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La finta retromarcia della Rai sul canone per i computer

Giacalone: Provano a rimangiarsi quella norma, ma se il governo non cambia il salva-Italia rischiano di pagare tutti

La finta retromarcia della Rai sul canone per i computer

Ci sono gli estremi per una class action contro la pretesa del canone speciale Rai. Questione niente affatto superata dalla retromarcia di ieri, che, anzi, rende ancor più grottesca la situazione. Se lo spirito delle liberalizzazioni avesse già attecchito dovremmo leggere gli annunci pubblicitari degli studi legali, tesi ad offrire il servizio a molti cittadini, indebitamente aggrediti da ingiunzioni minacciose e, soprattutto, fuori legge.

Mettiamo ordine fra gli schiamazzi. Accantono, ma solo per un momento, la soluzione più corretta: vendere la Rai e cancellare il balzello del secolo scorso. Restiamo (con dolore) dentro il sistema attuale: la pretesa del canone anche per terminali diversi dal televisore, come il computer, il tablet o lo smart phone non è nuova. Tutti gli indignati caduti dal pero prendano la collezione di Libero e facciano ammenda della sorpresa. Chi ora tira un sospiro di sollievo sbaglia. Aggiungo che tale pretesa non è affatto limitata, come qualcuno ha erroneamente scritto, alle sole aziende, ma riguarda anche le famiglie: non hai il televisore ma il computer? Devi pagare. Fino a ieri sostenevano che bastava il possesso di un sistema adattabile alla ricezione, ora vogliono i soldi solo se è stato effettivamente adattato. Peccato che tutti quei terminali sono già adattati.

Il fatto è che questa demenziale pretesa era destinata a restare lettera morta, ma le cose cambiano a causa di un errore commesso dall’attuale governo, che s’è fatto inserire, dalla lobby Rai, un articolo 17 nel decreto “Salva Italia”. Sicché ora si deve salvarla da quello, né il salvataggio può consistere nel mettersi d’accordo nell’ignorarlo, giacché questo è un misero trucco. Tale articolo dice che “le imprese e le società” devono inserire nella dichiarazione dei redditi il numero dell’abbonamento speciale. Madornale svarione, anche questo non corretto ieri, perché in quei luoghi il canone non è dovuto neanche se c’è un televisore, figuriamoci se c’è solo un computer.

Forte di quella legge l’ufficio abbonamenti della Rai ha mandato lettere a pioggia, battendo cassa anche laddove non ha alcun diritto. La gran parte di quelle lettere sono fuori legge, anche dopo che se le sono rimangiate, perché è fuorilegge il presupposto. Spiego: l’abbonamento speciale è dovuto da tutti quegli esercizi che attirano clienti anche fornendo l’accesso alla televisione. Esempi: alberghi, bar, ristoranti, ma anche negozi con schermi che rimandano immagini diffuse dai canali televisivi. La Rai, invece, ha delle pretese su architetti, dentisti, professionisti di vario tipo, gente che, come me (sono una partita iva) di certo non desidera che qualcuno passi a sedersi per vedere una partita. Tutti noi siamo abbondantemente coperti dalla legge, che stabilisce il diritto di vedere la tv ovunque sia di nostra pertinenza, una volta pagato il canone normale. Perché la tv non fa parte della nostra attività. Chiaro? La Rai (s)ragiona diversamente: come cittadino hai pagato, ma come partita iva devi fare lo stesso (il precario che lavora a casa paga due volte per lo stesso apparecchio). Se lo scordino. E, come si vede, il discorso non cambia ora che gli hanno ricacciato in gola la pretesa di tassare ogni terminale digitale.

Quando Libero invitò a non pagare il canone dissentii. Non perché mi piaccia, ma perché non condivido l’incitazione ad evadere il dovuto, semmai se ne deve chiedere la soppressione. Ma quel che oggi la Rai chiede non è dovuto. Il che vale non solo per i computer e gli altri sistemi digitali, ma anche per quegli schermi, rivolti al pubblico, con cui si trasmettono, ad esempio, le estrazioni dei concorsi a premi. Se la Rai insiste otterrà il solo risultato di far disattivare quegli schermi, quindi di far scendere il gettito fiscale legato al gioco.  Ecco perché dico che ci sono gli estremi per una class action: un’azienda dello Stato chiede ai cittadini e alle imprese quel che non è dovuto. Ecco un suggerimento: visto che il governo deve porre rimedio all’imbucato articolo 17, invece di praticar sotterfugi colga la palla al balzo e cancelli il canone spostando il finanziamento della Rai a carico della fiscalità generale. Il gettito sia compensato dai profitti dei fornitori di contenuti (beneficiari economici dell’esistenza degli spettatori). Ma non è la soluzione che preferisco, quella sana è sempre la stessa: vendetela.

di Davide Giacalone
www.davidegiacalone.it

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Commenti all'articolo

  • masbalde

    23 Febbraio 2012 - 00:12

    non parla mai di canone ne tantomeno di finanziamento pubblico ( leggetelo, è in rete); sembrerebbe quindi che il cosidetto canone non sia un canone vero e proprio, cioè un pagamento di abbonamento ad un servizio radiotelevisivo ( come dice la pubblicità che invita a pagarlo, e che dovrebbe essere scritto in statuto quale forma di finanziamento della Spa ), bensì una TASSA DI POSSESSO DI APPARATO RICEVENTE TV O SIMILE, come dice in effetti la legge del 1938. Ora, che non si possa impugnare uno stato di fatto che spaccia per canone una tassa di possesso, è assurdo: in pratica è un falso in atto pubblico; se si tratta veramente di tassa sul possesso dell'apparecchio lo deve essere fino in fondo, come la tassa di possesso dell'auto: quindi mettiamo la targa ai televisori e mandiamo in giro i vigili a controllare casa per casa. IL GOVERNO DEI TECNICI NON SA SCRIVERE UNA LEGGE PIU MODERNA DI QUELLA DEL 1938 ??

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  • incredula

    22 Febbraio 2012 - 21:09

    Se aveva le gambe andava....

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  • longhma

    22 Febbraio 2012 - 18:06

    Sempre eccellente ed apprezzo come al solito il tuo articolo... chiaro ed esaustivo !!! Perche' non privatizziamo la RAI ???? Hai dei suggerimenti in merito ??.... In questo modo forse riusciamo ad eliminare i loro scempi e suprusi sugli Italiani ONESTI !!!!

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  • smetre

    22 Febbraio 2012 - 16:04

    Mi sà che questavolta ci arrabbiamo tutti.

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