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Baby Riccardo Muti: 24 anni e suona la musica rock

Battistoni, il giovanissimo direttore d'orchestra in trionfo alla Scala: "La classica? Non è musica per vecchi"

Baby Riccardo Muti: 24 anni e suona la musica rock

Meglio la camicia di seta nera. «Il frac potrebbero pensare che l’ho rubato al papà», dice scherzando Andrea Battistoni, primo direttore sul podio del Piermarini a soli 24 anni. Una carriera fulminante la sua che, dopo un contratto come guest al Regio di Parma, l’ha portato a dirigere venerdì scorso alla Scala “Le nozze di Figaro” per la regia di Strehler, con le scene e i costumi della coppia Frigerio-Squarciapino.  Accolto da applausi scroscianti, grazie all’energica direzione della “crepuscolare” opera mozartiana, ha subito rivelato il suo stile giovane e provocatorio. Domani presenterà a Milano La classica non è musica per vecchi (ed. Rizzoli), un libro che si legge e si ascolta scaricando con l’Iphone QR Code di sinfonie ed opere liriche. E capovolge i paradigmi della cultura dell’ascolto. Il preludio? “«Andare a sentire un concerto non è roba da museo, buona solo per pensionati e nerd di conservatorio», attacca nell’introduzione.

Lei è davvero il più giovane direttore mai salito sul podio della Scala?
«Prima di me ha diretto Roberto Tacciati a 22 anni, ma solo per un concerto. Mentre a 26, debuttò nell’opera lirica il famoso Thomas Schiffer. Era nel 1955».

Ora c’è lei fino al 17 aprile. Emozionato?
«Dal primo giorno ho avvertito il peso della responsabilità. Poi mi sono lasciato andare al piacere di fare musica con una delle migliori orchestre del mondo, con la quale ho instaurato un ottimo rapporto».

Come nasce la sua passione?
«Mio nonno Tiziano era un attore dialettale. Mio padre un medico che adorava la lirica. Ci portava all’Arena di Verona. La mamma, pianista, mi faceva ascoltare musica da camera. Ma è ascoltando la prima volta l’orchestra che è scoccata la scintilla».

E così…
«Mi sono buttato, anima e corpo nello studio. Ho avuto la fortuna di avere grandi maestri. Conservo un grande ricordo di Gabriele Ferro alla scuola di Fiesole a Firenze. Senza di lui non avrei mai compreso appieno, il ruolo del direttore, lo studio meticoloso che deve precedere la direzione».

Da qui il desiderio di spiegare la musica con un libro…
«Il mio non è un saggio, non ha questa pretesa. Mi sono ispirato alle conferenze e agli scritti per i giovani di Leonard Bernstein, ma in modo molto semplice e divulgativo».

 Lei è davvero convinto che ai giovani oggi possa interessare la classica?
«Certo, se dopo tanti secoli siamo ancora  qui a parlarne è perché è una musica che arricchisce, emoziona. Prenda me. Nel mio studio c’è un busto di Beethoven e il poster di Frank Zappa. Adoro gli AC/DC, i Deep Purple e appena ho un attimo di tempo suono in una rock band».

La musica non ha confini…
«Le divisioni ci sono e devono restare tali. Ciò che conta sono i messaggi che attraverso il suono della voce e degli strumenti si riescono a trasmettere».

Nel suo libro lei suggerisce l’ascolto di cinque sinfonie. Bastano?
«Diciamo che la Quinta di Beethoven, il Boléro di Ravel, la Sinfonia Linz di Mozart, la Sinfonia dal Nuovo Mondo di Dvoràk e Quadri di un’esposizione di Musorgskij sono un ottimo approccio».

E un pugno di opere liriche…
«Rigoletto, Il barbiere di Siviglia, la Bohème, Don Giovanni e la Carmèn».

Lei scrive anche che per un maestro la bacchetta e come la cloche per un pilota.
«Sì, in fondo pe i musicisti siamo dei direttori di volo, ma solo dopo aver instaurato con loro un rapporto di reciproca stima e fiducia. Oggi non avrebbero senso le sfuriate alla Toscanini. Lo standard degli orchestrali è molto alto».

Come è andata alla Scala, è stato il maestro Barenboim a volerlo?
«No, il direttore della Filarmonica, dopo avermi visto dirigere al Regio di Parma. Finora non ho avuto la fortuna di entrare nelle grazie dei grandi nomi».

Una carriera sempre in ascesa. Le tappe più belle del passato?
«I colori del deserto e il desiderio di cultura della gente dell’Omam, dirigere la prima volta all’Arena di Verona e prima di alzare la bacchetta pensare quante volte sono stato seduto lì tra gli spettatori».

E del futuro?
«La Bohème al San Carlo di Napoli a maggio, Il Trovatore a Berlino a giugno. E, questa estate, torno all’Arena con la Turandot di  Puccini».

intervista di Irene Vallone

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