare.

Economicamente come è messo?
Vivo di lavoro. Se prima avevo un garage di dieci macchine, oggi ne ho una data dall’azienda, una Mercedes. Una volta avevo l’aereo privato, oggi come i comuni mortali viaggio con quello di linea. Se prima avevo svariate ville in Sardegna, oggi sto in affitto a Lugano, dove ho la residenza.

Qual è il regalo più bello che ha fatto a qualcuno?
Sono molto generoso. E’ capitato che mi sia tolto dal polso o da casa mia oggetti che ho regalato. Tennis di brillanti, orologi, anche case e macchine. L’amore fa fare cose stupide.

Se si guarda indietro, a cosa pensa?
Quando mi riguardo in tv non mi piaccio. E comunque è un’epoca finita. Oggi non ci sono più soldi da spendere. Ma in Sardegna ci tornerò: nel 2012.

Perchè spesso la associano a personaggi che vengono dalla cronaca nera?
Precisiamo: Claudio Scazzi, fratello della povera Sarah è venuto da me con il suo avvocato per fare serate in discoteca o ospitate tv, io gli ho detto che non avrei fatto nulla di tutto ciò. Sono gentile, e anni fa portai Azuz Marzuk a due serate devolvendo a lui i miei guadagni. Uno sbaglio.

Il suo vero nome è Dario. C'è qualcuno che la chiama così?
Tre persone. Bobo Vieri, Enrico Mentana e...Silvio Berlusconi.

Come definisce il rapporto tra lei e il premier?
Di amicizia reciproca. Ci siamo conosciuti nell’86. Sono stato spesso a cena da lui ma non ho mai avuto l’onore di averlo da me. Le sue cene sono ricche di canti e barzellette, quella del Bunga Bunga è il suo cavallo di battaglia da 20 anni. Ma niente festini. Voto per lui perché è liberale. La battuta sui gay? Non è stata capita:  lui non odia i gay, guardi quanti ce ne sono a Mediaset e Mondadori...

Le restano dei sogni?
Sì. Una 'casa famiglia' per aiutare i giovani che hanno bisogno. Un programma di cucina che chiamerei “Li cucino a modo mio”.  E un libro con tutti i miei segreti, tipo le showgirl che andavano con gli arabi. Ma sarà un romanzo, così evito querele...


Intervista pubblicata sul settimanale Gioia nel novembre 2010
 

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